L’economia svilita a “grammatica della politica”

20 agosto 2017
[Gianfranco Sabattini]

Come ogni forma di credo e di culto fatalistico, oggi l’economia è assunta dalla politica come ideologia prescrittiva, che impone vincoli comportamentali ai cittadini destinatari degli effetti delle decisioni politiche, sotto la minaccia di “terribili punizioni”, quando non si dovessero attenere al loro acritico rispetto. L’economia, meglio la scienza economica, è diventata così la “grammatica delle politica”; è questa la tesi che Éloi Laurent, economista francese, sostiene in “Mitologie economiche”, di recente pubblicazione.

Con l’uso dell’economia assunta a grammatica della comunicazione pubblica, accade che la politica – afferma Laurent – arrivi ad esprimersi su tutto, sempre con la riserva “di una convalida economica”, senza che il nuovo modo di comunicare gli esiti del processo decisionale della politica costituisca una particolare scienza o una forma esclusiva di comunicazione; costituendo piuttosto “una mitologia, un credere comune in un insieme di rappresentazioni collettive fondatrici e regolatrici giudicate degne di fede, tanto potenti quanto insindacabili”, prive però di ogni utilità pubblica.

Ciò che la politica spera di derivare dalla sua sottomissione all’impero della mitologia economica consiste nella speranza di ricavarne la necessaria legittimazione per le sue decisioni; legittimazione che sempre di più stenta ad ottenere, a causa del crescente discredito che le sta procurando l’incapacità di fare fronte agli effetti più insostenibili del modo di funzionare dei moderni sistemi economici.

Per rimediare alla perdita di credibilità, perciò, la politica ricorre all’economia, trasformandola in “imperativo sociale”, col quale impone “obtorto collo” ai cittadini l’accettazione degli esiti della sua attività di governo. In questo modo, la comunicazione politica si riduce a “comandare” l’accoglimento degli effetti delle sue decisioni, offrendo la “confortante certezza che, rispetto alla complessità reale del mondo sociale, esista una soluzione”.

L’analisi economica viene così ridotta a “culto della fatalità”, con cui affrontare le avversità di “un universo faticoso e angoscioso, fatto di vincoli, di costrizioni, di rifiuti, di punizioni, di rinunce e di frustrazioni”; si tratta di un culto – sostiene Laurent – che riduce “i progetti, le ambizioni e i sogni a questioni falsamente importanti”, sulla base unicamente di semplici valutazioni riguardanti il presumibile “costo” della loro realizzazione, o la “resa” che da questa è possibile attendersi. Per questa via, la politica rinuncia ad analizzare le alternative, mentre la sua “vocazione” dovrebbe “essere proprio quella di aprire nel dibattito pubblico il ventaglio delle possibilità, di annunciare non una sentenza irrevocabile bensì delle opzioni aperte e sempre negoziabili, rispetto alle quali essa [la sentenza] non possiede né la vocazione né i mezzi per imporsi”.

Sono queste le ragioni per cui, oggi, chi fra i politici vuole apparire importante si accredita come economista, per recitare “con tono professionale e spesso comminatorio un catechismo del quale, peraltro, capisce pressoché niente”, convinto però che “parlare la lingua dell’economia” lo metterà “dalla parte dei forti”; vale a dire di coloro che possono stabilire ciò che per la collettività è bene o ciò che è male.

L’economia mitologica della politica inquina il dibattito pubblico, avvelenando per di più anche lo “spirito democratico” in presenza del quale il dibattito dovrebbe svolgersi; ciò perché le mitologie economiche costringono ad utilizzare un linguaggio comunicativo monocorde, qual è appunto il linguaggio dell’economia ad uso della politica, non solo chi ha responsabilità di governo, ma anche chi, pur lontano dagli “ambienti governativi”, è costretto a piegarsi alla “nuova ingiunzione comune” e a parlare solo di economia alla maniera dei politici, rinunciando in tal modo all’opportunità di valutare criticamente ed autonomamente le soluzioni dei problemi in termini di alternative possibili. La credibilità economica, ad uso ed immagine della politica, assorbe, rimuovendola, la legittimità politica del dibattito pubblico democratico.

Per fortuna della scienza economica, l’analisi critica ad essa interna è presente, diffusa e anche in crescita, nel senso che sta lentamente ricuperando il tempo perduto tra gli “addetti ai lavori”. Al riguardo, è forse utile ricordare, secondo Laurent, che da tempo i fatti economici sono “sempre meno vagliati”; non sempre, però, nel passato è stato così, nel senso che il confronto critico tra gli economisti era diffuso e rigoroso. Oggi, la “conservazione” ha preso il posto del confronto critico, mentre gli studi economici “sono ormai diventati nella stragrande maggioranza empirici piuttosto che teorici”; per cui, al “riparo di un diluvio continuo di numeri, le analisi economiche più influenti non si rinnovano più”. Ciò non è privo di conseguenze per l’approfondimento in termini teorici dell’economia, in quanto la conservazione rende “datata” la conoscenza del ”sistema ufficiale di produzione e di diffusione del sapere economico”.

Permanendo questo “stato di cose”, continuare ad accettare il prevalere della mitologia economica nel dibattito pubblico è del tutto irragionevole, in quanto significa lasciarsi “orientare nelle nostre scelte collettive da un pensiero economico dominante chiuso nelle sue certezze”, che, anche quando fossero ponderate, non possono evitare la critica d’essere ormai datate.

A supporto della sua posizione critica nei confronti dell’economia ridotta a grammatica della politica, Laurent ricorda come il prevalente atteggiamento della politica nei riguardi del “flagello sociale” della disoccupazione” sia quello di “contrastarla” attraverso la cosiddetta “flessibilità del mercato del lavoro”, da realizzarsi con “un arretramento forzato delle tutele sociali”; ciò perché, secondo il pensiero dei promotori della flessibilità, le tutele costituirebbero degli insuperabili ostacoli al reimpiego della forza lavoro disoccupata.

Cosicché, quando gli economisti neoliberisti, e con loro la maggior parte degli uomini di governo, illustrano la validità delle proposte avanzate in pro delle politiche pubbliche finalizzate al sostegno dell’occupazione attraverso la flessibilità del mercato del lavoro, non fanno altro – afferma Laurent – che enunciare “col tono dell’ovvietà” una lampante falsità; per cui, in nome di una presunta neutralità della scienza economica, essi non fanno altro che cancellare la realtà storica, sulla base dei pregiudizi consolidatisi con la mitologia economica.

In fatto di razionali politiche per il sostegno dell’occupazione, molti economisti dimenticano, o fingono di ignorare, che l’idea di aumentare i livelli occupativi della forza lavoro non è nuova; essa è stata formulata sin dagli albori della teoria economica, informata ai principi del “laissez-faire” e del “laissez-passer” e fondata sulla convinzione che il mercato, se lasciato “libero” da ogni intromissione dello Stato, sia in grado di assicurare il più alto livello di benessere per l’intera comunità e, nel lungo andare, anche il pieno impiego stabile della forza lavoro. Il libero mercato, perciò, guidato dalla mano invisibile di smithiana memoria, non avrebbe bisogno di alcun intervento regolatore pubblico, in quanto, dotato di “meccanismi intrinseci” auto-correttivi, può autonomamente rimuovere ogni causa di instabilità del funzionamento del sistema economico.

Solo che, di fronte all’aumentata complessità di quest’ultimo, la storia è valsa a dimostrare la fallacia del libero marcato autosufficiente; infatti, con la conservazione ad ogni costo della flessibilità del mercato del lavoro, soprattutto dopo la Grande Depressione del 1929-1932, non è stato mai possibile risolvere significativamente il problema della disoccupazione attraverso il contenimento dei sussidi previsti per i disoccupati. Invece, il problema ha potuto essere affrontato con successo, attraverso l’attuazione di politiche sociali supportate da interventi pubblici regolativi dei meccanismi spontanei del mercato, solo dopo la Seconda guerra mondiale, sulla scorta di un discorso formale e coerente della teoria economica, ad opera di John Maynerd Keynes.

Nel corso del “glorioso” periodo 1945-1975, con l’intervento attivo dello Stato è stato possibile regolare gli esiti indesiderati del funzionamento spontaneo del mercato, all’interno di una “cornice istituzionale” idonea ad assicurare contemporaneamente, sia la tanto agognata efficienza delle istituzioni economiche, sia una diffusa e condivisa equità distributiva e un’altrettanto diffusa e condivisa libertà d’iniziativa; a seguito della crisi dei mercati energetici e dell’instabilità monetaria, che hanno colpito negli anni Settanta i Paesi economicamente più avanzati, l’idea originaria della flessibilizzazione del mercato del lavoro, al fine di combattere la disoccupazione originata dalle situazioni di crisi, è riemersa da un “lungo sonno”; sono state così riaffermate le “virtù” del libero mercato, a scapito del contenimento e riduzione dei livelli di protezione sociale, giudicati, oltre che inopportuni dal punto di vista del libero funzionamento del mercato, anche insostenibili.

La riemersione della vecchia idea liberista riguardo al funzionamento del mercato, a giudizio di Laurent, è stata favorita, non tanto dal fatto che l’idea non abbia mai cessato d’essere “coltivata” da sodalizi culturali di prestigio (qual è stato quello della Mont Pelerin Society, animato dal liberale e liberista Friedrich Hayek), quanto dal fatto che, sempre a partire dal dopoguerra, la scienza economica abbia “adottato la matematica come linguaggio e la statistica come elemento di prova”; si è così perso il rapporto con la realtà economica e sociale, il cui governo, per un suo stabile funzionamento, avrebbe dovuto costituire il fine ultimo del suo progresso. E’ accaduto così che la scienza economica si sia trasformata in un impegno “monomaniacale”, a vantaggio della ricerca costante dell’efficienza “qui ed ora”; impegno che è valso a rendere l’economia inidonea ad affrontare le sfide emergenti dal dilagante caos finanziario, dall’approfondimento e dall’allargamento delle disuguaglianze distributive e dalle emergenze ecologiche; sfide, queste, nate nell’ultimo scorcio del secolo scorso, e che connotano ora l’inizio del XXI secolo.

Giunti a questo punto, se gli economisti hanno perso la loro credibilità, a chi credere se le loro “ricette” non servono ad affrontare i problemi la cui soluzione non ammette più ulteriori rinvii? La risposta, a parere di Laurent, sta nello “sfidare l’economia ad affrontare un vero dibattito”. Si può essere d’accordo con lui, ma il dibattito non potrà non avere come principali protagonisti, oltre agli economisti, tutti i cittadini che, attraverso il confronto pubblico, dovrebbero spingere gli economisti a disvelare le loro mistificazioni, al fine di esorcizzare i politici perché possano liberarsi “dal loro incantesimo fatale”.

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