La terra e il cielo

16 Novembre 2009

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Da oggi la giovane sassarese Alice Sassu, volontaria in Palestina, scrive le sue corrispondenze da questa terra per il Manifesto Sardo. Grazie Alice, grazie alle donne ed agli uomini di buona volontà.

Alice Sassu

Il proprietario del suolo possiede anche il cielo sopra di esso e la profondità della terra al di sotto.
Nonostante io creda che la terra non debba essere di chi ne ha la proprietà, ma di chi la lavora o la vuole lavorare, la prima cosa che si coglie quando si giunge in Palestina è che chi ha la proprietà della terra e la vuole lavorare non può farlo, chi ha la proprietà non ne possiede il cielo e chi ha la proprietà non può annusarne le sue profondità liberamente.
Il finanziamento ottenuto dall’Unione Europea nell’agosto di quest’anno, grazie al progetto Sve (Servizio volontario europeo), permette a me e ad un’altra volontaria sarda, Natalia Fais, di partire per la Palestina e vivere sette mesi a Beit Sahour (periferia di Betlemme), collaborando con l’Atg, un’associazione palestinese che si occupa dell’organizzazione di tour politici e culturali per volontari internazionali. L’associazione italiana di riferimento che ci ha sostenuto nella scrittura del progetto è l’onlus Educaid, con sede a Rimini. Educaid opera in diversi paesi come Bosnia, Kosovo, Macedonia, Palestina e Senegal, potenziando le strutture socio-educative locali. Il nostro ruolo da volontarie in Palestina è principalmente quello di raccontare, attraverso dei reportage fotografici e video e una ricerca scritta, le attività dell’Atg e i diversi aspetti della complessa realtà palestinese.
Il cielo. Essere palestinese vuol dire non poter liberamente entrare ed uscire nella propria terra. Essere occidentale vuol dire poter entrare nella terra palestinese attraverso quella israeliana.
15 ottobre 2009, Ben Gurion, Israele. Un timbro d’ingresso a Gaza, sul passaporto della mia compagna di viaggio, è stato sufficiente per compromettere il nostro normale ingresso in un paese che viene considerato dal mondo occidentale, civile e democratico. Quel nome, Gaza, sembrava non si potesse nominare, quell’“isola” che c’è, ma che allo stesso tempo è meglio che non esista. L’attesa snervante al controllo passaporti, quattro ore d’interrogatori, ci ha permesso di cogliere la volontà del governo israeliano di monitorare l’arrivo “turistico” nei territori occupati. L’impressione era che non volessero capire che cosa noi saremmo andate a fare, ma mostrare la loro fermezza e tentare di ostacolare in tutti i modi la presenza di possibili testimoni dell’occupazione in atto. Ad ogni modo, noi quel cielo l’abbiamo sorvolato e attraversato.
La terra. La prima attività che svolgiamo con l’associazione palestinese è la campagna del Olive Picking che consiste nella raccolta delle olive presso i campi dei contadini palestinesi e in tour politici nei quali si informa sulla situazione socioeconomica della Palestina e sugli effetti del muro di Apartheid. In pochi giorni riusciamo così a visitare alcune zone di campagna dove i contadini, a cui sono state confiscate le terre, lottano per coltivare il proprio suolo e i propri uliveti. In queste zone, la presenza degli internazionali facilita il loro lavoro e impedisce che i militari possano commettere soprusi: capita spesso che vengano abbattuti alberi e che vengano rubati dei sacchi di olive. Le terre dei contadini che abbiamo visitato sono situate in una piccola striscia di terreno che è circondata dalle colonie israeliane, insediatesi là illegalmente ed appoggiate, oltreché incoraggiate, dal governo israeliano. Per le colonie che nascono dall’esproprio delle terre palestinesi vengono scelti i suoli con falde acquifere che inevitabilmente controllano e riducono la quantità di acqua destinata anche ai terreni vicini. Nonostante molti di questi contadini abbiano documenti che attestano la proprietà della loro terra, gli espropri inesorabilmente continuano. In diverse conferenze a cui abbiamo partecipato è emerso che nel 2009 c’è stata un’impennata notevole di abbattimenti di case palestinesi, in particolare nella città di Gerusalemme.
Check point. In Palestina noi occidentali siamo padroni della loro terra, possiamo oltrepassare le frontiere, recarci in Israele, entrare nelle sinagoghe ed attraversare liberamente i check point. Durante i giorni di nostra permanenza sono state diverse le volte in cui le nostre guide non hanno potuto passare con noi i check point. Nessuno di loro poteva oltrepassare il muro di Betlemme per entrare a Gerusalemme, per cui ad accompagnarci è stata una militante israeliana dell’ICAHD che lotta contro la demolizione delle case palestinesi a Gerusalemme. La seconda volta è accaduto quando siamo entrati nella sinagoga di Hebron. La nostra guida pur essendo cristiana non è potuta entrare perché palestinese. E’come un marchio, un numero indelebile sul corpo. Ma a noi nessuno ha chiesto a quale religione appartenessimo. I check point israeliani controllano anche l’ingresso alla moschea adiacente alla sinagoga. Perciò non solo i cristiani palestinesi non possono entrare nella sinagoga, ma i palestinesi musulmani non possono neanche entrare liberamente nella loro sede di preghiera. La città di Hebron è sicuramente la più rappresentativa di una condizione di popolo occupato e continuamente assediato militarmente. Nell’ultima visita a Hebron abbiamo incontrato una famiglia che ha subito un’incursione armata nella sua abitazione. Ci raccontano di una stanza dove è morto un bambino, di massi enormi lanciati dall’alto e di continue rappresaglie subite. I bambini del centro convivono con armi e soprusi. Le vie della città pullulano di militari armati e tra le vie del mercato si possono vedere filo spinato e reti per contenere i rifiuti che vengono lanciati quotidianamente dai coloni. Per il resto, a Betlemme la presenza del muro incombe. Ne delimita uno spazio, una terra, un mondo, un’occupazione e un cielo in cui a volare sono solo gli aerei militari israeliani.
Cliccate su questo link per trovare il racconto fotografico dell’Olive Picking.

1 Commento a “La terra e il cielo”

  1. Giovanni Joan Oliva scrive:

    Grazie Alice per la tua testimonianza.

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