La storia del movimento delle donne in Palestina (Seconda parte: 1950-1989)

1 marzo 2018
[Valentina Brau]

La seconda parte della rubrica di Valentina Brau sulla storia del movimento delle donne palestinesi. (Red).

Il nuovo stato di Israele, vigente dalla seconda metà del XX secolo, con la sua politica sionista coloniale ha condannato il popolo palestinese allesilio, con la forza ed il silenzio della comunità internazionale. Ogni paese dove i palestinesi si ritroveranno a vivere dopo la Nakba significherà per loro un differente trattamento: segregati in territori come il Libano, per esempio, o con uguali diritti in Siria.

Nel periodo dal 1948 al 1967, secondo lo studio dell’Organizzazione della Liberazione della Palestina, Israele non permise alle donne di formare nessun tipo di organizzazione politica indipendente. Nonostante ciò, le donne presero parte attiva nell’organizzazione clandestina Al-Ard (La terra), movimento politico palestinese panarabista, che credeva negli ideali del socialismo arabo. L’Unione delle Donne Palestinesi, dall’altra, continuò a funzionare nell’interno della Palestina ed in esilio, rivolta soprattutto ad aiutare i rifugiati. La creazione dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina del 1964 diede l’impulso alla nascita nel 1965 dell’Unione generale delle Donne Palestinesi, la cui priorità era la lotta nazionale, affiancata però da una coscienza femminista marcata e dalla lotta per l’uguaglianza. Dall’altra, un’associazione come In Ash al Usra (In appoggio alla Famiglia), fondata da Samiha Khalil nel ’65, lottava e lotta per l’indipendenza della donna attraverso la sua educazione e formazione.

La guerra dei Sei giorni del 1967 ebbe come conseguenza l’occupazione da parte israeliana di tutto il territorio della Palestina storica. La chiamata Naksa (ricaduta), considerata una seconda Nakba, vide un’attiva partecipazione delle donne all’azione politica. Donne di diverse fazioni politiche o indipendenti e di differenti credenze religiose si trovavano ancora unite rappresentando quell’ambiente di tolleranza sociopolitica che era la società palestinese. Davanti alle manifestazioni, alla propaganda, ai sit-in delle donne, e alla partecipazione alle azioni militari, gli israeliani risposero con l’arresto e la violenza. Mar Gijón Mendigutía ci ricorda che il documento della sessione del World Peace Council pubblicato nel 1975-76 (Israeli Violations of Human Rights in the Occupied Arab Territories), dimostra che le donne arrestate soffrirono gravi torture nelle carceri israeliane, come anche aggressioni sessuali e minacce di esse durante gli interrogatori.

Lo shock dell’occupazione non fece altro che aumentare la rabbia e la coscienza politica delle donne, e il Movimento negli anni ’70 si trasformò in una proliferazione dei famosi Comitati.

L’8 marzo del 1978 nacque il Comitato di Lavoro delle Donne che poi si frazionò nell’80 in quattro gruppi: il più famoso, per il risalto dell’attività femminista e nazionalista, fu l’Unione Palestinese dei Comitati di Azione delle donne, fondato anche da Zahira Kamal, figura centrale nella questione di genere palestinese. Il gruppo cercò di concentrare le reclute tra le casalinghe, che arrivarono ad essere il 75% del totale, cioè 10,000 affiliate. La maggior parte di questi Comitati aveva come obiettivo la realizzazione di uno Stato Palestinese indipendente fondato in principi socialisti e non religiosi. Ancora nel Movimento delle Donne vediamo dunque un interesse centrale nella divisione tra ciò che è Religione e ciò che è Stato.

Come all’origine, il Movimento delle Donne unì al lavoro politico l’impegno sociale: appoggio alle famiglie dei prigionieri, visite alle prigioni, sit-in e manifestazioni, creazione di asili e giardini per l’infanzia, enormi campagne di alfabetizzazione e formazione professionale e apertura di centri sanitari. Il lavoro sociale si svolgeva sempre sia in ambito urbano che rurale. Gijón Mendigutía afferma che l’impatto dell’Unione Palestinese delle Donne fu tale nel Fronte Democratico della politica palestinese, che esse stesse erano il Fronte. L’esito maggiore fu la diffusione di una coscienza di genere tra le casalinghe, una diffusione degli ideali di uguaglianza della donna, e il convincimento della popolazione che proprio nel raggiungimento di questa uguaglianza risieda una possibilità di miglioramento nella lotta all’indipendenza, verso uno stato democratico e libero. Allo stesso tempo, si facilitava l’uscita delle donne dal proprio nucleo familiare, in maniera tale che esse riuscissero a creare relazioni e connessioni nuove fuori dalle famiglie. La coscienza nazionale, la lotta per l’indipendenza e il lavoro per il raggiungimento dell’autonomia individuale andavano a braccetto. Individuale e collettivo si mescolavano nella lotta contro gli stereotipi, come quello che imponeva alla donna il solo lavoro domestico, che sappiamo anche non avere nessun tipo di remunerazione. Per svincolarsi dalla dipendenza della parte maschile della famiglia, i Comitati lottarono per incitare le donne a dedicarsi all’educazione, alla formazione professionale e al lavoro.

Anche durante l’Intifada del 1987 le donne attraverso i Comitati praticarono disobbedienza civile, invitarono la popolazione a scioperi, al boycott dei prodotti israeliani, al rifiuto a pagare le tasse.

Attraverso i Comitati le donne poterono incominciare a parlare in pubblico non solo della condizione nazionale, ma della loro personale situazione di genere nella società, e questo significò una grande crescita della loro coscienza sociale. La subordinazione della donna si fece lampante: nel matrimonio, nel divorzio, nella custodia dei figli, nella dote, nella capacità decisionale e nella mobilità, nei diritti d’eredità, la donna si trovava in netta inferiorità rispetto all’uomo. Tuttavia, gli ultimi studi dimostrano come in una situazione pacifica i palestinesi siano riusciti ad iniziare un cammino verso l’evoluzione a stato democratico, che stava riuscendo a continuare fino al periodo dell’Intifada, e che però si è visto poi definitivamente disgregato e distrutto a causa della sempre più marcata violenza coloniale. Jamal Nassar ci ricorda che nel 1988, per esempio, il ministro della Difesa israeliano Yitzhak Rabin decretò che l’affiliazione o il contatto con i Comitati delle Donne sarebbe stato punito con dieci anni di prigione. Durante questepoca sono state documentate altre torture e aggressioni sessuali alle donne palestinesi nelle carceri israeliane.

Secondo molti studiosi, nello stereotipo diffuso la donna incarnerebbe metaforicamente la terra, la nazione. Il controllo sociopolitico del territorio, in quest’ottica, si affianca perfettamente al controllo e alla sottomissione del corpo femminile. La donna infatti crea la nazione, riproduce nuovi esseri umani appartenenti ad essa. Il corpo della donna si invade, come la nazione, e anche su di esso si perpetua la violenza, come atto simbolico diretto all’indebolimento del genere femminile e della società in generale. Le donne si trovarono quindi a subire aggressioni sessuali da parte israeliana, e dall’altra dovettero far fronte ai problemi della loro cultura d’origine. Spesso il sentimento di vergogna delle vittime e la paura dello stigma sociale, uniti alla coscienza di trovarsi spesso a lottare contro un sistema legislativo, giuridico e statale patriarcale fa si che ci siano poche denunce. Gli abusi sessuali di conseguenza sono nascosti, per il rischio di essere ripudiate dai mariti, o anche di doversi sposare con gli aggressori.

Magaly Thill spiega che anche nell’immaginario palestinese infatti, l’assegnazione identitaria ha una carica maggiore nella donna, per il suo incarnare come corpo sessuato l’idea di nazione. La donna partorisce nuove generazioni di combattenti, e di conseguenza l’equazione donna-nazione rinforza il sistema patriarcale, visto che da questa prospettiva sarebbero i palestinesi quelli che dovrebbero ‘proteggere’ e fecondare il corpo della donna, territorio nazionale.

Il corpo della donna è trasformato in arma quindi, sia dal colonialismo israeliano che dal nazionalismo palestinese, ed il suo ruolo riproduttivo è politicizzato.

Quello che arriverà dopo l’Intifada sarà una perdita di potere da parte della donna. Una campagna orchestrata dalla fazione islamista, operante soprattutto nella Striscia di Gaza, lottò perché le donne si vestissero con più modestia e coprissero i capelli col velo o hiyab. Allo stesso tempo si andavano formando organizzazioni politiche in prevalenza maschili, dominate dal paternalismo e che perpetuavano il sistema patriarcale. Gli elementi maschili conservatori già esistenti nel territorio e i nuovi che entrarono in politica diventarono una maggioranza, ed andarono a formare una nuova élite politica radicalmente maschilista.

Della stessa autrice La storia del movimento delle donne in Palestina (Prima parte: 1884-1949)

La mia città è triste
Il giorno in cui conoscemmo la morte e il tradimento,
si ritirò l’alta marea,
le finestre del cielo si chiusero,
e la mia città perse il fiato.
Il giorno del ritirarsi delle onde; il giorno
in cui la passione abominevole scoprì il volto,
si ridusse in cenere la speranza,
e la mia triste città soffocò
all’ingoiare il tormento.
Sparirono bimbi e canzoni,
non più ombre né più echi.
Nuda, con i piedi sanguinanti,
la tristezza si trascina nella mia città;
il silenzio la domina,
un silenzio accovacciato come montagna,
scuro come notte;
un silenzio terribile, che trascina
il peso della morte e la sconfitta.
Oh, mia triste e silenziosa città!
Così, nella stagione della mietitura,
s’incendiano messe e frutti?
Ahimè! Che brutta fine del cammino!
Fadwa Tuqan (1917-2003)

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