L’economia illegale in Italia

16 ottobre 2014
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Michela Angius

Nel 2011 le attività illegali (commercializzazione di sostanze stupefacenti, esercizio della prostituzione e contrabbando di sigarette e di alcol) hanno avuto un’incidenza dello 0,9% sul Pil dell’economia italiana.
Se si somma l’apporto diretto delle attività illegali e quello dell’indotto, l’effetto complessivo dell’inclusione dell’economia illegale nel sistema dei conti nazionali è stimato in circa 15,5 miliardi di euro di valore aggiunto (fonte Istat, 2011).
E’ quanto emerge dall’audizione del Presidente dell’Istituto nazionale di statistica, Giorgio Alleva, alla commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno della mafia e sulle altre associazioni criminali, anche straniere.
I dati Istat riferiti al 2011 mostrano che le attività legate al traffico di stupefacenti contribuiscono per circa due terzi alla formazione del valore aggiunto illegale (circa 10,5 miliardi di euro) e generano la quasi totalità dell’effetto indiretto attribuito all’indotto (1,1 miliardi di euro), principalmente nei settori dei trasporti e della logistica.
La vendita dei servizi di prostituzione genera un valore aggiunto di poco superiore ai 3,5 miliardi di euro, mentre il contrabbando di sigarette produce un valore aggiunto inferiore a 0,3 miliardi di euro.
L’impatto quantitativo dell’inclusione di queste attività sul Pil e sul reddito nazionale dipende soprattutto da aspetti di carattere normativo e metodologico. Infatti, in diversi paesi europei alcune delle attività illegali prese in considerazione dall’Istat, in quanto legali o perlomeno regolamentate, venivano già parzialmente o totalmente incluse nelle stime delle grandezze di contabilità nazionale.
Un esempio è la Germania, dove non vi è stata alcuna stima specifica per la prostituzione e i Paesi Bassi, dove erano già conteggiate per la parte legale sia la prostituzione che vendita al dettaglio di droghe leggere.
Per cui mentre in Francia, Germania e Danimarca l’impatto quantitativo dell’inclusione di tali attività sul Pil e sul reddito nazionale varia da 0,1-0,2%, invece nei Paesi come Italia, Regno Unito, Portogallo e Spagna la variazione è dello 0,7-0,9%.
Fermo restando le difficoltà legate alla misurazione del volume di affari delle attività illegali, ciò che viene da chiedersi è se l’Italia, politicamente lontanissima da qualunque idea di regolamentazione di tali attività, non dovrebbe invece incominciare a pensare ai vantaggi anche solo di tipo economico che si potrebbero ottenere dall’adozione di una nuova prospettiva.

Nell’immagine: dipinto di Tino Vaglieri, Biciclette (1955)

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