Libera!

16 novembre 2010

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Manuela Scroccu

Aung San Suu Kyi, la donna simbolo della lotta per la democrazia birmana e premio Nobel per la pace nel 1991, è stata liberata dopo sette anni consecutivi di arresti domiciliari. La sua figura esile ed elegante è apparsa oltre la cancellata della sua casa in University Avenue, a Rangoon, per salutare le migliaia di connazionali che immediatamente sono andati a rendere omaggio alla “Signora”, come viene rispettosamente chiamata dai suoi sostenitori. Sono passati più di vent’anni da quel 1990 che vide le prime elezioni nel “paese delle mille pagode”, ribattezzato Myanmar dal regime, elezioni vinte proprio dalla lega Nazionale della Democrazia guidata da Aung San Suu Kyi . I militari non riconobbero mai il risultato elettorale e presero il potere con la forza, annullando il voto popolare. Lei era già agli arresti domiciliari, dal 1989. Se avesse voluto, avrebbe potuto abbandonare la Birmania. Era questa la condizione postale dai militari. Scelse di rimanere a fianco del suo popolo. Neanche il conferimento del premio Nobel per la Pace, nel 1991, le restituì la libertà. Gli arresti domiciliari le furono revocati solo nel 1995 e trasformati in uno stato di semilibertà. Poi, le forti pressioni internazionali indussero Rangoon, nel 2002, a riconoscere ad Aung San Suu Kyi una maggiore libertà di movimento in Myanmar, ma il 30 maggio 2003, un gruppo di militari aprì il fuoco contro l’auto dove viaggiava alla testa di un convoglio di sostenitori. La leader della Lega Nazionale per la Democrazia ne uscì incolume ma le furono rinnovati gli arresti domiciliari. Aung San Suu Kyi non ha mai potuto lasciare la Birmania, neanche quando al marito Michael Aris, studioso di cultura tibetana conosciuto duranti gli studi all’estero, fu diagnosticato un tumore che di lì a due anni lo avrebbe ucciso, lasciandola vedova. Per ben 15 degli ultimi 21 anni, è rimasta prigioniera nel suo stesso paese, assistendo da dietro la cancellata della sua casa sul lago alla militarizzazione della Birmania, alle uccisioni di massa dei dissidenti, all’impoverimento del suo popolo. Sotto le sue finestre sono sfilati, nel 2007, i monaci buddisti che fecero tremare la giunta militare con la loro protesta pacifica, gridando “lunga vita a Aung San Suu Kyi”. Nonostante l’isolamento e le restrizioni impostele dal regime militare, la figura della sessantacinquenne premio Nobel è diventata una vera e propria icona della democrazia; un simbolo e un esempio delle legittime aspirazioni democratiche di tutti i popoli oppressi e del valore della resistenza non violenta. Un fiore d’acciaio, così è apparsa questa donna esile nel fisico ma allo stesso tempo ferma e intransigente nell’animo contro ogni tipo di compromesso verso il regime. La sua immagine è penetrata a fondo nell’immaginario collettivo occidentale, al pari di figure come Ghandi e Nelson Mandela, in un modo sicuramente inaspettato per il regime militare birmano. Barack Obama l’ha definita “la mia eroina” e una fonte di ispirazione per tutti coloro che lavorano per il progresso dei diritti umani in Birmania e nel resto del mondo. Sabato 13 novembre, esponenti di quello stesso regime militare che brutalizza la Birmania da più di vent’anni, le hanno notificato l’ordine di liberazione della giunta militare. La scadenza della detenzione di San Suu Kyi era annunciata e programmata. Esattamente 6 giorni dopo le ultime elezioni: le prime dopo vent’anni, e dopo la sua prima incarcerazione. Le elezioni del 7 novembre non sono state certo libere e democratiche. Ogni possibilità di dissenso nei confronto del regime è di fatto impraticabile mentre l’opposizione organizzata è stata schiacciata da una repressione feroce di cui proprio Aung San Suu Kyi rappresenta il simbolo più forte. Due mosse coordinate che rappresentano il tentativo del regime di dare una “mano di bianco” alla realtà nera di un paese sconvolto dalla povertà e dalla guerra civile tra le diverse etnie, in modo da accreditarsi verso la comunità internazionale con una parvenza di stabilità interna. Stabilità necessaria se si vogliono incentivare gli investimenti delle compagnie straniere attirate dalla possibilità di sfruttare le risorse naturali della Birmania. Mosse consigliate, quasi certamente, dall’unica potenza che abbia voce in capitolo sulla politica di Myanmar: la Cina. Il regime forse tollererà per qualche tempo la ripresa dell’attività politica di Aung San Suu Kyi nella speranza che il fiore d’acciaio si stia ormai per spezzare, logorato dalle lunghe privazioni e dai problemi fisici. Ma il suo primo discorso da donna libera è stato quella di una vera leader politica. San Suu Kyi ha parlato ai suoi sostenitori radunatisi in massa nelle sede del suo partito esortandoli all’impegno e all’assunzione di responsabilità. Ha proseguito dicendo: “anche se non siete interessati alla politica, la politica verrà da voi. Dovete impegnarvi  per difendere ciò che è giusto”, perchè “se il mio popolo non è libero, come potete dire che io sono libera? Nessuno di noi è libero”. Quei generali che, vent’anni fa, le permisero di partecipare alle elezioni nella certezza che le avrebbe perse, non hanno spento quel sorriso gentile che oggi è riapparso al suo popolo, oltre la cancellata della casa-prigione non più circondata dalla polizia.

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