La principessa del popolo

1 Aprile 2014
foto Silvana 166
Silvana Bartoli

Ormai sedimentate le celebrazioni per l’Unità d’Italia, si può fare un bilancio di quanto e come è stato detto e non può sfuggire che molti, non tutti certo, dei convegni sulle donne del Risorgimento sono stati guidati dalla prospettiva della funzionalità. Le figure femminili sono state apprezzate in misura direttamente proporzionale al ruolo di supporto offerto alle necessità, scelte, ambizioni maschili.
La mente dell’epopea risorgimentale erano gli uomini, alle donne si riconosceva valore quando erano un utile braccio. Sicché, al termine delle cerimonie, inevitabilmente gravate da buone dosi di retorica, possiamo e dobbiamo chiederci se c’è stato un Risorgimento anche per le donne; la risposta è problematica e i giudizi che ancora oggi capita di sentire sulla libertà femminile fanno sorgere il dubbio che per molte la sudditanza sia sempre un dovere. La vicenda di Cristina di Belgiojoso è emblematica in tal senso. Sposa a sedici anni di un principe donnaiolo, se ne separò ben presto per non subire la continua umiliazione delle infedeltà maritali. Le sue passioni d’altra parte erano lo studio, la cultura, l’impegno sociale, dalle quali il matrimonio disastroso non riuscì a distrarla. Poté coltivarle grazie al patrimonio di famiglia, ma la ricchezza e la nobiltà di appartenenza non la salvarono dalla riprovazione sociale. Cristina infatti risultava anche più scandalosa di George Sand, la quale, pur affermando il diritto alla libertà femminile, finiva per collocarsi nel tradizionale ruolo di amante o concubina, mentre Cristina, la fascinosa principessa che respingeva anche i corteggiatori importanti, si arrogava l’indipendenza inaudita di vivere senza uomini: un’offesa sanguinosa alla vanità maschile, e quindi una seria minaccia al dominio patriarcale. Peggio: si prendeva il diritto di intromettersi in politica, storia, filosofia, teologia, da sempre riserve di caccia maschile. La parte che svolse nei tentativi d’indipendenza italiana del primo Ottocento, fecero di lei un’eroina nazionale; nel 1849 la sua illuminata direzione di tutti i servizi ospedalieri, durante la Repubblica romana assediata dai francesi, le valse l’ammirazione degli americani presenti ed è una fortuna perché i compatrioti di lei si preoccuparono di cancellare il suo lavoro.

Era arrivata a Roma ai primi di aprile e il settore che le fu affidato dal governo provvisorio, risultò l’unico a funzionare in modo efficiente; durante i mesi terribili dell’assedio non si mosse dal suo posto: alloggiava con la figlia in una stanzetta simile a una cella, dormiva su un materasso steso sul pavimento quando non passava la notte vegliando i feriti più gravi.
Cristina organizzò i servizi con l’autentico genio di un comandante, emanando regole severissime, introducendo ovunque ordine e disciplina, precedendo così di sei anni Florence Nightingale che farà
la stessa cosa soltanto durante la guerra di Crimea, nel 1855.
Gli ospedali romani erano in condizioni disastrose: personale inesperto, sporcizia, il consiglio di sanità composto da asini bigotti, l’intendenza militare affidata a ladri. All’appello della principessa si presentano moltissime donne di ogni ceto, tra le trecento arruolate c’erano popolane, aristocratiche e prostitute in cerca di redenzione.
Cristina dimostrò l’abnegazione più assoluta e il clero la trattò da puttana che aveva reclutato altre per sedurre i giovani moribondi. Scrisse al papa: certo non poteva giurare che le donne dedicatesi alla cura dei feriti fossero tutte di irreprensibili costumi, ma l’episodio evangelico della donna che in casa del fariseo bagna di lacrime i piedi di Gesù, dovrebbe render più cauti nello scagliare pietre di condanna.
Cristina però si preoccupa soprattutto di organizzare l’assistenza avviando concretamente i princìpi fondanti di una preparazione infermieristica seria. Sempre poco incline ai toni sfumati, non si limita alla denuncia, vede subito la necessità di personale medico competente e laico, (la laicità dell’assistenza diventa un valore sul quale bisognerebbe riflettere anche oggi dati i guasti provocati in Italia dal numero esorbitante di medici obiettori che impediscono la corretta applicazione della legge 194; sono comparsi di recente molti articoli e denunce sui giornali per segnalare il mancato soccorso; si dimentica però che l’obiezione di coscienza è indispensabile per rendersi graditi a CL, la lunga mano con cui il Vaticano controlla gli ospedali. Papa Francesco non ha niente da dire?) Con la caduta di Roma se ne andavano gli sforzi e le speranze di Cristina, poteva ormai solo appellarsi a D’Azeglio per difendere i feriti dalla vendetta dei vincitori francesi e per trovare asilo ai volontari accorsi a difendere la repubblica. In effetti era stata scritta una pagina inconsueta per la storia italiana: la gioventù bene di Milano e Bologna si era fatta massacrare accanto ai guerriglieri garibaldini per difendere Roma. Ma il governo pontificio fu il più accanito contro quei difensori di una pericolosa repubblica: Cristina venne indicata come una sovversiva, mossa da “sentimenti irreligiosi”.
Dovette partire in fretta per evitare l’arresto; se ne andò senza rimpianti per la città che lasciava, inseguita dalla memoria di coloro che aveva perso. Civitavecchia, Malta, Atene, Costantinopoli. Avrebbe voluto un posto lontano, ignaro di tutto ciò che era avvenuto: “Quando si è visto quello ho visto, quando si è provato quello che ho provato, non c’è più che una cosa da fare. Chiudersi in un convento, se si può, o andarsene a vivere nelle foreste o al fondo dei deserti, in seno alla natura e lontano dalla civiltà”. Essendo impraticabile la scelta conventuale, Cristina fece vela per la Turchia. Quasi subito si affaccia il sogno di potervi stabilire una colonia italiana e a Ciaq-Maq-Oglou, non lontano da Ankara. Organizza una fattoria a cui ben presto si rivolgono i malati del circondario, e tutti, musulmani e cristiani, la venerano. L’esperienza turca le consente di guardare gli harem senza
il velo dell’immaginario diffuso dalle Mille e una notte o altri racconti orientali. Cristina descrive con lucidità la condizione di donne inconsapevolmente sudice e schiave, essendo prive di specchi e di confronti con altre realtà femminili. Ma Cristina è assolutamente schietta anche nel descrivere le usanze europee.
Come le donne dell’harem anche le occidentali le apparivano desiderose di servire una società patriarcale che le preparava fin da bambine ad un ruolo funzionale: graziose e stupidine da giovani per diventare fattrici al servizio dei mariti. Cristina pensava che l’ignoranza fosse la causa primaria della sudditanza femminile e che l’educazione avrebbe cambiato tutto, per questo nel suo feudo di Locate diede l’esempio di una scuola aperta alle ragazze, era il primo passo verso la partecipazione alla vita pubblica nel solco indicato dalla cultura settecentesca, la cultura che parlando di uguaglianza si faceva carico dei diritti di tutte e di tutti: anche gli uomini infatti hanno da guadagnare nella crescita dei diritti delle donne perché la condizione femminile è sempre lo specchio della civiltà di un paese. La sudditanza femminile non può mai essere giustificata con altre priorità e, pur ricchissima, privilegiata e autonoma, Cristina ha fatto sentire la sua voce di critica e di denuncia, a differenza di altre patriote che si sono accontentate del ruolo ornamentale concesso loro dai padri della patria.
Ma nel 1866 scrisse: “quelle poche voci femminili che si innalzano chiedendo dagli uomini il riconoscimento formale dell’uguaglianza, hanno più avversa la maggior parte delle donne che degli uomini stessi. […]
Storia antica? Pensiamo a cosa è appena successo nel nostro Parlamento per la parità elettiva…

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