L’assassinio di Giacomo Matteotti

1 novembre 2017
[Claudio Natoli]

Anzitutto, dobbiamo essere grati all’avv. Dore e all’ANPPIA per l’impegno, attraverso questo ed altri contributi dedicati ai giovani di oggi, nel mantenere viva la memoria dell’antifascismo attraverso le sue figure più emblematiche, Matteotti nel libro di cui discutiamo questa sera, ma anche Piero Gobetti, un altro protagonista di questa storia molto caro all’autore.

Questo impegno, a me pare, sia oggi anche più importante di quanto non fosse alcuni decenni fa. Le trasformazioni epocali del mondo contemporaneo, i nuovi fenomeni di concentrazione oligarchica del potere, ma anche i “mutamenti genetici” che sono intervenuti nell’area politica di quelli che una volta erano i maggiori partiti della sinistra hanno comportato una sorta di “corto circuito” nei rapporti tra le generazioni, cui si è accompagnata su di un piano più generale una sorta di costrizione a vivere in un “eterno presente”, privo di memoria e di storia. La frantumazione della realtà politica e sociale e delle esperienze individuali delle persone e i nuovi assetti del potere che si sono andati affermando in Europa e nel mondo a partire dagli anni ’80 del ‘900, sembrano andare di pari passo con uno degli aspetti più tipici dello “spirito del tempo” che oggi viviamo: e cioè una tendenza all’azzeramento della storia e della memoria. Presi nel loro insieme, questi fenomeni non sono una conseguenza inevitabile dei processi di modernizzazione, perché hanno una precisa valenza politica. Essi costituiscono piuttosto il contesto della più pervasiva e pericolosa sfida che le forze della destra, oggi “neoliberista”, abbiano lanciato dopo il 1945 contro le basi stesse della rinascita democratica e civile dell’Europa dopo la tragedia della Seconda guerra mondiale e la disfatta del nazifascismo: una rinascita che aveva avuto al centro la rifondazione della democrazia e della cittadinanza democratica di fronte ai regimi fascisti, ma anche di fronte agli ordinamenti liberali tradizionali crollati dopo la crisi del ’29. Essa si era tradotta nella ridefinizione della sfera pubblica dei diritti, aveva posto al centro il principio dell’uguaglianza, l’indissolubilità dei diritti politici e di quelli sociali di cittadinanza e la costituzionalizzazione del lavoro. Tutto ciò aveva aperto la strada ad una democrazia inclusiva, partecipativa e socialmente avanzata, nonché all’azione programmatica, perequativa e redistributiva della ricchezza, alla tutela prioritaria del bene comune da parte dei poteri pubblici rispetto agli interessi di mercato, costituendo le fondamenta per l’affermazione della “civiltà” del Welfare State. La nostra Costituzione repubblicana e la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo da parte dell’ONU del 1948 sono stati e rimangono due documenti emblematici di quel decisivo passaggio d’epoca.
Non è qui possibile procedere a un approfondimento analitico di tematiche così complesse, né tracciare un quadro d’insieme dei diversi ambiti di quella “rivoluzione passiva”, per usare una pregnante categoria gramsciana, nella quale siamo precipitati da un trentennio a questa parte e che, tra gli altri esiti, ha finito per disgregare e inglobare, in Italia e in Europa, quella che si suole definire oggi la “sinistra di governo”. C’è un bel libro di sintesi dello storico britannico Tony Judt, intitolato significativamente Guasto è il mondo, che si raccomanda alla lettura, per non parlare del magistrale affresco dedicato al Secolo breve da Eric Hobsbawm, uno dei più grandi storici del ‘900.
Ciò che in questa sede è importante sottolineare è come, in particolare in Italia, da molti anni questa situazione generale si sia manifestata anche nel fatto che l’antifascismo e la Resistenza siano divenuti una memoria scomoda per molte parti del ceto politico e di governo, della grande stampa di opinione e più in generale del sistema mediatico: e questo non solo per quello che questi movimenti hanno rappresentato nella storia passata del nostro paese, ma anche e soprattutto per quello che possono rappresentare oggi in termini di valori, di memoria e di quella consapevolezza storica collettiva che è indispensabile per interpretare criticamente il presente e anche per progettare un futuro diverso. La ventennale campagna di delegittimazione della Carta costituzionale, che è passata proprio attraverso la denigrazione dell’antifascismo e della Resistenza, nonché i ripetuti tentativi di stravolgerla, peraltro non andati a buon fine, devono molto non solo alla falsificazione della storia e alla cancellazione della memoria critica del passato fascista promossa dal cosiddetto “revisionismo”, ma anche alle pulsioni a dimenticare “per essere moderni e per andare più spediti verso il nuovo” (L. Paggi) che hanno conquistato molte e anche inopinate parti del ceto politico.
In questo contesto anche Matteotti non ha costituito una eccezione. Osserva Giovanni Maria Bellu nella prefazione al libro che , al di là della retorica d’occasione, la vicenda di Matteotti nella sfera pubblica sembra “caduta oggi in un sostanziale oblio”. E aggiunge: “Oggi a maggior ragione, perché ricorda a tutti che ci sono momenti nei quali la politica deve semplicemente dire ‘basta’. Che esistono valori non negoziabili. Ieri la democrazia. Oggi i diritti umani” (p.10). Per parte mia mi permetterei di aggiungere: “oggi, sia l’una che gli altri”.
Lo scritto dell’avv. Dore di cui qui discutiamo, è espressamente rivolto a “far conoscere, a chi ancora non ne ha avuto modo, la figura di questo straordinario uomo politico e l’infamia di chi ha voluto farlo tacere per sempre”(p.15), e ripercorre, in una forma molto agile e piana, gli aspetti salienti della questione. In una straordinaria rievocazione scritta su “La Rivoluzione liberale” a soli 20 giorni dal rapimento, Piero Gobetti sottolineava lo spessore culturale, la coerenza morale e il rigore “protestante” che distingueva Matteotti non solo dal ceto politico parlamentare del suo tempo, ma anche all’interno del partito socialista e della stessa corrente riformista a cui apparteneva. Ne valorizzava le qualità di uomo politico, piuttosto che di tribuno, la competenza e il rifiuto dell’improvvisazione, il suo impegno costante per l’emancipazione e l’elevamento culturale delle plebi rurali del rovigiano e del ferrarese, l’impronta volontaristica e il rifiuto della subalternità al giolittismo, l’azione per formare “tra i socialisti i nuclei della nuova società: il comune, la scuola, la cooperativa, la lega”. In effetti, tratto caratteristico di Matteotti era una prospettiva di trasformazione della società che partiva dal basso, che “andava dalla periferia al centro, dalla cooperativa al comune, dalla provincia allo Stato” senza mai smarrire il legame che univa l’idea socialista e il movimento reale, e cioè il legame con la sua gente.
Fu proprio in virtù di questo ininterrotto rapporto politico e umano che Matteotti seppe percepire per tempo dapprima la catastrofe dell’intervento in guerra e la reazione di classe che questa comportava, rovesciandole nell’intransigenza pacifista, ed in seguito, il legame che univa il nascente fascismo, lo schiavismo agrario, l’acquiescenza e la connivenza del ceto politico liberale e degli apparati amministrativi dello Stato, un fattore quest’ultimo che avrebbe aperto la strada alla sua stessa dissoluzione. La battaglia di Matteotti contro le illusioni “normalizzatrici”, la passività, i compromessi e anche i cedimenti che attraversavano anche il tradizionale riformismo socialista, ebbe al centro la ferma convinzione che il principale, anche se non l’unico, protagonista della lotta antifascista avrebbe dovuto essere il movimento operaio e che questa lotta avrebbe dovuto essere finalizzata alla riconquista delle “civili libertà”: un punto sul quale sarebbe stato portato a polemizzare aspramente con i comunisti. Allo stesso modo Matteotti, a differenza di non pochi suoi compagni di partito, non sottovalutò la svolta segnata dalla “marcia su Roma”, e quindi il processo già avviatosi verso la dittatura favorito dalla classe capitalistica, nel corso del quale Mussolini avrebbe utilizzato ogni forma, anche estrema, di illegalità e di violenza. In questo senso, la celebre denuncia del clima di illegalità, di brogli e di sopraffazioni nelle elezioni politiche del 1924, avvenute sulla base della Legge Acerbo, definita da Matteotti una “legge truffa” (mi ha colpito questo termine, destinato a riecheggiare anche nei primi anni dell’Italia repubblicana): una denuncia che investì anche il sistema di malaffare instauratosi ai vertici del Partito fascista, non fece che rafforzare in lui la determinazione di “affrontare la morte volontariamente, se questo gli fosse sembrato il mezzo adatto per ridare al proletariato la libertà politica perduta”, così come scrisse a Gobetti un lavoratore ferrarese il 16 giugno 1924. Ed è appena il caso di ricordare che, subito dopo la conclusione del discorso, Matteotti suggerì ai compagni che lo attorniavano di preparare la sua orazione funebre.
Negli ultimi capitoli del libro l’avv. Dore si sofferma giustamente sulle responsabilità del delitto, riconducendole direttamente non solo al più stretto entourage, ma alla persona di Mussolini, che, dopo aver istituito la cosiddetta Ceka fascista di Dumini, fu anche il committente delle selvagge aggressioni che portarono alla morte di altri eminenti oppositori (Don Minzoni, Gobetti, Amendola) o di esponenti dello stesso fascismo dissidente. Per il delitto Matteotti la cerchia dei più stretti collaboratori di Mussolini è, se possibile, ancora più ampia: il capo dell’ufficio stampa della Presidenza del Consiglio Cesare Rossi, il sottosegretario agli Interni Aldo Finzi, il capo della polizia De Bono, il segretario amministrativo del Partito fascista Marinelli, il direttore del quotidiano ufficioso “Il Corriere italiano” Filippelli. Questi nomi e questi ruoli indicano di per sé il coinvolgimento del duce nel delitto. Anche l’iter giudiziario della vicenda, che culminò nel “processo farsa” di Chieti testimonia della responsabilità diretta del capo del fascismo: le falsità e le azioni di depistaggio, l’insediamento di giudici compiacenti (poi generosamente ricompensati), la difesa di Dumini assunta in prima persona da quello che allora era l’esponente più facinoroso dello squadrismo, nonché segretario del Partito fascista, Roberto Farinacci.
Sarebbe stato forse utile un capitolo finale sulle vicissitudini successive dei personaggi coinvolti. I collaboratori di vertice che non avevano chiamato in causa il ruolo di Mussolini furono prontamente riabilitati, mentre i sicari non scontarono neanche la pena irrisoria loro comminata grazie a una provvidenziale amnistia emanata dal governo fascista. Di più: Dumini dopo qualche anno, in cambio del suo silenzio, ottenne uno stipendio mensile di 2500 lire (pari a quello di un consigliere di Cassazione) e una concessione in Cirenaica che ne fece uno degli uomini più ricchi della colonia. L’autista della Ceka Malachia ebbe anch’egli un’analoga concessione e fece per di più carriera al Ministero delle colonie. Concessioni e prebende ebbero anche gli altri membri della squadra omicida. L’unica cosa incomprensibile in questa vicenda rimane il fatto che dopo che finalmente nel 1947 Dumini fu processato da un tribunale della Repubblica e condannato all’ergastolo, fu poi inspiegabilmente graziato nel 1956. Il che potrebbe anche portare a riflettere su quanto sia stata travagliata la “resa dei conti” con l’eredità del fascismo nella stessa Italia repubblicana.
Un appunto che mi sentirei di rivolgere in questa sede all’avv. Dore, accanto all’attribuzione di una fotografia alla mobilitazione fascista di Napoli (in realtà si tratta dell’ingresso delle squadre nella romana piazza del popolo durante la “marcia su Roma”), riguarda l’indicazione dei principali esponenti del massimalismo (le figure più emblematiche, più che Enrico Ferri, che appartiene a un’altra stagione della storia del PSI, furono, nel caso più nobile, Giacinto Menotti Serrati, e in quello più inglorioso Nicola Bombacci). Inoltre non mi sentirei di condividere il giudizio eccessivamente severo sull’Aventino, a cui si rimproverano non solo le illusioni legalitarie che dominarono quell’esperienza, ma anche l’errore di abbandonare il Parlamento. A me pare che senza questo atto clamoroso non vi sarebbe stato quel potente segnale di presa di coscienza e di ribellione morale che avrebbe scosso l’intero paese e portato alla soglia del dissolvimento il governo fascista, che fu invece salvato non solo dal re, ma da tutte le forze conservatrici e reazionarie con continuarono a sostenerlo, in nome della restaurazione dell’ordine e della tradizionali gerarchie sociali, e cioè la grande industria, gli agrari, i vertici della burocrazia e dell’esercito, e anche la Santa Sede, che furono le colonne portanti del regime fino alla vigilia della sua dissoluzione.
Inoltre non è inutile ricordare che con l’Aventino, per la prima volta, l’antifascismo non fu più prerogativa esclusiva delle forze del movimento operaio, si allargò a esponenti liberali e cattolici, e soprattutto si aprì la strada a una nuova generazione antifascista (quella dei Gobetti, dei Rosselli, dei Lussu, dei Morandi, del “Non Mollare”, ma anche di Gramsci e del rinnovato Partito comunista) che guarderanno non più alla restaurazione del vecchio Stato liberale, ma a una rivoluzione popolare antifascista che affrontasse in Italia il problema storico della democrazia, rimasto irrisolto dopo l’Unità.

[Questo scritto riprende la relazione svolta da Claudio Natoli alla presentazione del libro di Carlo Dore, L’assassinio di Matteotti, Anppia, Cagliari – Fondazione dei Sardegna, Cagliari, 10 0ttobre 2017]

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