Le foibe

1 febbraio 2018
[Graziano Pintori]

La Giornata della Memoria e il Giorno del Ricordo celebrano due fatti storici ben distinti, però la destra fa propaganda di una certa affinità razzista tra l’orrore della Shoah e le foibe giuliane; ossia la ricerca di continuità tra lo sterminio di 6 milioni di ebrei con le vittime delle foibe e dei campi di prigionia, che oscillano tra le 3500/5000. Seppure i numeri oltre che la differenza fanno, in questo caso, anche la storia, non fermiamoci solo a essi, perché nel profondo restano le motivazioni dello sterminio degli ebrei, rei di essere nati e di esistere come razza impura al cospetto degli ariani.

I fatti delle foibe, invece, si svolsero in uno scenario storico e geopolitico diverso e con ben altre motivazioni. Il Giorno del Ricordo, oltre la retorica celebrativa, è frutto di un compromesso tra centrosinistra e centrodestra, fu ideato nel 2004 per apparire, ai conservatori e moderati, più affidabili e capaci di interagire, dove necessario, per il bene del paese. Insomma, i cosiddetti “inciucci” furono sdoganati anche con questi metodi. La storia, nonostante le buone, per me cattive, intenzioni degli onorevoli Violante e Fini non si può negare, e tanto meno riesaminarla per meri compromessi di parte.

Il Giorno del Ricordo italiano è l’unico in Europa che si celebra in modo luttuoso, con spirito di rivalsa e con il vano tentativo, da parte della destra nazionalista fascista, di annacquare le corresponsabilità storiche con il nazismo, il razzismo e la guerra ecc. Non a caso passa in secondo piano la ricorrenza storica del 10 febbraio 1947: giorno della ratifica dei trattati di pace di Parigi.

La storia dovrebbe essere senza se e senza ma, perciò nel caso specifico delle foibe è indispensabile fare riferimento al periodo tra la prima e la seconda guerra mondiale, quando l’Italia si schierò con la vincente Intesa e si pose fine all’impero austro ungarico. Ciò consentì all’Italia l’ampliamento dei propri confini verso Est. Da subito il fascismo corroborato di quel nazionalismo italico tentò di radicarlo anche in quelle terre di nuova acquisizione; luogo in cui s’intrecciavano tre culture: latina, slava e germanica e gli abitanti sentivano di possedere un’identità plurima. Particolarità contraria al nazionalismo fascista di Mussolini, il quale come principio categorico aveva pianificato l’assimilazione, o meglio l’italianizzazione di tutte quelle terre. Fu imposta la scuola italiana, si mutarono toponimi, s’italianizzarono i cognomi, s’impose l’uso dell’italiano in tutte le relazioni; ovviamente lo stravolgimento dello stato esistente non poteva non creare ribellione da parte degli abitanti, soprattutto slavi. Di conseguenza non tardarono le operazioni di polizia, con l’arresto del dissenso e con leggi e decreti sempre più antislavi.

L’Italia iniziò nel 1940 l’avventura del secondo conflitto mondiale schierandosi con l’Asse nazista, mentre in Jugoslavia si organizzavano molti gruppi partigiani d’ispirazione comunista, destinati a diventare la più forte organizzazione contro i nazifascisti e gli unici in Europa a liberare il proprio paese (esclusa Belgrado) senza il concorso di altre forze straniere. La Jugoslavia pagò con un milione di morti l’atrocità della guerra, fu il paese che in assoluto ebbe più vittime in proporzione ai suoi abitanti. Inoltre, i fascisti li deportarono, li rinchiusero nei campi di prigionia, rasero al suolo case, confiscarono beni, attuarono rastrellamenti, rappresaglie e decimazioni. Il tormento fascista in quelle terre slave alimentò l’odio e durò fino a quando le forze dell’Asse non furono sconfitte dal fronte opposto.

Le foibe entrarono nel panorama delle atrocità della guerra in più fasi, una è quella del 1943 nell’entroterra istriano, dove i partigiani riuscirono a respingere i fascisti verso le coste. I partigiani non andarono per il sottile nell’amministrare quel lembo di terra, da subito individuarono i fascisti, i collaborazionisti e i rappresentanti dello stato italiano, i quali, dopo processi sommari, furono fucilati e una parte dei cadaveri furono precipitati nelle foibe istriane. Si trattò di una sorta di “resa dei conti” che trovò linfa nell’odio radicato tra le parti. Non a caso quando i nazisti riconquistarono quelle terre, con la stretta collaborazione dei fascisti italiani, attuarono le loro forme di deportazione e rappresaglia che condussero alla morte almeno 5000 persone.

Nel ’45 l’esercito di Tito arrivò a Trieste prima degli inglesi e, poiché vincitore, amministrò la città giuliana per quarantatré giorni, durante i quali non mancarono nuove uccisioni di fascisti, collaborazionisti, rappresentanti dello stato italiano, altri civili tra cui esponenti del CLN. Non mancarono a questo destino, o se si preferisce a questa riedizione della “resa dei conti”, persone che nulla avevano da spartire con il fascismo e i fascisti, ma potenzialmente rientravano in una logica di “epurazione preventiva” poiché oppositori reali del futuro regime jugoslavo. La “resa dei conti” avvenuta nei nostri confini fu assai diffusa in quella situazione storica, la conobbero gli ustascia croati, i cetnici serbi, i belogardisti e demobranci sloveni, collaborazionisti polacchi, russi ecc.: in Europa furono migliaia e migliaia i morti colpiti dall’odio alimentato dal sangue della guerra.

Quando si celebra il Giorno del Ricordo in Italia, sembra prevalere il “paradigma vittimario”, mentre tra gli slavi si riaccende lo sdegno nei confronti dell’Italia, perché sono ben consapevoli che i cadaveri delle foibe e i morti nei campi di prigionia non furono vittime di un cieco razzismo, ma persone che alla loro memoria ricordano i fascisti con le mani intrise di sangue, che bruciarono le loro case e villaggi. Non dimentichiamoci che l’Italia si autodefinì ufficialmente nazionalista, fascista, razzista, alleata dei nazisti e poi sconfitta in guerra. L’Italia fascista, inoltre, oltraggiò gli slavi in quanto tali, fu incapace di capire l’humus multiculturale e multirazziale che caratterizzavano quelle terre di confine. Diciamo che anche per questi motivi la storia ha condannato il fascismo e il nazismo, alla loro perenne illegalità e classificati come esempi di atrocità, razzismo, ottusità culturale e umana.

Aver perso la guerra comportò all’Italia la cessione ai vincitori di territori liberi dalla presenza di italiani,  anche se per molti di essi l’esodo non fu un obbligo ma un’opzione, che si attuò da luoghi e in tempi diversi . Dall’Istria si misero in movimento circa 200/250.000 italiani, la città di Pola nel 1947 in pratica si spopolò. Fu quello slavo un trattamento assai diverso da quello subito dai 200.000 italiani della Tunisia, i quali furono fermamente costretti ad andare via. Tanti italiani scelsero il ritorno in patria, perchè liberamente non accettarono di sottoporsi a un regime comunista; la storia ci insegna che l’esodo fu un fenomeno che coinvolse milioni di persone che si trovarono nel teatro di guerra europeo, tra i quali i tedeschi del Reich nazista che scelsero l’occidente.

Non tutti gli esuli nostrani scelsero l’Italia come meta, ma altri paesi come l’America, il Canada, L’Australia ecc. Chi scelse il ritorno in patria per molti non fu una scelta tanto felice, perché ottusi connazionali li accolsero o come slavi intrusi, o identificati come fascisti che scappavano da terre comuniste. Per dire, che l’Italia neanche in casa propria seppe tenere alta quell’italianità che mosse, su un cavallo di vento e una lancia di cera, Mussolini verso la conquista del mondo.

Graziano Pintori è il presidente provinciale dell’ANPI di Nuoro

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