Lotto marzo: manc’una de mancu

16 marzo 2017

Foto di Silvia Palmas Aledda

Cristina Ibba

8 marzo 1908. In una fabbrica tessile a New York, durante uno sciopero, 129 operaie muoiono in seguito ad un incendio doloso. La ricorrenza di questo evento luttuoso si è trasformata negli anni, prima in “giornata”, poi in “festa” della donna.

8 marzo 2017. Di questo tipo di celebrazione, rappresentazione e narrazione le donne non ne vogliono più sapere. Con lo stesso simbolo in oltre 54 paesi dei cinque continenti, milioni di donne , uomini, lesbiche, gay, trans, intersessuati, migranti hanno aderito allo sciopero femminista transnazionale partito dalle donne argentine. Ovunque è stata una giornata di lotta e di festa, una giornata speciale, un evento senza precedenti.

In Sardegna, nelle due grandi manifestazioni di Cagliari e Nuoro, migliaia di donne hanno riempito le strade delle città. Le tante anime dei femminismi e dei movimenti lgbtqi sarde hanno dato vita ad un grande movimento , senza leaders, creativo e determinato. Un movimento che non nasce dal nulla, ma è il frutto di un proliferare di gruppi, associazioni, collettivi, centri culturali e politici che in tutti questi anni, in maniera più o meno carsica, hanno prodotto pensiero e azione politica. E’ stato uno sciopero di 24 ore dal lavoro produttivo e riproduttivo, dal lavoro di cura, domestico e dai consumi.

A Cagliari la forza sciamanica delle Tambura Battenti ha guidato un grandissimo corteo, come non se ne vedevano da 40 anni. Un corteo coloratissimo, bellissimo che alla generalizzazione delle politica ha opposto il “partire da se”. Gli studenti del liceo classico “Siotto” con lo striscione “per una scuola ricca di differenze”, il liceo artistico “Foiso Fois” con lo striscione “l’arte vince la violenza” , e poi le giovanissime “siamo le nipoti delle streghe che non siete riuscite a bruciare”, e iil collettivo “Pasionaia” “la rivoluzione sarà femminista o non sarà”, insieme al MOS (movimento omosessuale sardo), ARC, Agedo, collettiva Femminista di Sassari, le donne dei centri antiviolenza di Sinnai e Oristano,le Menadi, i collettivi transfemministi queer, gli studenti di unica 2.0, il comitato degli insegnanti contro la 107 e tante tante singole hanno mostrato una trasversalità eccezionale sia generazionale che come percorsi e appartenenza.

Lo strumento dello sciopero è stato veramente efficace nella sua radicalità e nella sua capacità ricompositiva. Il denominatore comune è stato la voglia di costruire spazi di riconoscimento e legittimità che si oppongano ad un dominio maschile , patriarcale, e capitalistico all’interno delle singole vite. E’ quello che Carla Lonzi aveva definito “soggetto imprevisto”, uno spazio di rivoluzione e sovversione dell’esistente all’interno dei conflitti globali della società capitalistica; uno spazio intersezionale, plurale, femminile, a partire da se in cui ognun@ sia in grado di immaginare pratiche di resistenza e di rovesciamento dello stato di cose esistenti.

La forza innovativa di questa grande ripresa del femminismo è stata quella di aver palesato una verità che è sempre stata sotto gli occhi di tutti , ma che continua ad essere, come dice Lea Melandri, “ un’ evidenza invisibile” : che sono mariti, compagni , figli , padri gli uomini che fanno violenza sulle donne all’interno della famiglia,della coppia, dentro casa. L’assassino non è lo straniero o il pazzo , è qualcuno con cui le donne hanno stretto rapporti affettivi. Le donne sanno ormai che la violenza maschile è una questione politica non giuridica , che non si combatte con l’inasprimento delle pene , ma con una radicale trasformazione della società.

E’ stato uno sciopero contro ogni tipo di violenza, medica e ostetrica, contro il razzismo, l’omofobia, contro qualunque muro o frontiera, perché la violenza è un fenomeno strutturale che condiziona ogni ambito della vita delle donne: famiglia, lavoro, scuola, ospedali, mass-media. Questi milioni di donne in tutto il mondo che si sono astenute per un giorno da ogni forma garantita, precaria, sottopagata, non riconosciuta di lavoro hanno dato un segnale molto chiaro nella lotta alla violenza fisica e psicologica sulle donne , ma soprattutto hanno detto che vogliono cambiare le cose mettendo in discussione alla radice un intero sistema. E’ stato definitivamente superato l’approccio vittimistico sulla violenza ed è stato sostituito con l’autodeterminazione, la partecipazione, la rivendicazione, la lotta.

La radicalità di questo movimento sta anche nel superamento totale dell’approccio legalitario e repressivo. Le donne non chiedono diritti, ma libertà: sui corpi, sulla salute, sul proprio piacere. Il diritto continua ad essere per il femminismo un oggetto ambiguo e controverso perché espressione pericolosa di una certa cultura maschile che vuol mettere bocca sul corpo delle donne. E allora più che un moltiplicarsi di diritti e leggi quello di cui c’è bisogno è una cultura politica che abbia al centro la vita nella sua interezza. La crisi che viviamo non è solo economica , ma è di un modello di civiltà. La politica della vita potrebbe essere un valido antidoto al populismo, al trionfo dell’antipolitica, al fondamentalismo religioso.

Eravamo una marea, siamo diventate uno tzunami” Ciò che ha unito milioni di donne di ogni parte del mondo , come un mosaico di frammenti, di tante trame, fili e colori, per arrivare ad un ordito comune, non è un’identità sessuale o di genere, ma la pretesa di sovvertire un ordine globale, un desiderio senza fine di essere libere, è l’affermazione del potere di trasformare ogni momento del presente. A partire dalle donne, non soltanto per le donne.

Scrivi un commento


Ciascun commento potrà avere una lunghezza massima di 1500 battute.
Non sono ammessi commenti consecutivi.


caratteri disponibili

----------------------------------------------------------------------------------------
ALTRI ARTICOLI