Lavoro per tutti

1 Febbraio 2016
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Gavinu Dettori

Il lavoro non è considerato il contributo collettivo al benessere sociale, la partecipazione  al convivere comune con la elevazione a dignità di uomo e cittadino della persona. L’uomo, inserito nella catena di produzione, è rispetto all’impresa, un elemento, sebbene singolare, della stessa. L’ottica costituzionale è proprio ribaltata: non è l’uomo che si valorizza,  ma la merce che  in quanto trasformata produce profitto per l’impresa.

I diritti conquistati sul lavoro sono arrivati con il progredire della civiltà e con la conquista delle democrazie. Possiamo anzi dire che la civilizzazione dell’umanità  è  iniziata proprio con la liberazione dalla schiavitù: lo schiavo come strumento di lavoro. Ma anche  tutte le altre conquiste civili: libertà, giustizia democrazia, come oggi le viviamo, sono state opera delle rivendicazioni degli sfruttati, degli oppressi: I dominatori non avevano bisogno di ampliare  e rivendicare diritti, in quanto loro li possedevano  per averli usurpati agli altri. La civiltà è quindi una conquista delle classi povere.

Ma oggi con la crisi in atto, si sta manifestando un’aggressione a tutto tondo al diritto al lavoro, anzi sembra che la crisi si possa sanare soltanto se il lavoro rinuncia ai diritti conquistati. La globalizzazione e le sperequazioni fra gli stati ha portato ad un confronto salariale penalizzando i paesi più “progrediti”. Ma quali strategie sviluppare, per non arretrare sui diritti? La democrazia deve evolvere, non annichilirsi. Il  lavoro è uno dei temi fondamentali per lo sviluppo delle democrazie, ma è anche il fulcro principale del capitalismo sul cui terreno sarà difficile fare breccia. Al di la delle difensive, sempre perdenti, che  ci troviamo ad attuare quando si chiude o si disloca una fabbrica e  si perdono i posti di lavoro, no mi sembra si siano prospettate strategie alternative, di aggressione al sistema, dell’ancòra persistente sfruttamento dell’uomo come forza lavoro.  Concettualmente siamo ancora all’arcaismo, nel senso che lo sfruttamento persiste in forme subdole e mascherate.

 

SU TRIBALLU CHERIMUS!

1—Su triballu, lu cherimus,

su triballu a l’irventare(1),

su triballu ja l’ischimus,

nos servidi pro campare.

2—Su triballu lu partimus,

pro totu traballare.

Su triballu est libertade,

pro s’omìne est dignidade.

3—Nessunu est su mere de su triballu,

su triballu rispetta sa natura.

Chentza triballu sa vida, ite tristura!

In sa comunidade b’ada irballu.

4—In sa globalidade, a su triballu,

su mercadu li faghede  pagura.

5—Si s’omine che mertze lu endhimus,

moridi sa tziviltade jà  l’ischimus.

 

Traduzione letterale

IL LAVORO  VOGLIAMO!

1’—Il lavoro lo vogliamo,

il lavoro da inventare (1),

il lavoro lo  sappiamo,

ci serve per campare.

2’—Il lavoro lo dividiamo,

per tutti lavorare.

Il lavoro è libertà,

per l’uomo è dignità

3’—Nessuno è il padrone del lavoro,

il lavoro rispetta la natura.

Senza lavoro, la vita che tristezza!

Nella comunità vi è errore.

4’—Nella globalità, al lavoro,

il mercato gli fa paura.

5’—Se l’uomo come merce lo vendiamo,

muore la civiltà , lo sappiamo.

 

(1) Inventare il lavoro, inteso nel senso, non solo di creare uno spazio lavoro, un nuovo posto di lavoro ,bensì riferito all’invenzione moderna di nuovi rapporti di produzione, non più legati al rapporto padrone operaio, ma altro,che si adatti  ad un impegno collettivo, corale, socialmente partecipato, condiviso:nel senso che tutti lavorano,tutti si sentono partecipi della costruzione dello sviluppo della società, a pari dignità. Questo si può attuare forzando i limit degli spazi democratici, fino ad oggi forzati, (in acquiescenza delle forze della sinistra), dalle forze speculative di destra, del mercato che subdolamente si presenta neutro, ma nei fatti opera speculativamente, in favore dei ceti dominanti.

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