L’integrazione dei “diversi”

1 Febbraio 2015
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Gianfranco Sabattini

La storia della dinamica demografica del Paese a far data dal 1861 può essere un’utile lettura per tentare di prevedere il possibile futuro della popolazione italiana. Complessivamente, nei primi 150 anni di Unità, l’Italia è passata dall’essere un Paese caratterizzato da una forte emigrazione a Paese di forte immigrazione; in altre parole, da Paese con un surplus di forza lavoro propensa ad abbandonare il luogo d’origine per esigenze di lavoro a Paese tributario dell’estero di consistenti flussi immigratori. Le conseguenze di quanto è occorso nei primi 150 anni di unità nazionale è bene illustrato dagli articoli contenuti nel n. 3/2011 del periodico bimestrale “libertà civili”, totalmente dedicato ai temi dell’immigrazione.
Nel tempo che intercorre tra il 1861 ed il 2011, la popolazione italiana è crescita costantemente, mostrando di non aver risentito, sino al 1980, degli shock economico-politici che il Paese ha sperimentato; di tali shock, quello che ha maggiormente lasciato il segno, rallentando pro-tempore l’aumento della popolazione, segnandone una regressione, è stato il primo conflitto mondiale.
Sino agli inizi degli anni Ottanta del secolo scorso, l’andamento del continuo aumento, pressoché regolare, della popolazione italiana è imputabile al costante e consistente numero delle nascite (circa un milione ogni anno) che ha permesso di compensare, oltre che le “perdite demografiche” provocate dagli shock negativi, anche quelle riconducibili all’emigrazione. A partire dagli anni Settanta del secolo scorso, la tendenza della demografia a crescere nel lungo periodo ha subito una battuta d’arresto, allorché le nascite sono progressivamente diminuite, fino a poco più di mezzo milione l’anno; in conseguenza di ciò, l’andamento demografico si è “appiattito”, anche in presenza della tendenza all’esaurimento del fenomeno dell’emigrazione. Dall’inizio degli anni Ottanta del secolo scorso, il fenomeno opposto dell’immigrazione ha preso il sopravvento, determinando il superamento dell’andamento “piatto” della crescita demografica di lungo periodo. Nei decenni a cavallo tra la fine del secolo scorso e l’inizio di quello attuale, i flussi immigratori hanno svolto il ruolo che nei primi centoventi anni dell’unità del Paese era stato proprio dell’alto numero delle nascite, assicurando un funzionale ricambio generazionale.
Con il primo decennio del nuovo secolo, perciò, gli immigrati stranieri sono giunti a rappresentare i “nuovi italiani”, la cui consistenza ha stravolto la prevista dinamica demografica futura; nel 2002, secondo una previsione effettuata dalle Nazioni Unite, la popolazione italiana al 2050 sarebbe dovuta ammontare a 44,8 milioni di unità, dei quali circa il 41% formato da ultrasessantenni; mentre, secondo una previsione effettuate nel 2010, la popolazione italiana alla stessa data del 2050 dovrebbe ammontare a 59,1 milioni di unità, con gli ultrasessantenni ridotti al 38% circa.
L’aspetto più importante della nuova proiezione è espresso dal fatto che la popolazione in età lavorativa che, secondo la vecchia proiezione, sarebbe dovuta ammontare al 2050 a 20.822 unità, secondo la nuova proiezione ammonterà invece a 27.981 unità. Quindi, grazie all’apporto di popolazione netta dall’estero, in Italia, nel 2050, si avranno più abitanti e meno popolazione anziana e, soprattutto, più unità in età lavorativa, che renderanno più equilibrata la struttura della popolazione per classi di età.
Con la trasformazione dell’Italia da Paese di emigranti in Paese di immigranti è nata l’urgenza di disciplinare il rapporto tra gli immigrati e la popolazione autoctona; a tal fine, è stato necessario “leggere” il fenomeno immigratorio in funzione dei molti problemi sociali che la sua crescita originava, nonostante gli indubbi vantaggi economici che esso contemporaneamente assicurava al Paese. Il primo intervento normativo in materia di immigrazione risale al 1986, orientato prevalentemente a contenere le immigrazioni clandestine; esso si è limitato a stabilire alcuni principi generali in materia di parità di diritti tra lavoratori italiani e stranieri. A questo primo intervento normativo sono seguiti, nell’ordine, la legge/Martelli nel 1990, la Turco-Napolitano nel 1998, la Bossi-Fini nel 2002 e la Maroni-Alfano nel 2009. Tutte queste leggi hanno impiegato “chiavi di lettura” del fenomeno immigratorio sostanzialmente diverse, senza che nessuna di esse aprisse il sistema sociale italiano, almeno in prospettiva, ad accogliere, integrandoli, i “diversi”.
La chiave di lettura prevalente è stata quella dell’approccio al fenomeno immigratorio della “distanza culturale”; questo approccio è stato privo di effetti positivi, in quanto esso non è riuscito a suggerire politiche in grado di evitare che gli immigrati tendessero a conservare i valori ed i modelli di comportamento propri della cultura del Paese originario e che gli autoctoni, cioè gli italiani, tendessero a chiudersi nei confronti di chi era portatore di culture considerate inconciliabili con la propria. Successivamente, di fronte al fallimento del primo approccio, è stato sperimentato quello della “socializzazione anticipatoria”, che ha suggerito politiche volte a consentire che l’immigrato continuasse a conservare l’identità culturale del Paese d’origine, senza pregiudicare la sua propensione ad integrarsi nel nuovo contesto culturale d’arrivo. Sul piano pratico, anche questo secondo approccio di lettura del fenomeno immigratorio si è dimostrato privo di effetti positivi dal punto di vista dell’integrazione, come stanno a dimostrare le continue e sempre più frequenti rivolte di intere comunità locali contro la presenza dei “diversi”.
Ciò che sembra utile sottolineare è che, malgrado i continui fallimenti rispetto allo scopo dichiarato degli atti normativi adottati, poca considerazione e attenzione sono state riservate alle nuove modalità di lettura del fenomeno immigratorio che, altrove, come ad esempio negli USA, sembra avere avuto successo. Le nuove modalità sono state quelle del “transnazionalismo” e dell’”assimilazione segmentata”: con il “transnazionalismo”, si è teso a garantire agli immigrati la conservazione di significativi legami con la cultura d’origine, senza che rifiutassero la loro integrazione nel contesto culturale d’arrivo; con l’”assimilazione segmentata”, invece, si è teso a garantire agli immigrati i vantaggi di una sintesi positiva tra i valori d’origine e quelli del contesto di immigrazione, per sottrarli all’assimilazione verso il basso che un’integrazione realizzata all’insegna della “distanza culturale” o della ”socializzazione anticipatoria” avrebbe comportato.
L’esperienza della società americana può essere assunta a paradigma di riferimento per intendere le implicazioni sottostanti le chiavi di lettura proprie degli approcci fondati sul “transnazionalismo” e sull’”assimilazione segmentata”. I grandi movimenti sociali che hanno agitato la società multietnica americana a far data dalla fine degli anni Sessanta del secolo scorso hanno portato alla reiezione della prospettiva giustificatoria di un’identità nazionale fondata sul “melting pot” (fusione) delle diverse etnie attraverso un processo sincretico egemonizzato dai “gruppi wasp” (white anglo-saxon and protestant); attraverso un processo, cioè, che si fosse risolto nella negazione e nell’offuscamento della visibilità di ognuna delle etnie. L’approccio del “melting pot” è stato sostituito con quello del “salad bowl” (insalatiera), che ha considerato l’identità nazionale fondata su un’integrazione in presenza di una netta distinzione delle diverse componenti etnico-culturali, sia pure all’interno di una rigida struttura normativa condivisa.
La rigidità della struttura normativa è stata successivamente rifiutata dal “transnazionalismo”, implicante un’identità nazionale che rifiutava, sia la prospettiva della fusione, che quella di una nazione fondata sull’adozione di una rigida struttura normativa condivisa. Il doppio rifiuto ha portato ad una nuova prospettiva fondativa dell’identità nazionale, che ha reso possibile, con l’”assimilazione segmentata”, la sostituzione della visibilità disgregata dei singoli gruppi con l’istituzionalizzazione di una loro autonoma visibilità politica e culturale, all’interno di un sistema di valori destinati a salvaguardare l’unità della nazione americana.
Negli Stati-nazione in cui questo processo sperimentato dalla società americana non è stato minimamente considerato, come ad esempio è avvenuto in Italia, si sono formati e consolidati pesanti “squilibri” nella regolazione dei rapporti tra le singole componenti attuali della popolazione residente. Tutto ciò ha comportato la conservazione di un quadro istituzionale che ha teso a conservare in un ingiustificabile “ghetto” i gruppi degli immigrati, non tanto a causa di un loro ipotetico ritardo culturale, quanto perché essi sono stati “intrappolati in un ghetto” da una cultura politica priva di “senso civico”, più propensa a fare largo uso di atti normativi repressivi di qualsiasi protesta antidiscriminatoria dei “diversi”, piuttosto che a favorire l’interiorizzazione da parte della popolazione autoctona di una generalizzata propensione alla solidarietà. Un più approfondito “senso civico” della classe politica, infatti, avrebbe comportato, mediante un’”ingegneria istituzionale” adeguata, l’avvio di un processo di integrazione sorretto nel medio-lungo periodo dal continuo approfondimento dell’interazione sociale tra tutti i gruppi in cui si articola ora l’intera popolazione nazionale. Al fatto che ciò non sia avvenuto è da ricondursi la causa dei frequenti episodi di intolleranza che rendono insicura una vita pacifica in molte città italiane.

Nell’immagine: Cuevas de las Manos

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