L’antifascismo è un valore non negoziabile

1 luglio 2018
[Franco Astengo]

Mai come quest’anno è necessario tenere viva la memoria dei fatti del luglio ’60, partendo dallo sciopero generale di Genova svoltosi il 30 giugno di quell’anno. Il ricordo appare di grande importanza nel momento in cui sarebbe indispensabile ritrovare tutta la nostra capacità d’impegno e di vigilanza democratica. Ribadendo che continuiamo a considerare l’antifascismo un valore in sé assolutamente non negoziabile.

30 GIUGNO 1960: La rivolta di Genova e la vittoria della democrazia

Era l’Italia del 1960. Il Paese si trovava in pieno miracolo economico ma il benessere nascondeva profonde lacerazioni socio-politiche. Si stava provando, con fatica, a uscire dagli anni’50 e a far nascere il centrosinistra. Un giovane democristiano, Fernando Tambroni esponente della corrente del presidente della Repubblica Gronchi, assumeva la presidenza del Consiglio sostenuto da una maggioranza comprendente il partito neofascista, il MSI.

MSI che stava tornando alla ribalta con la sua ideologia e la sua iniziativa: decise, alla fine di giugno, di tenere il suo congresso a Genova, città medaglia d’oro della Resistenza. L’antifascismo, vecchio e nuovo, disse di no. Comparvero sulle piazze i giovani dalle magliette a strisce, i portuali, i partigiani. La Resistenza riuscì a sconfiggere il rigurgito fascista. Ma si trattò di una vittoria amara: a Reggio Emilia e in altre città la polizia sparò sulla folla causando numerose vittime. Questi i fatti, descritti più nel dettaglio attraverso la cronologia che troverete in calce a questo articolo.

Sui fatti accaduti in quell’intenso e drammatico inizio d’estate del 1960 è necessario però tornar sopra per riflettere, partendo da un dato. Non si trattò semplicemente di un moto di piazza, di opposizione alla scelta provocatoria dell’MSI di convocare il proprio congresso a Genova e di annunciare che sarebbe stato presieduto da Carlo Emanuele Basile, soltanto quindici anni prima protagonista nella stessa città di torture e massacri verso i partigiani e la popolazione. Si trattò invece di un punto di vero e proprio snodo della storia sociale e politica d’Italia.

Erano ancora vivi e attivi quasi tutti i protagonisti della vicenda che era parsa chiudersi nel 1945 ed è necessario considerare come quei fatti si inserissero dentro una crisi gravissima degli equilibri politici: crisi inserita anche in un mutamento profondo dello scenario internazionale, dove si muovevano i primi passi del processo di distensione ed era in atto il fenomeno della “decolonizzazione”, in particolare in Africa, con la nascita del movimento dei “non allineati”.

Prima ancora però dovrebbe essere valutato un elemento, a nostro avviso, di fondamentale importanza. Abbiamo accennato all’entrata in scena di quella che fu definita la generazione “dalle magliette a strisce”, i giovani che per motivi d’età non avevano fatto la Resistenza ma ne avevano respirata l’aria entrando in fabbrica o studiando all’Università accanto ai fratelli maggiori; vevano vissuto il passaggio dall’Italia arretrata degli anni’40-’50 al boom, alla modernizzazione, al consumismoe alle migrazioni bibliche dal Sud al Nord, con una difficile integrazione sociale e culturale.

Allora i moti del luglio’60 non possono essere considerati semplicemente un punto di saldatura fra le generazioni, anzi rappresentano un momento di conflitto, di richiesta di cambiamento profondo, non limitato agli equilibri politici. Un punto di analisi, questo, non ricordato di frequente: così ecco un testo illuminante, scritto da Raniero Panzieri e apparso il 25 luglio del 1960 proprio nel momento in cui i nuovi equilibri politici si andavano formando (il governo Tambroni si era dimesso e Amintore Fanfani si apprestava a varare quel ministero che Aldo Moro avrebbe definito delle “convergenze parallele”: per la prima volta, infatti, il PSI si sarebbe astenuto, come i Monarchici, sull’altro versante. Si trattava del prodromo del governo organico di centrosinistra che poi lo stesso Moro avrebbe presieduto nel dicembre 1963).

L’articolo di Panzieri (che non aveva ancora aperto la serie dei “Quaderni Rossi“) uscì sulla rivista della federazione torinese del PSI, “La Città“: eccone uno stralcio particolarmente significativo.

«E’ dunque necessario conquistare, al livello delle forze politiche organizzate, una consapevolezza precisa e seria del movimento reale del Paese. E per questo occorre, innanzi tutto, riconoscere i tratti del processo democratico che da lungo tempo è andato maturando nella nostra società, al di fuori, in gran parte, dalle linee e dagli obiettivi perseguiti dai partiti di sinistra. Ciò che è caratteristico di questo processo è che, nonostante la sua estraneità ai partiti, non ha per nulla i connotati tipici della “spontaneità”: il suo grado di coscienza è fortemente sottolineato dalla capacità delle giovani leve operaie di “servirsi” del sindacato unitario (soprattutto) e anche dei partiti di classe, nella stretta misura in cui la partecipazione e il sostegno delle organizzazioni operaie esistenti sono necessari all’affermazione di uno schieramento unitario di classe. Perciò l’estraneità organizzativa ai partiti di decine di migliaia di giovani operai, che sono state la punta avanzata del movimento, deve essere valutata come un rapporto di spinta, di azione critica esercitata da forze consapevoli, ora in modo chiaro, ora in forme incerte e travagliate, di rappresentare esigenze e scopi di lotta più complessi e più avanzati di quelli offerti dalle organizzazioni e di dover esercitare con la loro autonomia una pressione perché queste si adeguino ai rapporti di classe…

… Ma questi elementi possono prendere rilievo e consistenza durevole soltanto in una prospettiva politica generale. E proprio questa prospettiva è presente nell’azione dei partiti solo assai parzialmente e in modo deformato. Essa dovrebbe concretarsi nella rivendicazione di un mutamento profondo nelle strutture economiche e sociali, nella individuazione dei processi totalitari del potere, che dalla grande fabbrica si estendono a tutti i livelli del Paese, in un rifiuto del divario che l’azione capitalistica provoca e aggrava di continuo tra la realtà dei rapporti politici e le istituzioni…».

Fin qui l’articolo di Raniero Panzieri: un Panzieri quasi profetico a indicare temi che poi sarebbero stati alla base delle lotte operaie del decennio, fino a sfociare nell’ “Autunno caldo” del 1969, nell’unità e nel sindacato dei “Consigli” (stava già nell’articolo citato quell’interrogativo a proposito del luglio’60: ultimo episodio della Resistenza o primo vagito del ’68?).

Quanto vale oggi il richiamo di Panzieri in un momento in cui sono attaccati direttamente i diritti fondamentali strappati con le lotte di quella stagione e che non appaiono difesi, se non soltanto da minoranze apparentemente isolate, in un complessivo sfrangiamento sociale e in una sostanziale atonia politica? Interrogativi che rimandano a una complessa e difficile attualità.

In quel luglio ’60 (da considerare – ripetiamo – nel complesso di una fase di cambiamento della società e della politica) si aprì a sinistra una discussione sulla natura della Dc, fino a quel momento perno fondamentale del sistema politico italiano. Molti si chiesero, a quel momento, se dentro la DC covasse il “vero fascismo” italiano: non quello rumoroso e un poco patetico del MSI, ma quello vero; che poteva considerarsi il vero referente dei ceti dominanti, capace di portare al blocco sociale di potere l’apporto della piccola e media borghesia.

La Dc appariva, dunque, a una parte della sinistra, soprattutto nei giorni infuocati della repressione, come il partito che avrebbe potuto in qualunque momento rimettere in moto in Italia (eravamo a soli quindici anni dalla Liberazione) un meccanismo politico-sociale-repressivo-autoritario tale da dar vita a nuove esperienze di tipo fascista.

L’analisi sviluppata dal Pci togliattiano fu diversa. Nonostante le asprezze della polemica quotidiana, il Pci aveva assunto come una delle prospettive di fondo di tutta la sua strategia (assieme a quella, prioritaria, della “legittimazione nazionale” del partito) l’intesa con le masse cattoliche, da sottrarre al predominio moderato prevalente dal ’47 in poi grazie alla “guerra fredda”. Ma la prospettiva non era così ingenua: essa comportava il proposito di far emergere le forze presenti all’interno della DC, anche al vertice del partito. Nel luglio ’60 il Pci cercò di operare in quella direzione e il successo dello sciopero generale, pur macchiato di sangue, si rivelò efficace e significativo anche perché dall’interno della DC si aprì finalmente un varco a quella parte del gruppo dirigente che, sulle rovine dell’esperimento Tambroni, poté riproporre con maggiore efficacia e speranza di esito positivo una soluzione diversa: quella delle “convergenze parallele” e, successivamente, del centrosinistra “organico”. Oggi, possiamo meglio valutare l’esito di quei fatti: le contraddizioni che ne seguirono, il rattrappirsi progressivo della realtà riformatrice (a partire dal “tintinnar di sciabole” dell’estate 1964, fino alla disgraziata stagione del terrorismo, aperta nel 1969 dalle bombe di Piazza della Fontana) e l’assunzione, in particolare da parte del PSI, via via di una vocazione “governista” sfociata nel decisionismo craxiano, con lo sviluppo abnorme della partitocrazia (con il contributo di un complessivo “consociativismo” allargato all’intero arco parlamentare) e infine nella “questione morale” che segnò, all’inizio degli anni’90, lo sconquasso definitivo del quadro di governo. Ebbene, proprio in quella situazione, l’implosione della Dc consentì di verificare la giustezza di certe analisi: gran parte dell’elettorato democristiano trovò infatti sede politica in Alleanza Nazionale (l’ex-MSI diventato ormai vero e proprio soggetto di massa) e in Forza Italia (diventato subito il maggior partito italiano, dal punto di vista dei risultati elettorali). Alleanza Nazionale e Forza Italia alleate con la regressione culturale e le pulsioni razzistiche insite anche nella Lega Nord che oggi verifichiamo essersi tragicamente imposte come egemoni nel “ventre molle” di un Paese di cui Gobetti scrisse del «fascismo come autobiografia della Nazione». Si trattò allora . Negli annki ’90 – di una pesante svolta a destra dell’asse politico del Paese di cui non si ebbe piena consapevolezza con i vertici della sinistra d’allora inebriati (dopo lo scioglimento dei grandi partiti storici) dall’illusoria prospettiva dell’alternanza e del “finto” bipolarismo”. E’ degenerato così il quadro politico fino al presentarsi della situazione di oggi. L’Italia sembra stretta nella morsa fra “antipolitica” e “populismo”, micidiale miscela che ha composto il propellente destinato alla formazione del governo in carica. Ne è sortito un clima pesante, quasi di odio individualistico, di rifiuto degli altri e non solo dei “diversi”, quasi una fotografia di una società italiana esausta e sfrangiata pronta ad abbandonarsi nell’idea della forza, magari esercitata in forme di vera e propria limitazione della democrazia. Nel frattempo si sono smarriti, per la gran parte, i valori fondativi non solo della Resistenza e della Costituzione ma della stessa convivenza civile e democratica, mentre si sono innalzati gli indici di disuguaglianza, sfruttamento, sopraffazione.

A questo stato di cose è necessario pensare anche nel momento in cui possiamo affermare con intatto orgoglio che nel luglio ’60 vinse la democrazia.

Cronologia dei fatti che sfociarono nella rivolta del luglio 1960

24 febbraio

Il presidente del Consiglio, Antonio Segni rassegna le dimissioni

20 marzo

Segni rinuncia all’incarico di formare un governo con l’astensione dei socialisti per l’opposizione di settori democristiani, che minacciano la formazione di un secondo partito cattolico. Con una iniziativa personale il presidente della Repubblica, Giovanni Gronchi, affida l’incarico a Fernando Tambroni.

26 marzo

Il governo Tambroni giura nelle mani del Capo dello Stato. Si tratta di un monocolore democristiano.

8 aprile

Il governo Tambroni ottiene la fiducia della Camera con 300 sì e 293 no. Votano a favore DC, MSI e 4 ex monarchici, contro i deputati di tutti gli altri partiti. I ministri Pastore e Bo e i sottosegretari Antonio Pecoraro, Nullo Biaggi e Lorenzo Spallino, tutti appartenenti alla sinistra della DC, si dimettono immediatamente per protesta, seguiti immediatamente anche dal ministro Fiorentino Sullo, della corrente di “base”.

13 aprile

Fanfani, che aveva ricevuto l’incarico il 14 per la formazione di un tripartito con l’appoggio del PSI, rinuncia per l’opposizione degli andreottiani e degli scelbiani, dei seguaci di Paolo Bonomi (Coldiretti) e di settori dorotei.

23 aprile

Gronchi respinge le dimissioni di Tambroni anche su sollecitazione del segretario della DC Aldo Moro e lo invita a ripresentare il governo al Senato per completare la procedura del voto di fiducia.

29 aprile

Tambroni ottiene la fiducia del Senato con 128 sì (DC, MSI, 1 monarchico, Raffaele Cadorna e Giuseppe Paratore) e 110 no. La direzione della DC aveva, il giorno precedente, stabilito che il governo rimanesse in carica fino al 31 ottobre per consentire l’approvazione dei bilanci, limitandosi quindi all’ordinaria amministrazione.

21 maggio

Un comizio del deputato del PCI Giancarlo Pajetta è interrotto a Bologna da un commissario di polizia, provocando la protesta degli intervenuti. La “celere” ferisce il deputato comunista Giovanni Bottonelli. Pajetta aveva criticato la politica estera del governo e il commissario lo aveva interrotto e ingiunto di sciogliere la riunione.

25 giugno

A Genova si tiene un comizio contro il congresso del MSI, autorizzato da tempo dal governo, che dovrebbe cominciare il 2 luglio al Teatro Margherita, a pochi metri dal sacrario dei caduti partigiani di via XX Settembre. La decisione del MSI di tenere il congresso a Genova è ritenuta provocatoria, anche perché se ne vuole affidare la presidenza a Carlo Emanuele Basile, prefetto della città nel periodo della Repubblica Sociale Italiana e responsabile di arresti e torture di partigiani.

27 maggio

A Palermo 30 persone rimangono ferite in conseguenza dell’intervento della “celere” contro lo sciopero generale proclamato da CGIL, CISL,UIL per sollecitare misure a favore dell’economia cittadina.

28 giugno

Una grande manifestazione si tiene a Genova, organizzata da PCI, PSI, PSDI , PRI, PR e dalle associazioni partigiane per protestare contro il congresso del MSI. Parla Sandro Pertini che chiede il rispetto della norma costituzionale che vieta la riorganizzazione del disciolto Partito Fascista. La CGIL proclama lo sciopero generale e si stabilisce che a partire dal 30 giugno i capi delle formazioni partigiane, guidate dal presidente onorario della Corte di Cassazione Domenico Peretti Griva montino la guardia al sacrario dei partigiani caduti.

30 giugno

Un corteo antifascista che percorre il centro di Genova è bloccato dalla polizia con il lancio di bombe lacrimogene. Rimangono ferite 83 persone. A Genova è proclamato lo sciopero generale. Anche in altre città si verificano incidenti tra polizia e manifestanti antifascisti.

1 luglio

La questura di Genova, su sollecitazione del governo, propone al MSI di spostare la sede del Congresso a Nervi. Il MSI prima rifiuta, poi accetta. Viene sospeso lo sciopero.

5 luglio

Un morto, il giovane Vincenzo Napoli e 24 feriti a Licata (Agrigento) sono il bilancio degli scontri fra polizia e dimostranti nel corso dello sciopero generale contro la disoccupazione, guidato dal sindaco democristiano della città. Il ministro dell’Interno Giuseppe Spataro, intervenendo sul bilancio del suo ministero, accusa i comunisti di aver fomentato le manifestazioni di Genova e di aver scientemente perseguito una azione di forza contro il governo e le istituzioni dello Stato. Neofascisti incendiano a Ravenna l’abitazione del senatore Arrigo Boldrini (detto Bulow) medaglia d’oro della Resistenza e presidente dell’ANPI. A Milano è devastata la sede del Partito Radicale, mentre a Roma vengono lanciate bombe contro una sezione del PCI.

6  luglio

A Roma una manifestazione antifascista a Porta San Paolo, organizzata dalle associazioni partigiane e in un primo momento autorizzata dalla questura, è proibita all’ultimo momento. La manifestazione si tiene egualmente ed è duramente repressa dalla polizia, che fa uso di idranti e interviene con le jeep e una carica a cavallo, guidata dal futuro campione olimpico Raimondo D’Inzeo, capitano dei carabinieri. Sono feriti diversi deputati, più gravemente il socialista Gian Guido Borghese e i comunisti Walter Audisio, Ambrogio Donini e Pietro Ingrao. Sono fermati numerosi deputati del PCI e del PSI. Giancarlo Pajetta irrompe alla Camera gettando verso lo scranno del presidente dell’assemblea, Giovanni Leone, la giacca insanguinata di Ingrao. La DC rivolge un appello al Paese e dichiara “la sua fedeltà agli ideali della Resistenza e ai valori della libertà”. Sono proclamati scioperi a Bologna e a Roma.

7 luglio

A Reggio Emilia, nel corso della manifestazione di protesta (per i fatti di Roma) che si svolge in contemporanea con tutte le altre piazze d’Italia, la polizia uccide cinque dimostranti: Ovidio Franchi 19 anni, Lauro Ferioli 21 anni, Marino Serri 40, Emilio Reverberi 21, Afro Tondelli 20. A Parma, Modena, Castellamare di Stabia e Napoli si registrano feriti. Protagonisti degli scontri sono ovunque giovani che rimarranno nella memoria del Paese come “ i ragazzi delle magliette a strisce”. La CGIL indice uno sciopero generale, al quale non aderiscono CISL e UIL.

8 luglio

A Palermo e Catania rimangono uccise quattro persone nelle manifestazioni legate allo sciopero generale: sono Andrea Gangitano (20 anni), Francesco Vella (45), Rosi La Barbera (54) e Salvatore Novembre (22).

9 luglio

I funerali delle vittime di Reggio Emilia si svolgono alla presenza del senatore Ferruccio Parri e con la partecipazione di 80.000 persone, dopo che per tutto il giorno e per tutta la notte la cittadinanza era sfilata davanti alle salme, composte nell’atrio del Teatro Municipale. Il giorno dopo migliaia di persone presenzieranno a Palermo ai funerali delle vittime dell’8, vi parteciperanno il segretario generale della CGIL, Agostino Novella e il vicesegretario del PCI Luigi Longo.

19 luglio

Tambroni rassegna le dimissioni dopo un colloquio con il presidente della Repubblica.

27 luglio

Fanfani costituisce il suo III governo, che giura al Quirinale: si tratta di un monocolore democristiano.

3 agosto

Il governo Fanfani ottiene la fiducia dal Senato con 126 sì, 58 no e 36 astensioni. Votano a favore DC, PSDI, PLI, contro PCI e MSI, si astengono monarchici e socialisti. Alla Camera si voterà la fiducia il 5: la maggioranza sarà composta anche dal PRI e Comunità non presenti al Senato; il governo otterrà 310 voti a favore, 156 contro, 96 astensioni. L’astensione dei monarchici a destra e del PSI a sinistra indurrà Aldo Moro a definire quello di Fanfani il governo delle “convergenze parallele” intendendo con ciò che i contributi di monarchici e PSI, entrambi preziosi, sono tuttavia destinati a non incontrarsi, autonomi l’uno dall’altro. Si apriva così la stagione che avrebbe portato nel dicembre 1963 al primo governo organico di centro – sinistra presieduto da Aldo Moro.

Dalla Bottega del Barbieri: Intorno a quei drammatici giorni abbiamo pubblicato il post di David Lifodi (Scor-data: 30 giugno 1960) e la vignetta-ricordo di Energu che trovate in apertura. Nel post «Di nuovo a Reggio Emilia…»trovate notizie su «Il sole contro», un documentario (del 2025 di Giuliano Bugani) sulla strage di polizia del 1960 a Reggio.

Ma cosa sono le “Scor-daate”? Nota per chi capisse qui soltanto adesso

Per «scor-data» qui in “bottega” si intende il rimando a una persona o a un evento che il pensiero dominante e l’ignoranza che l’accompagna deformano, rammentano “a rovescio” o cancellano; a volte i temi possono essere più leggeri ché ogni tanto sorridere non fa male, anzi. Ovviamente assai diversi gli stili e le scelte per raccontare; a volte post brevi e magari solo un titolo, una citazione, una foto, un disegno. Comunque un gran lavoro. E si può fare meglio, specie se il nostro “collettivo di lavoro” si allargherà. Vi sentite chiamate/i “in causa”? Proprio così, questo è un bando di arruolamento nel nostro disarmato esercituccio. Grazie in anticipo a chi collaborerà, commenterà, linkerà, correggerà i nostri errori sempre possibili, segnalerà qualcun/qualcosa … o anche solo ci leggerà.

[Pubblicato dalla redazione della Bottega del Barbieri]

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