Le bambine del ‘68

1 ottobre 2018
[M. Tiziana Putzolu]

Gli inverni sembravano non finire mai e le estati, quei periodi in cui con la famiglia si andava in ferie, rigorosamente d’estate, erano lunghe e bellissime. Le bambine del ’68 avevano più o meno sei anni. Ancora per molto tempo le ricordavano tutte, quelle estati e quegli inverni, che poi si diventa donne e gli anni passati diventano un’unica sequenza indefinita. Erano contrassegnati dal colore dei cappottini invernali. Dal colore della cartella per andare a scuola. Del primo costume da bagno due pezzi.

Quello era l’anno del cappottino celeste, con la mantellina incorporata e la pelliccetta marrone al collo con due musetti di visone combaciati. La bambina cresce in fretta, troppo in fretta. L’anno successivo, infatti, ci sarebbe stato un cappottino rosso bordato di grigio al collo e ai polsi, di lana dura che sfregava il mento. Era l’anno della ‘600 grigio topo. Delle gonne delle mamme che iniziavano ad accorciarsi. Delle scarpe con la punta quadrata, alcune delle quali avevano una doppia suola.

Il rimmel le mamme avevano imparato velocemente ad usarlo, e pure l’eye liner. Si disegnavano gli occhi davanti allo specchio che sembravano delle egiziane cantando sottovoce La canzone di Marinella. In quella foto i capelli erano abbastanza corti, forse anche un po’ schiariti, e non c’era stato bisogno di chiedere il permesso al padre o al marito per poterli tagliare.

Si fumava qualche sigaretta tra amiche. A volte uscivano insieme a fare la spesa o a portare i bambini al parco con la bici. Nei parchi c’erano sempre tanti giovani che portavano i capelli lunghi e loro li chiamavano ‘i capelloni’. E i pantaloni a zampa di elefante.

Le mamme di quelle bambine non sembrava volessero andare a lavorare, in fabbrica o in qualche negozio a fare le commesse. Ci avrebbero forse pensato più avanti. Ora avevano una famiglia da attendere, una casa linda da portare avanti con l’aiuto di lavatrici, lucidatrici, nuovi oggetti in moplen, tazze, piatti, secchi e bacinelle a sostituire il vecchio alluminio. Avevano più o meno ventotto anni o giù di lì. Avevano molta classe ed erano la classe operaia.

A messa la domenica si cantava con la musica beat, e con la chitarra elettrica le lodi al Signore erano più allegre, fresche e giovanili. Si respirava un’aria di libertà. Al Palazzetto dello Sport strapieno di gente ci si agitava per ‘il molleggiato’ che cantava Chi non lavora non fa l’amore. Nelle case delle bambine del ’68 a volte si sentivano i Beatles alla televisione.

Si faceva la spesa alla Vegè, dove si poteva comprare mettendo tutto dentro ad un carrello metallico con le ruote che si spingeva tra le corsie del grande negozio che si chiamava Supermercato evitando di chiedere i prodotti al negoziante al banco, uno ad uno. Un etto di mortadella, una scatola di detersivo, un vasetto di marmellata. No, finito. Era giunto il tempo in cui la spesa si faceva da soli, si acquistava il pane già imbustato, si decantavano le lodi del purè liofilizzato, quanto veloce si prepara ed è anche buono. Della carne in scatola. Dei formaggini Susanna. Il condensato Nestlè. Il latte nei cartoni a forma di triangolo e il dado Star. Alla fine prelevavi tutto dal carrello e lo posavi su un tapis roulant ed una veloce cassiera faceva suonare con le dita i tasti della cassa come un pianoforte che sembrava musica. Un campanellino alla fine sottolineava l’apertura del cassetto dei soldi e l’uscita dello scontrino. A volte si andava alla Upim perché le bambine più che altro si divertivano su una scala che saliva e scendeva senza far fatica. Si chiamava scala mobile.

Nel piccolo appartamento al piano rialzato il telefono da parete nero lasciava il posto a quello, più elegante, grigio e da tavolo. Si chiedeva il permesso per poterlo usare. Le bambine del ‘68 andavano in una scuola tutta nuova intitolata a un Presidente americano che era stato appena ucciso e in tutti i lunghi corridoi erano appese le fotografie di lui che era bellissimo e della sua famiglia. Le bambine del ’68 frequentavano le lezioni in classi separate. Maschi da una parte con grembiuli neri e femmine dall’altra con grembiuli bianchi, e per tutti un cravattino blu. Mai maschi e femmine si incontravano a scuola. L’anno successivo le classi miste sarebbero state accolte come un grande novità.

Le domeniche invernali si andava al parco in città, al cinema in Piazza Massaua, quello di fianco alla Venchi Unica, che spandeva perennemente intorno profumo di cioccolato. O in montagna, sulla neve, e si mangiava al ristorante. Più volte si rimaneva a casa a fare una crostata con gli amici mentre alla televisione un buffo signore vestito da mago invitava una bimba con le codette a cantare ‘44 gatti’ facendo andare in visibilio tutti. Un anno dopo le bambine del ’68 si sarebbero immedesimate nella rossa nordica con le trecce che si chiamava Pippi Calzelunghe che viveva da sola in una casa di legno con un cavallo bianco a pois e iniziava alla vita libera i due creduloni fratellini Tommy e Annika.

Le conversazioni in casa delle bambine del ’68 a volte si concentravano sulla religione, che doveva guardare ai poveri, ai diritti, alla modernità. Qualche Padre Gesuita, che viveva a Mosca in quegli anni, se passava in città, andava a trovare i suoi mostrando un bellissimo e austero colbacco d’ordinanza e intavolava interminabili discussioni sul ruolo della religione e dei preti nella società che stava cambiando.

Erano gli anni di Valletta e dell’accordo tra la Fiat e l’Unione Sovietica per costruire la Vaz a Togliattigrad. Quando la forza del capitalismo tagliava la cortina di ferro e migliaia di russi, rigorosamente sposati, e torinesi invece non necessariamente sposati, andavano e venivano tra la steppa fredda e lontana e la città delle automobili in un modo che appariva, alla fine, straordinario e allo stesso tempo del tutto normale.

Dalla fabbrica arrivavano le notizie di scioperi e di nuovi diritti sindacali che presto avrebbero arginato il potere dei padroni. Qualche bambina del ’68 aveva potuto partecipare ad un corteo di operai anche se le mamme non erano d’accordo. È pericoloso. In realtà era molto divertente vedere i poliziotti allineati a far da barriera con gli scudi di plexiglass trasparenti. Si diceva, in quel gran fracasso, che non sarebbero stati più confinati in reparti speciali gli operai non graditi e cose del genere che le bambine del ’68 non capivano tanto bene. Come non capivano bene cosa stava succedendo tra l’Unione Sovietica e la Cecoslovacchia ma le immagini del telegiornale della sera facevano un po’ paura, con quei carri armati che entravano in quella città sconosciuta e la gente per strada che sembrava buttarcisi addosso.

Ma l’argomento che teneva banco nelle conversazioni era soprattutto il divorzio. Il fatto che se l’amore tra sposati finiva si dovesse essere liberi di metterci rimedio. Se si veniva tradite era giusto poter divorziare dal fedifrago. Non era giusto il dover subire una iniqua ed esagerata punizione, rispetto a quanto prevedeva la legge per i mariti infedeli, se le donne venivano scoperte per una scappatella insieme a quello che loro chiamavano ‘amante’ e che la legge chiamava ‘correo’. Ma su altri argomenti le bambine del ’68 avevano difficoltà a sentire bene cosa dicevano i grandi perché loro abbassavano la voce per non farsi sentire. Forse parlavano di come si fanno i bambini ma soprattutto di come si fa quando non si vogliono fare i bambini. Perché in chiesa si cantava sì la messa beat, ma pare che i preti nel confessionale vietassero alle donne le pratiche anticoncezionali ed il sesso era concesso solo per fare i bambini. Se no era sconveniente.

Tra loro si raccontavano di una strana e improvvisa vacanza invernale che la figlia di un certo proprietario sulla quale correva un lieve pettegolezzo di bocca in bocca, si era concessa per visitare un paese straniero. Ogni tanto qualcuna dava alla luce bimbetti grassocci e vispi a soli sette mesi dal matrimonio. Eh sì, i nati prematuri erano molti, in quegli anni. Perché non era ancora ammessa una certa pastiglia che si doveva prendere per non averne, di figli. E in effetti erano tanti, bambini e bambine, a scuola, nei parchi, in chiesa, dappertutto c’erano bambine e bambini, e sapevano che avrebbero dovuto studiare, da grandi.

Perché le mamme delle bambine del ’68 davano per scontato che le loro figlie avrebbero avuto davanti un futuro migliore, di lavoro, di indipendenza dai mariti. Avrebbero fatto bambini solo se lo avessero voluto. Sarebbero state, finalmente, veramente libere.

 

Musica: Fabrizio De Andrè, La canzone di Marinella

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1965 – In Italia la pillola è disponibile ma raccomandata esclusivamente per regolarizzare i disordini del ciclo e solo per le donne sposate

1970 – Legge n.898 sul divorzio

1971 – Abrogato l’articolo 553 del Codice penale che vietava ufficialmente la contraccezione orale. La pillola diventa legale anche in Italia

1975 – La legge n.405 sui Consultori familiari

1978 – La legge n.194 sull’aborto

 

1 Commento a “Le bambine del ‘68”

  1. Adriana ventura scrive:

    È una fotografia perfetta… io c’ero…nata nel 1951 mi ritrovo in ogni descrizione….qualche rimpianto per una società che è cambiata inesorabilmente verso un idealismo imperfetto….

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