La “pulizia etnica” della Palestina: Ilan Pappe e la definizione retroattiva della nakba palestinese

16 aprile 2018
[Daniela Spada]

Leggere per la prima volta “La pulizia etnica della Palestina” (Ilan Pappe, 2007) è stato per molti di noi il passo fondamentale per entrare col cuore e con la mente nel vivo della questione palestinese. Ma rileggerla per la seconda volta è stato decisamente illuminante sul piano della fenomenale forza persuasiva delle terminologie specifiche in campo storiografico.

Sappiamo quanto sia stata vivace la querelle storiografica tra i due più celebri studiosi della Nuova Storiografia post-sionista, da una parte Benny Morris, cauto nel descrivere i fatti del ’48 relativi alla formazione dell’entità israeliana, e Ilan Pappe, che con pazienza metodologica ha smontato in forma definitiva quanto affermato dal suo avversario, secondo cui l’esodo palestinese sarebbe stato una conseguenza diretta della guerra del ’48, mentre i dati storici mesi a disposizione con l’apertura degli archivi britannici e israeliani non erano sufficienti a provare che l’espulsione dei palestinesi dalla loro terra fosse il prodotto di un piano epurativo deliberato.

Secondo Ilan Pappe, al contrario, l’esodo palestinese può essere considerato la diretta conseguenza di una politica pianificata da David Ben Gurion ben prima della proclamazione dello Stato d’Israele e messa in opera dalle milizie ebraiche dietro precisi e dettagliati ordini esecutivi. E qui entra in ballo il concetto di “pulizia etnica”, sul quale Ilan Pappe imposta tutta la sua ricostruzione storica degli eventi della Nakba palestinese. Se di “contributo positivo” si può parlare quando si osserva ciò che ci ha lasciato una guerra tanto cruenta e crudele come quella della ex-Iugoslavia, ebbene, tale lascito può essere individuato nell’arricchimento terminologico alla disciplina storiografica.

L’espressione “pulizia etnica” nasce in corrispondenza di tale conflitto ad opera dei giornalisti che per primi si sono trovati a rendere conto delle violazioni dei diritti umani perpetrate in Bosnia-Erzegovina e Croazia. Si tratta di una definizione entrata nell’uso popolare negli anni novanta del secolo scorso ad opera dei mass-media, che hanno fatto propria l’espressione serbo-croata etničko čišćenje usata per documentare gli atti di violenza sulla popolazione perpetrati durante la guerra civile nella ex-Iugoslavia.

L’allora Relatore Speciale della Commissione dei Diritti Umani, Tadeusz Mazowiecki, dal 1992 in poi si servì più volte dell’espressione “pulizia etnica” nel descrivere e definire i gravi atti di violazione dei diritti umani durante quella guerra genocida. Una definizione puntuale di essa come un insieme di azioni direttamente o indirettamente ricollegate ad operazioni militari, commesse da un gruppo contro i membri di altri gruppi etnici che vivano nello stesso territorio, venne poi stilata dallo studioso Drazen Petrovic nel suo lavoro dal titolo Ethnic cleansing: an attempt at methodology (in “European Journal of International Law”, volume 5, issue 3, Symposium: The Yougoslav Crisis: New International Law Issues, Oxford University Press, 1 january 1994, pages 342-359).

Un altro interessante contributo al dibattito semantico fu fornito dal uno studio di Antonio Ferrara, Il problema della pulizia etnica, col quale la questione terminologica assurse a livello di vero e proprio “problema storiografico”. In esso si afferma che la realtà che oggi comunemente indichiamo con la definizione di “pulizia etnica” ha costituito una costante di gran parte della storia europea del ‘900, ben prima dei fatti della guerra della “ex-Iugoslavia”. Si tratta di vicende di persecuzione etnica che hanno rappresentato in concreto la progressiva affermazione del concetto moderno di stato-nazione di tipo europeo-occidentale basato sulla distinzione tra blocchi omogenei di popolazione su base culturale, religiosa o linguistica.

Sotto quest’ottica la pulizia etnica assurge a concetto meramente politico, avulso dalla sua realizzazione pratica, laddove esso è visto come strumento indispensabile al raggiungimento di un precipuo obiettivo. Il fine della pulizia etnica può essere definito a livello politico come un irreversibile cambiamento della struttura demografica, della creazione di territori etnicamente omogenei in favore di una particolare porzione etnica rispetto ad altre. Il telos conclusivo è lo sterminio di interi gruppi etnici e perfino delle tracce della loro precedente presenza (distruzione della memoria di un popolo attraverso la cancellazione delle sue manifestazioni culturali).

I 12 capitoli del testo dello studioso israeliano, introdotti ciascuno da una citazione ad hoc strettamente inerente agli argomenti in essi trattati, sono preceduti da una prefazione intitolata “La casa rossa”. L’ epilogo, il cui titolo è “La serra”, chiude il cerchio che la prefazione aveva aperto: esso infatti ci riconduce al luogo in cui il famigerato Piano Dalet (il progetto dettagliato di allontanamento dei palestinesi dalla loro terra) era stato orchestrato e messo in atto. Oggi “La Serra” è il nome che gli israeliani hanno dato al circolo dei docenti dell’università di Tel Aviv.

Non lontano da questo sito, nella Yarkon Street, come riferito nella prefazione, si trovava la “casa rossa”, un edificio costruito nell’antica Tel Aviv da architetti ebrei negli anni Venti, nato per ospitare la sede del consiglio dei lavoratori. Perse tale funzione verso la fine del ’47, quando “divenne il quartier generale dell’Haganà, la prima organizzazione armata clandestina sionista di Palestina”.

Bella era quella casa, bianca come tutta la parte della “città bianca”, caratterizzata dalle costruzioni in stile internazionale con riferimenti espliciti al Bauhaus. Era detta “rossa” forse perché legata ad un’associazione di impostazione socialista. Nel 1970 sarà l’ufficio centrale del movimento israeliano dei kibbutz. Oggi al posto della casa c’è un parcheggio. Come incipit al primo capitolo l’autore appone la seguente citazione:

E’ parere di chi scrive che la pulizia etnica sia una politica ben definita di un particolare gruppo di persone per eliminare sistematicamente un altro gruppo da un certo territorio, su basi di origine religiosa, etnica o nazionale. Tale politica implica violenza ed è spesso associata ad operazioni militari. Deve essere realizzata con tutti i mezzi possibili, dalla discriminazione allo sterminio, e comporta l’inosservanza dei diritti umani e delle leggi umanitarie internazionali… La maggior parte dei metodi di pulizia etnica costituiscono gravi violazioni della Convenzione di Ginevra del 1949 e dei Protocolli supplementari del 1977. (Drazen Petrovic, “Ethnic cleansing. An attempt at methodology”, in “European journal of international law”).

Le gravi violazioni di cui parla Petrovic sono quelle commesse dagli attori della pulizia etnica nella ex-iugoslavia, principalmente croati e serbi. Il parallelo retroattivo con gli atti di violenza perpetrati dai sionisti nei confronti della popolazione palestinese è immediato. Lo studioso, nel capitolo primo, ricorda che lo stesso Dipartimento di Stato statunitense concorda nel definire il concetto di pulizia etnica come espulsione forzata del maggior numero possibile di residenti “estranei” volta ad omogeneizzare una popolazione etnicamente mista in una particolare regione, e aggiunge che parte essenziale della pulizia etnica è costituita dall’annullamento della storia di quel territorio con ogni mezzo possibile.

Ancora lo stesso Dipartimento, ricorda Pappe, indica come metodo più comune utilizzato a tal fine sia quello di creare “un’atmosfera che legittimi atti di rappresaglia e vendetta”. Così, secondo le parole usate dallo stesso autore, “il risultato finale (…) è l’insorgere del problema dei profughi. Il Dipartimento di Stato ha considerato, in particolare, quanto avvenuto nel maggio del 1999 a Peck, nel Kosovo occidentale. Peck fu svuotata in ventiquattr’ore, un risultato che sarebbe stato possibile raggiungere solo grazie ad una pianificazione pregressa seguita da una messa in atto sistematica. Per velocizzare l’operazione ci furono anche sporadici massacri. Quel che accadde a Peck nel 1999 ebbe luogo, quasi allo stesso modo, in centinaia di villaggi palestinesi del 1948”.

Pappe quindi ci fornisce senza ombra di dubbio la chiave più corretta per interpretare il suo lavoro di ricostruzione storica della Nakba, forse nell’intento di non lasciare nulla al caso, di non consentire critiche inopportune e ideologicamente impostate: incentra la tesi della sua opera sulla convinzione che la creazione dello stato di Israele abbia in realtà coinciso con la messa in atto di un chiaro progetto di “pulizia etnica” su basi ideologiche e politiche.

Nella Prefazione al suo libro, dichiara esplicitamente di voler “sostenere la fondatezza del paradigma della pulizia etnica” e di volersene servire per “sostituire il paradigma della guerra come base per la ricerca accademica e per il dibattito pubblico sul 1948”. Inoltre aggiunge che “l’adozione del prisma della pulizia etnica permette facilmente di penetrare il manto di complessità che i diplomatici di Israele, quasi istintivamente, esibiscono e dietro il quale gli accademici di Israele si nascondono abitualmente nel respingere i tentativi esterni di criticare il sionismo e lo Stato ebraico per la sua politica e il suo comportamento.

Come dire: se si tratta solo di un problema di definizione, se è solo perchè mancavano ancora le parole giuste per definire cosa è stata realmente la costituzione dello stato di Israele, allora il problema è all’improvviso risolto. Le atrocità della guerra nella ex- Iugoslavia, rivelando di quanto male fosse ancora capace l’uomo europeo, che credevamo vaccinato da fascismi, colonialismi imperialistici, smanie di superiorità e purezza razziali, che dopo la caduta del Muro di Berlino vedevamo lanciato verso le magnifiche sorti e progressive del post guerra-fredda, sembra abbiano avuto la macabra necessità di compiersi al fine di insegnarci le parole più adeguate a definire ciò che già, pur senza essere detto nei modi appropriati, era accaduto.

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