L’omeopata. Un romanzo di storia e umanità

16 luglio 2017
Ottavio Olita

Le gerarchie ecclesiastiche sarde in lotta contro ogni istanza liberale che cominciava ad affacciarsi in Sardegna, in Italia e in Europa; il forte impegno di sparuti idealisti che si riunivano intorno a Giorgio Asproni, Siotto Pintor, Giovanni Battista Tuveri; gli assassinii perpetrati nel nome del ‘bene’; le ambiguità e i doppi giochi dei Savoia e dei loro ministri. Tutto questo fa parte del bel libro “L’omeopata” (Il Maestrale editore), primo romanzo di Massimo Dadea.

Il racconto ricostruisce la vita di un trisavolo dell’Autore, Bernardino Dadèa, nato a Tempio nel 1823, morto di tisi a Torino nel 1879,  che acquistò fama internazionale – in Europa e negli Stati Uniti – per i suoi studi sulla medicina omeopatica. Un eroe antieroe, capace  di istintivi e impulsivi atti di coraggio ma anche di  umanissime pusillanimità. L’Autore affida allo stesso protagonista la narrazione di una vita trascorsa per metà a Tempio, per il resto a Torino.

Prima aiutato dal vescovo Diego Capace che spera di farne un fido scudiero, poi fieramente combattuto per le sue idee liberali, Bernardino Dadèa, dopo un agguato dal quale si salva, ma nel quale vene ucciso un suo giovane cugino, fugge a Torino. A Tempio lascia i suoi affetti più cari:  madre, moglie Maria Giuseppina e figlia Maria Antonia. Laureatosi in medicina in Sardegna, a Moncalieri, sua prima sede di lavoro, entra in contatto con l’omeopatia e trova ospitalità in una famiglia valdese. Nuovi affetti e l’impegno professionale lo allontanano definitivamente dalla famiglia d’origine e pian piano, trasferitosi a Torino, concentra tutte le sue energie nello studio e nella ricerca scientifica. Così facendo non si rende conto dell’enorme sacrifico a cui costringe la sua dimensione umana.

Contraddittorio e incerto nelle scelte di vita, acclamato per le sue capacità mediche, alla narrazione della sua incoerenza – raccontata con comprensione – l’Autore contrappone la descrizione di quattro belle figure femminili: Maria Giuseppina, Maria Antonia, Paola e Bianca che con i loro comportamenti gli daranno piena coscienza dei suoi limiti.

Con questo suo primo romanzo Massimo Dadea (che per alcuni dialoghi ricorre sapientemente all’uso del gallurese), è riuscito a costruire una trama intrigante in cui si incrociano la Grande Storia – i Savoia, Cavour, la Prima Guerra d’Indipendenza, la ritirata di Carlo Alberto da Milano –, le vicende sarde – la decisa opposizione dei vescovi, anche con la forza dell’intimidazione e degli agguati, alle prime istanze illuministiche e liberali della borghesia e degli aristocratici progressisti – e il privato che ne viene pesantemente condizionato. C’è inoltre il racconto dell’insofferenza da parte della medicina ufficiale che tentò di fermare in ogni modo l’affermarsi dell’omeopatia.

Così la vicenda umana di Bernardino Dadèa sembra tradurre nel quotidiano quel che nella Storia hanno determinato alcuni opportunismi – come quelli della Chiesa e dei Savoia –, l’eroismo di quei patrioti che senza mezzi e solo con l’entusiasmo si imbarcarono da Terranova per andare a combattere gli Austriaci, il pragmatismo dei governanti, come Camillo Benso conte di Cavour.

A noi, lettori contemporanei, il romanzo propone un interrogativo fondamentale e sempre attuale: quale lo scopo profondo per il quale vale la pena vivere? Difficile trovare una risposta, delittuoso ignorare il quesito.

 

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