Lo studio restituito agli esclusi

1 Dicembre 2016
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Gianfranca Fois

Scriveva Makarenko che l’educazione deve essere uno strumento di cambiamento e di progresso civile e su questa scommessa ha costruito la sua attività pedagogica. Il grande pedagogista sovietico, agli albori della rivoluzione bolscevica, delineò e mise in pratica una nuova forma di educazione vista come organizzazione di una felicità non individuale ma vera e piena perché condivisa e partecipata.

Queste parole vengono alla mente sfogliando il libro pubblicato di recente, a cura di Franco Meloni, Ottavio Olita e Giorgio Seguro, che racconta le vicende e gli anni della Scuola Popolare di Is Mirrionis, intitolato “Lo studio restituito agli esclusi”. Dalle sue pagine emergono le testimonianze dei protagonisti, docenti e studenti, entrati a far parte di un collettivo (ancora Makarenko!) che ha permesso oltre che un’esperienza originale di insegnamento e apprendimento anche la costruzione di relazioni e di esperienze che risultano ancora vive a distanza di quaranta anni.

Si tratta di uomini e donne che nel libro ricordano e raccontano quegli anni, ma anche le loro storie, in modo così ricco e partecipativo da far nascere un po’ di invidia in chi non ha potuto condividere quel lavoro. Il luogo in cui tutto si svolge è il quartiere popolare di Is Mirrionis, periferia di Cagliari, abitato oggi come allora da lavoratori, studenti universitari fuori sede e, ai nostri giorni, “da un numero sempre maggiore di immigrati”. Un quartiere che vede anche la presenza di attività malavitose legate soprattutto allo spaccio della droga.

Gli anni sono quelli che vanno dal 1971 al 1976, anni cruciali per la Sardegna e per tutta l’Italia. Anni di lotte e di conquiste civili ma anche di diffusione di idee che affermavano nuove visioni del mondo. I protagonisti sono lavoratori o giovani espulsi dalla scuola e ai quali la scuola popolare diede l’occasione di conseguire la licenza elementare e/o media quando ancora l’istruzione rappresentava sia la maggiore possibilità di inserimento nel mondo del lavoro sia la realizzazione di sé, di un senso di dignità e di riscatto.

Ci si potrebbe chiedere che cosa abbia spinto tanti giovani, studenti universitari o appena laureati, di provenienza culturale e ideologica differenti, a impegnarsi per anni a titolo gratuito in questo progetto, in modo coinvolgente e col sacrificio spesso sia del proprio tempo libero che della vita privata. Mi piace rispondere con le parole di uno dei protagonisti: ”uno degli obiettivi era quello di far sì che i lavoratori acquisissero più parole, anche una sola in più dei padroni, per poterli contrastare”.

Bisogna sottolineare che dalle testimonianze di chi ha partecipato a questa bella e significativa esperienza escono fuori motivazioni che vanno al di là della semplice “conquista” del titolo di studio: costruzione di reti di relazioni più profonde e complesse, maggior coscienza e consapevolezza di sé, piacere della condivisione di esperienze di vita e di cultura. Si trattò di un momento importante anche nella vita di quanti si improvvisarono insegnanti. La sfida per inventare una nuova didattica e una pedagogia non respingenti, come erano spesso quelle della scuola ufficiale, la difficoltà di gestire un collettivo di persone così diverse che deve procedere spedito se vuol raggiungere il proprio obiettivo, le lotte per ottenere e mantenere i locali che ospitavano la scuola. Ma questa esperienza, accompagnata da grande impegno ed entusiasmo, capiamo che ha segnato per sempre le loro coscienze, accompagnandoli nei loro percorsi umani, politici e professionali.

Di questi tempi fa bene al cuore leggere e conoscere storie simili. La scuola italiana che proprio in quegli anni cominciava a svecchiarsi, a vedere i primi frutti della nuova scuola media obbligatoria, a diventare scuola aperta a tutti, conosce in questi ultimi anni un’involuzione che la così detta “buona scuola” ha portato a compimento con la verticalizzazione della sua struttura, in linea con quella dell’intera società. Un ‘esperienza come quella della scuola popolare di Is Mirrionis può essere ancora attuale in una società così atomizzata e individualista, con “forme di isolamento mostruose” come la nostra devastata dall’ imporsi del dominio neoliberista e che ha dimenticato parole come diritto allo studio e solidarietà?

Forse sì, perciò ritengo sia utile aver pubblicato questo libro che offre un esempio di buone pratiche nate dalla volontà di comuni cittadini. E’ difficile che l’informazione parli di questi argomenti, per chi governa sono memorie scomode perché i loro modelli educativi, e non solo, sono antitetici a quelli sperimentati nella scuola popolare. In questa situazione si creano atteggiamenti passivi, di “burocratizzazione della mente” come sostiene un altro importante pedagogista, il brasiliano Freire, una sorta di “conformismo dell’individuo, di accomodamento” e il dominio dell’ideologia neoliberista, della globalizzazione può essere visto come destino, come fatalità.

Solo indignandosi e ribellandosi a tutto ciò si può trovare la strada per cambiare. Creare (o ricreare) qualcosa che non esiste, secondo Freire, deve essere l’ambizione di tutti coloro che sono vivi. E forse questo, se si vuole, è ancora possibile.

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