Macron: il primo atto è una lezione di cultura politica

8 maggio 2017
Ottavio Olita

L’istituzione repubblicana appartiene solo ai cittadini, non è di proprietà di questa o di quella forza politica; chi è chiamato a rappresentarla deve dedicarle anche gesti simbolici che non sono forma, sono sostanza. Questo mi è parso il significato profondo dei primi atti compiuti dal neoeletto presedente della Repubblica Francese, Emmanuel Macron, il più giovane nella storia di quel Paese. E vediamoli questi atti simbolici.

Il primo: avuta la certezza dell’elezione non si è precipitato a festeggiare con i suoi elettori che lo attendevano nella vasta Esplanade del Museo del Louvre. Tirato in volto, quasi solenne, si è rivolto alla Nazione con un messaggio televisivo, senza retorica e trionfalismi affermando che si batterà per la difesa dei diritti, per la tutela ambientale, per la sicurezza dei cittadini. Anche di quanti non hanno votato per lui. Un discorso da Presidente, non da candidato.

Il secondo: la scelta del luogo dove festeggiare. I politologi ne hanno dato una lettura di affermazione della propria collocazione al centro degli schieramenti politici tradizionali: L’Esplanade del Louvre si trova quasi a metà strada tra la Place de La Bastille, storica sede di aggregazione della sinistra, e Place de La Concorde dove si sono sempre tenuti i grandi raduni vittoriosi del gollismo e dei suoi eredi.

Io in quella scelta ho visto un altro significato: quello del valore universale, aggregante e non fonte di divisione della cultura. Più volte Macron ha fatto riferimento a un nuovo ‘umanesimo’ che superi le lotte di classe (La Bastille) o la ‘grandeur’ sciovinista data dai luoghi costruiti dalla monarchia assoluta (Place de La Concorde). Il Louvre, custode geloso dell’arte mondiale, restituito al mondo come testimone del progresso dell’umanità frutto di elaborazione intellettuale, di creatività, di umanità lontana da qualunque violenza armata o economica.

Il terzo: sicuramente il più emozionante. Due ore dopo il primo discorso da presidente, Emmanuel Macron ha raggiunto l’Esplanade del Louvre. Solo, senza essere affiancato o guardato a vista da alcuna guardia del corpo o apparato di sicurezza, ha attraversato a piedi la piazza per raggiungere il palco dal quale si è poi rivolto ai suoi elettori, ripetendo i concetti già espressi, ma con entusiasmo, gioia, commozione.

La lenta traversata della piazza, fatta con tranquillità, sicurezza, senza incertezze o tentennamenti è stata accompagnata dalla diffusione delle note dell’Inno alla Gioia di Beethoven che ufficialmente è l’inno dell’Unione Europea. La Marsigliese è stata eseguita e cantata a squarciagola soltanto alla fine del suo comizio: l’Europa prima della Francia, un’Europa che deve essere assolutamente cambiata e migliorata, non abbattuta.

Necessario sottolineare, qui, quale tristezza ho provato nel raffrontare queste modalità di rappresentanza politica all’eterno litigio a cui assistiamo quotidianamente in casa nostra. Mi sono ritornate alla mente le scene della mortadella mangiata alla Camera dei Deputati per festeggiare la caduta di Prodi, lo champagne stappato in aula, le indegne gazzarre di cappi esposti da rappresentati istituzionali del popolo italiano.

Ma mi è tornata anche alla mente il discorso tenuto poche ore prima, il mattino di domenica, da Matteo Renzi all’assemblea del Pd riunita per solennizzare la sua rielezione a segretario. In un passaggio del suo intervento ha ancora una volta attaccato quanti la referendum sulla sua orrenda riforma costituzionale avevano votato No, affermando che quel voto aveva impedito la costruzione di una nuova democrazia efficiente. Ovviamente ha bellamente ignorato tutti gli altri aspetti di costruzione di un nuovo e inedito autoritarismo che quel progetto proponeva.

Quel modo di affermare il proprio ipertrofico ego mi ha fatto pensare, per contrapposizione, alla riflessione fatta da Marine Le Pen un quarto d’ora dopo la pubblicazione delle prime proiezioni sull’esito del voto. Ammissione della sconfitta e l’idea che forse bisognerà superare il Front National costruendo un nuovo soggetto politico: di fronte alla risposta dei cittadini, rispetto.

La nostra cultura politica è ancora troppo lontana da questi comportamenti. Fa specie che un coetaneo di Macron ne sia così distante. Ma forse i nostri primi 156 anni di unità hanno guardato più a costruire interessi di parte piuttosto che il bene collettivo. Non abbiamo i secoli di storia nazionale di Francia, Germania o Gran Bretagna, ma forse dovremmo cominciare ad attrezzarci per costruire una nuova cultura politica. Solo così riusciremo a sconfiggere i paurosi livelli di corruzione, di evasione fiscale, di sfruttamento del lavoro che fanno grassi i più furbi e impoveriscono tutto il Paese. Invece di costruire nuova cultura politica viene smantellato, con la scuola pubblica, quel poco che ancora resiste di conoscenza e coscienza civica.

La lezione che la Francia ci ha dato non so se si tradurrà in atti politici condivisibili. Si vedrà. Quel che dovremmo acquisire, ora, come insegnamento, è che l’Istituzione non deve essere privatizzata o appaltata e che solo i cittadini ne sono i legittimi tutori e fruitori.

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