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Non c’è Europa senza kurdi

16 novembre 2007

RAGAZZE KURDE
Marcello Madau

Ma che razza di Europa stiamo mai creando? Non passa giorno che non si snodi sotto i nostri occhi la vicenda di intere popolazioni che lottano per mantenere la propria esistenza. Si spostano, anche per migliaia di chilometri, per rimanere in vita, fuggire dalla guerra, cercare lavoro. Non facciamo a tempo a parlare dei romeni, che da oriente arriva l’eco della tragedia dei kurdi, nella quale la solidarietà di tradizione internazionalista a ribelli militanti si è progressivamente spenta; sino all’accettazione semi-passiva da parte dei ‘democratici’ italiani della linea consequenziale stati canaglia-terroristi-comunisti rivoluzionari, come enunciata dalla dura requisitoria del premier turco Erdogan a Romano Prodi sul PKK. Il ministro degli Esteri D’Alema non ha proprio più nulla da dire sui kurdi?
Che razza d’Europa stiamo creando! Dal punto di vista storico il caso kurdo appare molto complesso e singolare, se vogliamo leggere le fonti antiche: strana nemesi, perché gli orientali si fecero rubare Europa dai Greci, ed essa si spostò progressivamente verso occidente, dove sta oggi. Ma Europa stava dove sta ora la Turchia.
Di questa Europa antica, racchiusa, come diceva Erodoto, entro un’area più o meno corrispondente all’attuale penisola anatolica ed alla fascia siro-palestinese sino all’Egitto, con delimitazione fra il Nilo e il fiume Fasi, nella mitica Colchide (a nord, il Caucaso), facevano parte tanti popoli che nell’Europa di oggi, forse padri minori ma sempre padri e ora fratelli e compagni sventurati, ci dovrebbero stare. Allora dovremmo dire ad alta voce ad Erdogan che certo vogliamo che l’Europa torni Turchia, ma che non c’è Turchia giusta senza i Kurdi e gli Armeni, perseguitati a decine di milioni.
Onore e solidarietà ai Kurdi, discendenti di antichissime vicende mai sciolte. Dove ieri giocavano il legname e i cavalli e le miniere e le vie delle carovane, oggi agiscono – con rinnovate tragedie – l’accesso al petrolio che sta finendo. I luoghi centrali sono Kirkuk e Mosul. Ora sul popolo kurdo, apparentemente liberato dalla morsa di Saddam Hussein, si stringe quella di Erdogan; il loro racconto antico, a pochi noto, potrà essere istruttivo, e forse li sentiremo più vicini di quanto si possa pensare.
Voglio dedicare a loro una breve traccia fra i meandri delle antichità.
La scoperta e nascita dell’agricoltura vide una delle sedi più antiche nelle terre del Kurdistan, estese a sud dell’Armenia tra le catene e le valli delle parti settentrionali dei Monti Zagros e di lì verso occidente, gli attuali territori di Iraq, Turchia ed Iran. Prima ancora vicende paleolitiche si snodarono nelle celebri caverne di Shanidar dai primitivi manufatti su ciottolo alle frequenze dell’uomo di Neanderthal. Ma i Neanderthaliani sparirono da qui come dovunque.
Le ultime fasi del paleolitico registrarono fra il 15.000 ed il 10.000 a.C. un curioso insediamento ancora cavernicolo: 40-50 paleo-kurdi che sperimentavano le prime forme di controllo delle greggi, i primi pestelli in pietra per graminacee dalla crescita ancora spontanea. Poi (fra 10.000 ed il 7.500 a.C., a ridosso del neolitico, nella fase della “produzione incipiente”), gli uomini passarono “dalle caverne alle capanne”: fu l’inizio della produzione controllata del cibo, di cui siamo debitori sia al Kurdistan iracheno che a quello iraniano, in sincronia con quanto avveniva in Siria, Libano, Palestina.
Proprio nel Kurdistan iracheno è noto agli studiosi di preistoria l’antichissimo stanziamento di Jarmo, un piccolo villaggio di venti-venticinque capanne che furono la residenza di circa 150 fra uomini e donne: coltivavano orzo e frumento, allevavano capre, pecore e maiali, usavano manufatti di ossidiana. Nascono le prime esperienze di campi stagionali.
La verità è che abbiamo sin dal neolitico una sorta di “debito formativo” anche nei confronti dei Kurdi: è dal Vicino Oriente che molti cereali arrivarono in occidente, sfamando con i relativi raccolti le nostre genti neolitiche. Credo che dovremmo mostrarci meno ingrati e spocchiosi, e ricordarcene quando parliamo di politiche agricole europee.
Dopo il Neolitico, la prima urbanizzazione lungo il Tigri e l’Eufrate sviluppò una progressiva e anche severa dialettica tra i centri urbani palatini e i montanari kurdi, che troviamo aggregati in numerosi e fieri “staterelli” tribali tra i Monti Zagros e le cime che continuano verso l’Armenia, dividendo tale regione – la celebre Urartu, con i laghi di Urmia e Van – dal nord dell’Assiria.
Il rapporto fra palazzi e ruralità li costrinse ad una precoce vicenda resistenziale. I loro cavalli, pelli, legname, bestiame furono preda ambita di Accadi, Mitanni, Hittiti; di Urartei, Sciti e Persiani (oggi, come già detto, lo è il petrolio e, ancora, il territorio come via di attraversamento).
L’impero accadico, nel terzo millennio a.C. – gli Accadi erano semiti – vide la presenza di popolazioni non semitiche, tra le quali certamente nuclei kurdi. Ma la progressiva prevalenza storica delle civiltà semitiche (Accadi, Assiri, Babilonesi) ed indo-europee (Hittiti e Persiani) annichilì popoli anticamente né indoeuropei né semitici, dei quali i Kurdi, in millenni di stratificazioni culturali, costituiscono tuttora un’eccezionale e preziosissima realtà.
Li ritroviamo nel primo millennio a.C. cercando fra le carte e gli archivi delle società palatine, forse fra diverse tribù dai nomi (per noi) più singolari: Turukku, Kirruri, Zamua. Talora alcune di queste tribù montanare giunsero a una dimensione statale e palatina: l’ostentazione di preziosi manufatti, che vediamo dai corredi tombali, esprime ormai rango regale.
Lungo le aree meridionali del Kurdistan si snodavano antiche vie di carovane, tanto da meritare da parte degli storici la felice definizione di ‘porta per l’Asia’. Dovevano essere kurdi i celebri Mannei: il loro regno era situato a sud del Lago d’Urmiya, con capitale Isirta (circa 50 km ad oriente dell’attuale Sakkez); ricevettero progressivamente la presenza di un aggressivo elemento iranico.
Per l’archeologia e i musei, le attestazioni più celebri provengono da Hassanlu, necropoli del IX-VIII secolo a.C. che mostra, con splendidi bronzi, gioielli e ceramiche, ma soprattutto col rito del sacrificio dei cavalli, la presenza e l’influenza degli Sciti (un popolo a sua volta nomade e di origine iranica, proveniente dalla Russia meridionale: dopo aver attraversato il Caucaso attorno al IX-VIII secolo a.C., si impose nelle terre dell’Azeirbagian, ad est dell’Armenia. Certamente anch’essi costituirono una pagina importante della storia e dell’etnia kurda). Forti i legami artistici con Luristan ed Urartu, le cui tracce stilistiche, attraverso le complesse migrazioni dell’arte orientalizzante, giungono sino ai bronzetti nuragici della Sardegna.
Le vicende esaminate dalle antichità preclassiche di una ricca e complessa esperienza,  decisive per i caratteri successivi della nazione kurda, ci hanno condotto fra montagne, altopiani e carovaniere, a fianco di popoli allevatori e a sfondo nomadico, bronzisti e guerrieri, sovente in perenne resistenza e conflitto con le grandi civiltà urbane.
E oggi i Kurdi ripropongono agli occhi del mondo il problema delle etnie negate, di una singolare, ennesima nazione proibita, di una lingua vietata ancor oggi. Di uno straordinario patrimonio culturale in sé.
Sarebbe importante mostrare da parte dell’Italia una solidale attenzione al popolo kurdo, sostenendone le comunità, anche a distanza, ed operando, assieme a quella rom, l’insegnamento della sua lingua come materia extra-curriculare. La richiesta, avanzata sei anni fa da uomini di cultura italiani e pubblicata da Carta (26 febbraio 2001) merita di essere riproposta. Se Oriente deve essere Europa, non può esserci Europa con i Turchi e senza i Kurdi.

4 Commenti a “Non c’è Europa senza kurdi”

  1. Emidio De Albentiis scrive:

    Gentile Marcello, ho letto con interesse la tua appassionata difesa della presenza curda nell’Europa che si sta costruendo e la condivido pienamente: volevo solo segnalarti, anche se sono sicuro che ne sei già al corrente, il grande impegno profuso per la causa curda dal compianto Dino Frisullo, scomparso nel 2003, testimone profondo e autentico di una battaglia di civiltà e di libertà. Sarebbe molto bello se in un tuo prossimo articolo dedicato al popolo curdo potessi trovare il modo di ricordare Dino Frisullo e la sua azione umanitaria a favore non soltanto dei curdi, ma dei tanti, troppi diseredati, vittime spesso impotenti ed emarginate della società occidentale, opulenta quanto crudele e superficiale.

  2. Marcello Madau scrive:

    Grazie, Emidio. Perchè aspettare al prossimo numero? Mi piace al volo rimandare a un articolo commemorativo di Dino Frisullo scritto da Loris Campetti nel 2003 per Il Manifesto, dall’archivio di Melting Pot.

    http://www.meltingpot.org/articolo821.html

  3. Laura Soro scrive:

    Grazie Marcello,
    sarebbe stato bello distribuire il tuo articolo a tutti gli astanti delle tribune della Cavalcata, così da accrescere le conoscenze, ma va bene così.
    Scrivendo, abbiamo dimostrato di non essere indifferenti.

  4. Marcello Madau scrive:

    Ecco il link al commento di Laura Soro dopo la bellissima ed emozionante esibizione kurda a Sassari sul palco della Cavalcata Sarda

    http://laurafromthelaurasworld.blogspot.com/2011/05/la-cavalcata-del-kurdistan-affermazione.html

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