Lontano dall’Italia

16 febbraio 2011

Mario Cubeddu

In tempi molto bui per ogni prospettiva economica e sociale, anche la Sardegna è chiamata a partecipare ai festeggiamenti per i 150 anni dell’Unità d’Italia. Avremo una serie di iniziative il cui indirizzo ideologico e relativi introiti la regione di centro-destra sembra abbia affidato a una Fondazione che ha avuto il merito di sferrare un attacco a Renato Soru pochi giorni dopo la sua sconfitta elettorale. E poi si dice che non esiste riconoscenza! Senza bisogno di ricorrere ai percorsi statualisti di Francesco Cesare Casula, destinati a falsare la verità storica nel momento stesso in cui pretendono di precisarne i termini istituzionali, è doveroso osservare che il percorso unitario sardo è comunque diverso da quello di altre regioni italiane.  La Sardegna ha sperimentato per prima l’unione con quella parte nord-occidentale della penisola italiana che si sarebbe assunta il compito politico e militare di realizzare un Regno tramite l’annessione delle altre regioni d’Italia. Questa unione avrebbe realizzato le aspirazioni di una borghesia che sentiva ormai come un vincolo eccessivo le frontiere che dividevano lo spazio di produzione e di mercato di piccole realtà statuali e quelle di un ceto medio che credeva nei valori di una nazione creata da vicende storiche, religione, lingua, cultura, comuni. Questi presupposti mancavano alla Sardegna. Sino all’Ottocento l’italiano era stato una lingua pressoché sconosciuta, lingua d’uso era il sardo nelle sue varietà, lingua di cultura il castigliano. Da quattro secoli l’isola era sul piano ufficiale e istituzionale periferia spagnola, sul piano reale della vita dei sardi un popolo vinto e sottomesso che si sforzava di sopravvivere tra carestie ed epidemie. Che il secolo e mezzo di convivenza con il Piemonte prima del  1861 abbia trasformato i sardi in italiani è discutibile. E’ vero che nel 1847 gruppi di studenti, i feudatari che dovevano sentirsi garantiti e avevano necessità di collocare al meglio i capitali ottenuti con la liquidazione dei feudi,  esponenti del ceto medio, scendevano in piazza per ottenere la perfetta fusione con gli Stati di terraferma. La ottennero prima ancora di formulare la richiesta. Ben diversa era stata l’accoglienza riservata nel 1793 alle cinque domande portate a Torino dai rappresentanti dal Parlamento sardo per chiedere più libertà e più autonomia. Una chiusura totale velata dalle solite lodi al valore dei sardi. Di conseguenza il 26 aprile 1794 la popolazione di Cagliari insorgeva e i piemontesi presenti in Sardegna venivano imbarcati per il continente.  La primavera e l’estate del 1794 costituirono la stagione della diffusione delle idee antifeudali nelle comunità della Sardegna centrale e settentrionale. Riunioni di Consigli, rivolte, attacco ai documenti che attestavano la servitù. La Sardegna navigava per due anni sull’onda del movimento storico contemporaneo. La rivoluzione sarda fu sconfitta dalla subalternità dei gruppi dirigenti cittadini e dalla repressione violenta che i Savoia portarono avanti per decenni. Una Restaurazione cominciata con l’arrivo della corte nel 1799 continuava nei primi decenni del secolo. Sono pagine poco note, fatte di persecuzione, impiccagioni, centinaia di simpatizzanti delle idee di cambiamento morti in carcere. Non era ancora il momento di diventare italiani. I sardi umiliati, avviliti, spinti all’autodisprezzo, cercano di rendersi graditi umiliandosi, o inventandosi le glorie inesistenti delle Carte di Arborea. Ma il momento buono sta arrivando. E’ la Grande Guerra a rendere finalmente giustizia alla Sardegna. E’ la retorica sardista del sangue sparso da decine di migliaia di giovani sardi e di ciò che in termini istituzionali ed economici l’Italia deve dare in cambio. Ma non si avrà dall’Italia l’autonomia, non si avrà lo sviluppo, anche la libertà sarà tolta dal fascismo. Che si inventa la città del carbone, il primo modello di un’industria “politica” che porta benefici illusori e lascia disastri reali. E siamo ai problemi odierni, a lotte senza fine per la dignità del lavoro. I quasi trecento anni di convivenza della Sardegna con l’Italia non sono passati invano. Anche il mondo è cambiato. Gli stessi concetti di sardo e italiano hanno oggi un senso diverso nell’Europa, nel Mediterraneo, nel nostro mondo complesso. La scommessa è la capacità di comprendere realtà diverse. A partire da quelle che si hanno in casa.  La ricchezza dell’Italia è la somma delle sue parti e il rispetto delle differenze. E’ capitato a molti di sentirsi offesi da una pubblicità voluta dalla Presidenza del Consiglio che sembra irridere al patrimonio di dialetti e di lingue presenti all’interno dello Stato italiano. Altro segno di intolleranza è il ricorrente fastidio nei confronti del distacco sentimentale da parte della minoranza sudtirolese nei confronti delle celebrazioni patriottiche italiane.  Si dimentica che nessuno si è preoccupato di cancellare i tanti simboli del fascismo che ancora offendono la sensibilità di quelle popolazioni. La minoranza di lingua tedesca ha accettato presto un rapporto sereno con l’Italia, al contrario di quanto è avvenuto in realtà come la Corsica o il paese basco. Non ci sono sussidi che possano pagare il rispetto di se stessi e della propria storia. In Sardegna la retorica dei 150 anni non dovrebbe nascondere le lotte quotidiane per il lavoro e il fatto che tra poche settimane un migliaio di sardi che hanno trovato lavoro nell’esercito ripartono per l’Afghanistan.

9 Commenti a “Lontano dall’Italia”

  1. Omar Onnis scrive:

    Discorso in larghissima parte condivisibile. Eviterei di falsare la prospettiva parlando di “regioni” italiane, per il XIX secolo. È un anacronismo. Né la Sardegna né alcun’altra componente politica della penisola italica nell’Ottocento (e fino alla costituzione repubblicana, in realtà) possono essere definite “regioni”. Si trattava di stati sovrani. La Sardegna poi non potrebbe essere definita “regione italiana” nemmeno se al termine venisse data un’accezione meramente geografica. Anche l’assioma secondo cui i nostri secoli più bui sarebbero quelli “spagnoli” è da rimettere in discussione come una qualsiasi tesi, bisognosa di argomentazioni e di pezze d’appoggio. Personalmente propenderei per qualificare come nostro periodo più buio tutto l’arco storico della Sardegna sabauda e italiana. Giova precisare anche che la sindrome di subalternità dei sardi è stata rigenerata e rafforzata proprio dall’autonomismo sardista di Lussu e Bellieni, con la loro avversione al “separatismo” fondata sull’assunto che i sardi fossero una “nazione abortiva” (Bellieni), bisognosa della luce della Storia che solo la superiore civiltà italiana poteva darci. Che i sardi col processo di unificazione politica italiana abbiano poco – e accidentalmente – a che fare lo dimostra facilmente la nostra evidente estraneità come collettività storica agli elementi essenziali di tale processo: comunanza di lingua, Rinascimento, Risorgimento, Grande Guerra (qui c’è un bel paradosso da analizzare), Resistenza.

  2. Marcello Madau scrive:

    Dell’interessante scritto di Mario ho in particolare apprezzato e condiviso la frase “La ricchezza dell’Italia è la somma delle sue parti e il rispetto delle differenze. “. Mi sembra una chiave di volta per edificare un rinnovato e non più eludibile discorso italiano dove le grandi ricchezze del mosaico siano pienamente presenti a partire dalla loro storia. Una storia che per la Sardegna, paradigma forte della cosidetta ‘diversità’, va persino oltre, se ragioniamo a partire dall’antichità’, di quei trecento anni indicati da Mario (ho cercato di dirlo in ‘Italia plurale’ ). Le altre cose, anche quelle indicate da Onnis, dalla ‘debolezza’ di Rinascimento ad assenza, scarsa o particolare presenza in insurrezioni, liberazioni e guerre di Ottocento e Novecento., non sono solo sarde, fra i popoli italiani, e sarebbe curioso se ciò comportasse automaticamente lo status di nazione o la necessità dell’indipendenza. La lingua italiana? Ha un uso meno lungo, storicamente. Ma che vuol dire? Anche l’industrialismo rispetto alle epoche precedenti. La realtà è che l’italiano è per i sardi una lingua comune, progressivamente non meno e forse più di quella sarda (non comune).
    La battaglia per il mosaico, e a partire da esso, è essenziale e anche affascinante. Le prospettive di indipendenza mi sembrano davvero velleitarie e sinceramente senza speranza. Mi pare più produttivo e convincente (non soltanto dal solco della nostra ‘identità’ pintoriana e comunista) cercare nel mosaico le unità per battaglie sul lavoro, sull’ambiente e sulla pace che superano ogni confine amministrativo.

  3. Omar Onnis scrive:

    Sarebbe bello sapere perché le prospettive di indipendenza sarebbero “velleitarie” e addirittura “senza speranza”. Dipenderà dal Fato? Dalla nostra natura di nazione abortiva? Mah… Certo, basta liquidarle così e il problema è risolto… Rispondo comunque alle obiezioni nel merito. La lingua. Che l’italiano sia oggi una “lingua sarda” non ci piove. Ma di certo non è un elemento distintivo della nostra italianità storica, cosa invece rivendicata dal nazionalismo italiano. Sul resto, mi piacerebbe leggere qualche obiezione un po’ più consistente. Che i sardi non siano mai stati considerati italiani, persino ancora ben dentro il ventennio fascista, è difficilmente contestabile. Nel II dopoguerra la questione è stata semplicemente rimossa e l’affermazione dell’italiano dagli anni Sessanta ha coperto tutto con una patina opaca, chiaramente di natura egemonica (immagino non ci sia bisogno di spiegare cosa intendo, almeno qui). Se l’appartenenza a una collettività storica ha un senso, al di là della mera ideologia nazionalista, pur con tutta la buona volontà e l’onestà intellettuale del caso, mi riesce difficile pensare ai sardi come a una parte della nazione italiana. Possiamo ritenere questo aspetto ininfluente e io sarei quasi d’accordo. Penso che gli elementi strutturali cogenti e ineludibili circa la “quistione sarda” siano altri, di natura anche, se non soprattutto, materiale. Di certo comunque non ci si può chiedere di essere entusiasti per una storia cui non apparteniamo.

  4. Mario Cubeddu scrive:

    Vorrei chiarire ogni equivoco sul senso di quello che scrivo. Ho usato per la seconda volta il titolo “Lontano dall’Italia”; si tratta di un auspicio per la Sardegna, oltre che di una constatazione. L’augurio di un viaggio verso l’Europa e il mondo per tutti i sardi. Di andata e di ritorno, se vogliono. Perché in questa Italia che si appresta a liberarsi di Berlusconi sembra che sia ormai senso comune l’accettazione del fascismo come ideologia portante del Novecento italiano. Non so quanti abbiano provato vergogna a sentire il riepilogo di storia d’Italia offerto da Benigni. Io si. Tutta la paccottiglia retorica: dalla Vittoria Schiava di Roma ai Balilla ai Maramaldo agli stranieri palpatori e stupratori delle “nostre donne”. E un “nara cixiri” attribuito ai Vespri siciliani e non alla Sarda Rivoluzione. Gli eroi morti per la Patria in un movimento di popolo! Ciò per cui sei disposto a morire acquista automaticamente valore. Tante cause sono state smentite su questo terreno. La falsità di tutta l’operazione è stata consacrata dal fatto che il suo inno sussurrato non è stato seguito dal canto corale di tutto il pubblico, come sarebbe successo in qualsiasi altro contesto. Ci sono sempre tante riserve sull’identità dei sardi. Giustamente, si tratta di costruzione, invenzione. Vale anche per l’Italia. Che, al contrario della Sardegna, ha prodotto un nazionalismo, non solo fascista, responsabile di centinaia di migliaia di morti.

  5. Marcello Madau scrive:

    La mancanza di prospettiva realistica per l’indipendenza non dipende certo dal Fato, che mi sembra fattore più legato al raggiungimento dell’indipendenza…
    Ho già detto che non sono, da comunista, pregiudizialmente contrario ad una prospettiva di indipendenza: ma una forma istituzionale la misuro nella sua capacità di favorire migliori condizioni e prospettive politiche per la società, innanzitutto per i lavoratori; per democrazia, libertà, ambiente e pace.
    Mi pare che oggi – di fronte alle spinte globalizzanti del capitalismo ed alla loro natura –vada cercata nel mosaico (italiano, europeo e mondiale) l’unione con altre comunità e altri popoli sulla base dei bisogni, e ciò necessita di unità e non di separazioni, che darebbero al potere opposizioni più deboli.
    Condivido la critica ai contenuti veicolati da Benigni, e certamente il nazionalismo italiano ha creato stragi. Anche per questo non voglio altri nazionalismi che ne possano creare.
    Però mi chiedo se, per caso, partigiani e Resistenza (al di là della marginalità del nostro territorio, non proprio ignorata dai sardi) debbano essere considerati dentro il calderone del fascismo patriottico italiano, o il tentativo, anche riuscito (vedi la Costituzione) di costruire un’altra Italia. Criticare l’unità come essa è sinora avvenuta, a lungo contro mezzogiorno e isole, significa costruire un’Italia inclusiva, e non spezzarla in piccoli frammenti separati. Sapendo riconoscere, nella “invenzione”, i riferimenti democratici.

  6. Marco Ligas scrive:

    Io non so se i secoli più bui della nostra storia siano stati quelli della Sardegna sabauda e italiana. Penso però che il popolo sardo non abbia vissuto migliori condizioni anche in altri periodi, per esempio nel corso dell’occupazione aragonese, ritenuta da molti la peggiore della storia dell’isola.
    Ma non ritengo che oggi il problema principale sia quello di preparare una classifica e stabilire quale potenza sia stata la peggiore nello sfruttamento (inteso in senso lato) dell’isola. Certo è che il popolo sardo di soprusi ne ha subito e come. E continua a subirne; se ci guardiamo attorno non possiamo non vedere le sconcezze di Portovesme, di Quirra, di La Maddalena per non parlare dei lavoratori già disoccupati o in procinto di esserlo.
    Mi chiedo però (e pongo in modo schematico l’interrogativo) perché mai l’indipendenza della Sardegna dal resto dell’Italia potrebbe consentirci la liberazione dalle forme di sfruttamento che ancora subiamo. E nel porre questo interrogativo non mi riferisco alla sua opportunità. Ne faccio preliminarmente una questione di merito. Non sarebbe invece più importante associare il concetto di indipendenza al ruolo che le classi dirigenti svolgono nel governo di una nazione? E perché non proviamo a ragionare anche sul ruolo che il capitalismo svolge a livello mondiale per capire se è sufficiente un impegno indipendentista per migliorare le condizioni di vita di un popolo?

  7. Francesca Cau scrive:

    Ci sarebbe da discutere sulla presunta subalternità dei sardi, vittime del “racconto egemonico italiano” senza poter essere davvero e totalmente italiani, tristi e incapaci di essere protagonisti del loro destino. Gli indipendentisti battono molto su questo tasto e si propongono come quelli che vogliono dare ai sardi una consapevolezza di sé come collettività, una nuova “creatività condivisa” che parta dall’assunzione di una responsabilità storica autonoma, cioè indipendente. Ma è proprio così? Siamo veramente un popolo da psicanalizzare e che ha interiorizzato la subalternità e il vittimismo? A me non pare. Alla base della situazione attuale dell’isola, alquanto penosa, c’è un processo di autodeterminazione costante, anzi, un plebiscito quotidiano di una popolazione che esprime la sua classe dirigente, che ne determina l’attività anche -o soprattutto- non controllandone gli abusi e le mancanze. Anche l’accettazione della politica “da apparato” e il clientelismo sono forme potenti di protagonismo politico, epifenomeni di un chiaro processo di determinazione del proprio destino. Insomma, non siamo subalterni, o almeno non lo siamo più di altri popoli; siamo protagonisti, seppure nel male. Ecco, io mi sforzo per produrre un protagonismo diverso dei sardi, un protagonismo nel bene, basato sulla partecipazione radicale delle persone in politica e su un forte controllo democratico sulle istituzioni. Per fare questo non c’è bisogno dell’indipendenza.

  8. Giulio Angioni scrive:

    O meglio: se per fare questo, cioè per almeno diminuire subalternità e subordinazione e strumentalità, l’indipendenza o separazione serve, e se il gioco vale una candela non nazionalistica, allora sì, sia anche separazione e sovranità distinta. Altrimenti no. Ma non ho incontrato nessun indipendentista che voglia o sappia mettarla così, in Sardegna. Finora. Ma devo essere stato o sfortunato o distratto. E voi?

  9. Porcu Silvana scrive:

    Siamo già indipendenti perchè isolati, nel bene e nel male. Le esperienze cooperativistiche nel mondo agro-pastorale sono vicine allo zero. Continuamo a produrre un pecorino che non ha mercato. Si continuano ad elargire soldi per i progetti di “Lingua e cultura sarda” nelle scuole senza poi controlarne l’utilizzo e la ricaduta.
    L’ottimo progetto “Sardegna speaks English” finanziato dalla Comunità europea, è stato organizzato in modo pessimo: a causa della pessima gestione della Regione, si parte a febbraio con tempi strettisimi e con orari non rispettosi delle esigenze di chi vi partecipa.
    Il risultato sono corsi raffazzonati anche di tre ore per incontro in un arco di tempo troppo ristretto.
    Un’occasione sprecata a tutto vantaggio di chi si può permettere di frequentare le numerosissime scuole private di lingua inglese.
    Il diritto allo studio è spesso vanificato dal mancato controllo, ad esempio, degli esorbitanti affitti in nero che bisogna sborsare nelle due città universitarie.
    L’evasione fiscale è altissima: il Sole 24 ore afferma che spendiamo il doppio di quello che guadagnamo. Naturalmente in nero.
    Con questa cattiva gestione è ovvio che le guerre rapresentino un’alternativa alla disoccupazione per parecchi giovani senz’arte nè parte. I pochi che studiano seriamente e potrebbero contribuire a migliorare le nostre sorti se ne vanno all’estero o in continente. Come biasimarli?

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