L’epilogo malinconico della legge urbanistica

1 ottobre 2018
[Alan Batzella e Sandro Roggio]

Smettetela quanto prima di dire che la Sardegna è priva di regole per il governo del territorio o che la mancata approvazione della legge urbanistica impedirà lo sviluppo della Sardegna nei prossimi anni. Questo racconto, brrrr, che circola da circa un anno è un travisamento della realtà, una vera e propria mistificazione, un imbroglio degno della CIA, mirato a creare in un’opinione pubblica non competente e generalmente in buona fede, con l’ausilio di un drappello di araldi altrettanto incompetenti ma allineati e coperti, un sentiment a favore di una brutta legge: a priori e senza dimostrazione alcuna dell’urgenza per il bene della Sardegna e dei sardi.

Sarà difficile fare passare l’idea che la Legge 45 del 1989 (voluta soprattutto dal sardista Mario Melis e dal comunista Luigi Cogodi), modificata e integrata nel 1993, sia arretrata e inservibile. Il quadro normativo vigente, come è stato riconosciuto da autorevoli studiosi, è di tutto rispetto e a distanza di quasi trent’anni dà ancora dei punti ad altre legislazioni urbanistiche regionali più recenti. E soprattutto, poteva essere aggiornato in poche mosse per recepire le più evolute visioni del governo del territorio in ambito europeo, in termini di sostenibilità ambientale ma soprattutto sociale.

D’altra parte la buona legge urbanistica nazionale è stata scritta nel 1942, adeguata via via soprattutto per le necessità di tutela di ambiente e paesaggio del delicato territorio italiano; e corre l’obbligo di aggiungere che se per assurdo non disponessimo di leggi regionali in materia urbanistica (di cui invece siamo fortemente dotati), non navigheremmo di sicuro nel vuoto normativo, dal momento che sarebbero pienamente operative la Legge urbanistica nazionale e la Legge ponte del 1967.

La Sardegna, se solo ci fosse la volontà politica, è oggi in possesso degli strumenti per impedire le peggiori trasformazioni contro lo sviluppo e accogliere gli interventi più convenienti per lo sviluppo. Vi sfidiamo a dire – quando avrete elaborato il lutto – in quali aree urbane dell’Isola è impedito da leggi e piani della Regione o statali di realizzare opere pubbliche necessarie, edilizia economica e popolare, lavori di riqualificazione di centri storici e di periferie, la previsione di zone di espansione commisurate alle esigenze abitative e di accoglienza turistica.

Dite da quali disposizioni discenda il divieto di realizzare in campagna aziende agricole vere e infrastrutture per aiutare i coltivatori e i pastori in rivolta. O in quale area industriale sia impedito di impiantare nuove attività produttive o bonificare lo schifo di precedenti produzioni. Non cercate alibi. Non c’è nessun allarme perchè non ci sono ostacoli a chi volesse fare buona impresa nell’isola.
Ma c’è di più: con le norme vigenti si potrebbe impedire – se solo si volesse – ogni forma di abuso edilizio da cui dipendono molti guai della disgraziata Sardegna: dal consumo di suolo, al dissesto idrogeologico, alla concorrenza di case fuorilegge affittate in nero durante l’estate. In questo imbarbarimento la Sardegna eccelle.

Chiedete ai sindaci del Cal o dell’Anci, e vi sapranno dire se lo spopolamento dei paesi e l’impoverimento delle comunità è il frutto della arretratezza delle regole in materia edilizia e non di ben altri motivi strutturali, che nulla hanno a che fare con la materia urbanistica, e di cui la Regione non si è preoccupata in questi anni. Neppure nelle fasce costiere – sappiatelo – ci sono vincoli che impediscono le trasformazioni degli abitati e molto si può fare pure in attesa dell’ adeguamento della pianificazione locale al malfamato (per racconti devianti) Piano paesaggistico regionale.
Le maggiori cautele, nelle more di aggiornare le regole comunali, sono pensate per impedire il consumo e le trasformazioni dei paesaggi litoranei da parte di speculatori, intenzionati ad estrarne quanto prima il massimo plusvalore possibile, con tanti saluti alle prossime generazioni, nello sfondo il ricordo di una costa che tutto il mondo ci invidiava, sepolta da metri cubi di pessima e arrogante edilizia.

Occorre chiedersi per quale ragione alcuni importanti comuni non hanno ancora fatto come si dovrebbe in un Paese civile, mentre pochi altri si sono già adeguati. Quelli più in ritardo nell’adeguamento dei loro strumenti urbanistici, lo sono da oltre 40 anni quando Soru era ancora un ragazzo e il padre dei No-isti/leninisti era solo un tifoso di Rombo di tuono. L’inquietudine non tarderebbe a diffondersi se si spiegasse (come fa Lilli Pruna) il pericolo del dato relativo alla produzione industriale in Sardegna: il 44% dell’occupazione è nel comparto edilizio – sob – mentre il dato medio nazionale sta sotto il 25%. Per cui sono i costruttori associati i più ascoltati nei finti processi partecipativi RAS e d’altra parte i loro rappresentanti possono presiedere contemporaneamente – alè – Confindustria e Camere di Commercio. Volevano una legge addomesticata, non una nuona legge.

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