Le ragioni sarde del NO

1 ottobre 2016
Murales a Bologna

Murales

Roberto Mirasola

Dunque ci siamo, il governo, dopo molti tentennamenti, ha sciolto le riserve ed ha individuato in domenica 4 dicembre la data utile per la votazione referendaria. In questi mesi molto si è detto e scritto, e bisogna riconoscere che il comitato locale per il NO ha organizzato varie assemblee spiegando e motivando egregiamente le ragioni del NO.

I vari punti della riforma sono stati esaminati in modo approfondito, tuttavia poco si è detto riguardo la modifica del titolo V e delle ripercussioni negative sulla Sardegna. Certo i fautori del SI potrebbero argomentare che il problema riguarda le Regioni a Statuto Ordinario e che quelle a Statuto Speciale rimangono al momento escluse sino a revisione degli statuti speciali, così come è previsto dalla legge di riforma.

Quindi possiamo dormire sonni tranquilli. Io penso proprio di no. L’intervento di revisione del 2001 ha voluto espandere i margini di autonomia delle Regioni, ma è pur vero che negli anni le forze centraliste si sono messe in moto e sempre più numerosi sono stati i tentativi di riportare al centro le decisioni. Il motivo è molto semplice: costoro vedono l’autonomia territoriale come un ostacolo alla celerità del processo decisionale ed una fonte di sprechi inutili. Il clima politico culturale è ormai questo.

Cerchiamo di ricostruire questo processo. Si è iniziato nel 2006 con la riforma costituzionale poi bocciata dal referendum. In quel contesto si prevedeva che il Governo, qualora ritenesse presente un pregiudizio dell’interesse nazionale, poteva invitare la Regione a rimuovere la legge di sua emanazione. Si è proseguito nel 2012 con l’allora presidente del consiglio Mario Monti.

In quel caso si prevedeva che la legislazione concorrente regionale esercitasse la sua funzione nei limiti della legislazione dello Stato, al quale veniva riconosciuto un potere di controllo con relativa richiesta di adeguamento. Nel 2014 è la volta della proposta di legge costituzionale Monti-Lanzillotta. Arrivando ai giorni nostri abbiamo poi la proposta Morassut/Ranucci che vuole portare le regioni da 20 a 12. Insomma il clima non è dei più favorevoli all’autonomia.

E’ dunque pensabile che una vittoria del Si possa effettivamente lasciare integre le regioni a Statuto Speciale? Una volta relegate le Regioni Ordinarie ad una posizione marginale, che clima potrà esserci per le altre? Del resto le intenzioni appaiono abbastanza chiare con l’introduzione della clausola di supremazia che consente un intervento diretto a discapito delle Regioni ogniqualvolta sia chiamata in causa l’unità giuridica ed economica e l’interesse nazionale. Concetti volutamente astratti e che danno dunque un ampio margine di manovra discrezionale.

Dunque è chiara la volontà di ridimensionare le Regioni proprio in tempi in cui le scelte infelici, vedi fiscal compact, si ripercuotono inesorabilmente nei territori in cui le persone ne subiscono poi le conseguenze. I sostenitori del SI comunque potranno dire: si elimina il contenzioso Stato Regioni. Ma è proprio così? Quello che si può inevitabilmente constatare è che si è proceduto ad un elenco di materie e competenze di Stato e Regioni poco chiare e contenenti ambiti generici che inevitabilmente porteranno alla conflittualità.

Tutto questo, va precisato, in un contesto di relativa tregua nel conflitto Istituzionale visto che il picco dei conflitti si è avuto tra il 2005 e il 2007. Si dirà ancora che le Regioni sono enti di spesa infinita, ma anche qui si troverà pronta smentita nel rapporto sul coordinamento della finanza pubblica redatto dalla Corte dei Conti. Chi vuole potrà leggere che i tagli agli enti locali hanno visto una diminuzione della spesa relativa a questi ultimi a fronte di una crescita della spesa centrale.

Tutto questo quando invece dovrebbero essere rinegoziati in Sardegna i rapporti con lo Stato Centrale. Pensiamo infatti a scelte recenti che vedono la nostra isola relegata ad un ruolo di semplice comprimario. E’ forse funzionale al sistema sanitario isolano il progetto Mater Olbia? E’ forse funzionale alla nostra economia la scelta di aprire centrali elettriche a Portovesme, quando l’Europa va verso le rinnovabili? E cosa dire dell’eccessiva presenza di servitù militari nel nostro territorio, con ripercussioni negative per la salute? Per non parlare poi della situazione trasporti, nonostante gli impegni presi dal ministro Del Rio. Certo le responsabilità dei politici sardi sono evidenti, però una breve riflessione va fatta. Lo statuto autonomistico è nato in un determinato contesto storico che vedeva positivamente l’introduzione nell’isola dell’industria petrolchimica. Ora si è aperta una nuova fase politica e vi è la necessità di voltare pagina individuando un modello di sviluppo consono al nostro territorio, che sia capace di guardare all’Europa e al Mediterraneo.

Per far questo è necessaria una classe politica che sappia tutelare gli interessi dei Sardi e sia indipendente rispetto alle segreterie dei partiti nazionali, incapaci di comprendere a fondo le nostre problematiche. Va detto anche che mai come oggi sono presenti partiti e gruppi identitari, ma è anche vero che la sovranità non si predica ma si pratica ed oggi è un po’ difficile farlo con le attuali maggioranze di governo.

2 Commenti a “Le ragioni sarde del NO”

  1. marlene carboni scrive:

    L’Analisi è perfetta, mi permetto di aggiungere un piccolo aggettivo che riguarda la Sardegna. Qualcuno prima di me, ( lo scrittore Francesco Masala ) aveva definito la nostra Isola * Regione ETERONOMA * ( e non Autonoma come dovrebbe essere ! ) . Saluti e grazie .

  2. Impegnati per il NO | Aladin Pensiero scrive:

    […] dalla riforma costituzionale Renzi/Boschi di Gianfranco Sabattini. ———– Le ragioni sarde del NO di Roberto […]

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