Le ragioni del voto in Polonia

16 novembre 2015
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Michela Angius

La vittoria della destra alle elezioni dello scorso ottobre è stata una svolta, in Polonia. Era dal 1989, anno di ripristino della democrazia, che un solo partito non otteneva la maggioranza assoluta. Nelle ultime elezioni la sinistra è stata infatti letteralmente cancellata dal Parlamento.

I risultati del voto in Polonia seguono dunque la scia di altri Paesi europei dove le destre conservatrici e reazionarie hanno trionfato, un esempio fra tutti l’Ungheria. Capire le motivazioni alla base del voto non è semplice, ma ha sicuramente giocato un peso considerevole la persistente crisi in Africa e Medio Oriente. Il tentativo UE di ripartizione dei migranti ha innescato sin da subito un forte senso di paura. Alcuni esponenti politici polacchi avevano dichiarato la loro contrarietà adducendo in alcuni casi motivazioni discutibili. Una fra tutte il fatto che i migranti sarebbero stati portatori di malattie ed epidemie.

Se però si va al di là di questi slogan propagandistici, si comprende il reale motivo che spinge la maggior parte dei polacchi a non volere i profughi nel proprio territorio, cioè il timore di compromettere le radici cattoliche del Paese e di conseguenza l’unità nazionale cosi difficilmente conquistata. Il cattolicesimo è sì una religione, ma è vissuta dal popolo polacco come una vera forma identitaria. Rifiutando i profughi, non si fa altro che continuare ad affermare l’importanza di quel senso di unità e identità culturale. Il ricordo che il popolo polacco ha della propria storia recente è evidentemente ancora vivo.

Si tratterebbe dunque di un problema culturale. Un problema che coinvolge la Polonia così come gli altri Paesi dell’ex-blocco sovietico, ma che si riscontra anche in nazioni che hanno una più lunga tradizione di democrazia e migrazione come l’Italia. Il partito della Lega Nord nasce proprio con l’idea di cavalcare una concezione di multiculturalismo come fonte di pericolo, piuttosto che come una risorsa. E così facendo non fa altro che alimentare quell’odio razziale che è purtroppo presente a più livelli nella nostra società. Ma il cambiamento culturale è un processo lungo che richiede un costante impegno e contributo da parte di tutti. E se è vero che i principi cristiani sono quelli dell’accoglienza e solidarietà, viene da chiedersi come si possa far combaciare queste due tendenze senza per questo pensare che possa essere compromessa la propria identità nazionale.

L’attuale problema dei migranti che la Polonia deve affrontare va a sommarsi alla drammatica situazione della vicina Ucraina, la cui guerra civile continua ad uccidere nell’indifferenza mondiale più totale. Secondo l’UNHCR, a metà settembre più di 275.000 persone sono state costrette ad abbandonare l’Ucraina e di queste 172.000 hanno fatto richiesta di asilo nei Paesi vicini, tra cui sorprendentemente c’è anche la Russia. Dall’inizio di quest’anno le richieste di asilo in Polonia sono più che raddoppiate, passando da 610 a gennaio, a 1.690 nel solo mese di settembre (fonte Eurostat). Se da un lato la Polonia rifiuta le politiche comunitarie in materia di migrazione, dall’altro lato non si lamenta quando deve accaparrarsi le risorse economiche UE. Questa è la critica principale che viene mossa alla ormai sesta economia europea.

E sembra essere proprio l’aspetto economico quello che ha meno interessato le ultime elezioni politiche, almeno se si considerano le statistiche ufficiali. Del resto mentre gli altri Stati UE hanno ancora a che fare con una crisi che sembra non avere fine, la Polonia è l’unico Paese europeo che non solo non è mai entrato in recessione, ma continua la sua crescita economica. E le attuali prospettive dicono che Pil supererà il 3,5% anche nel 2016. Dei finanziamenti UE ricevuti nel periodo 2007-2013, ha speso il 97,5% dei fondi e si appresta a ricevere 82,5 mld nel periodo 2014-2020. Il processo di ammodernamento del Paese continua senza sosta, richiamando anche importanti investitori dall’estero.

Secondo molti osservatori la Polonia post-elezioni sarà chiamata a decidere da che parte stare. Ma ciò che dovrebbe allarmare è la sempre più evidente incapacità dell’UE di prendere delle decisioni condivise. Dopo la crisi greca, la cosiddetta “questione migranti” ha evidenziato, se ce n’era ancora bisogno, la mancanza di una politica europea.

Foto di Francesca Corona

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