Marcìa e la quercia

16 Settembre 2007

Mario Cubeddu

Durante un festival di poesia possono anche accadere cose del tutto inattese. Al centro del pianoro di Sos Paris, sul Monte di Seneghe, ci sono i filari di rocce irregolari disposte in cerchio del nuraghe Codinàtza. Il lavoro di costruzione è stato un tempo interrotto, e abbandonato dopo la quarta fila di massi. Non si sa il motivo, un’epidemia, un conflitto interno o una guerra, una perdita di fede in se stessi o in un qualche dio. All’interno del circolo nuragico sono cresciuti gli alberi. Una grande quercia di più di mezzo millennio, col tronco cavo che neppure cinque persone allacciate riescono ad abbracciare, è cresciuta sopra la parte più esterna del muro. I nostri lecci non ci sembrano indispensabili come i grandi alberi dell’Amazzonia: non hanno il loro slancio verso il cielo e le forme molteplici di vita che li abitano, dalle radici alle foglie della cima. Eppure Marcia Theophilo, poetessa e dolor de la Amazonìa, come la ha definita Raphael Alberti, ha appoggiato le mani ad accarezzare la corteccia rugosa della quercia di Codinàtza e ha pianto. Chi la guardava stupito ha compreso che piangeva il destino di altri alberi, quelli della sua terra, a cui dedica la sua poesia e la sua battaglia civile. Candidata al Nobel, dichiara che lo rifiuterà se dovesse ottenerlo dopo la fine dei grandi patriarchi della foresta amazzonica. A noi raccomanda di amare e rispettare i nostri alberi. Tra le esperienze di un festival letterario, e il Settembre dei poeti di Seneghe non fa eccezione, la conoscenza diretta degli artisti, l’ascolto della loro voce, è elemento fondamentale. L’emozione si trasmette dalla persona, dal ritmo e dal senso delle parole ascoltate. Per tre anni i seneghesi e chi è venuto a Seneghe per il Cabudanne (il nome sardo sembra preferito dagli ospiti non isolani) hanno ascoltato alcune tra le voci più importanti della poesia italiana contemporanea, da Franco Loi a Mariangela Gualtieri, da Giovanni Dettori ad Antonella Anedda, da Elisa Biagini a Silvia Bre. All’elenco incompleto vanno aggiunti almeno i nomi di alcuni tra i più importanti poeti che scrivono in sardo, Franco Carlini e Anna Cristina Serra. L’esperienza del contatto con forme artistiche di alto livello non si può raccontare se non banalizzando il significato di un ascolto attento. Quest’anno una delle novità è stato appunto l’incontro con la poetessa brasiliana Marcia Theophilo che ha emozionato e fatto riflettere con le immagini di foreste ed acque evocate dai suoi versi. I fine settimana di incontri con letterati, registi, musicisti, stanno diventando un elemento frequente e diffuso in tutta la Sardegna e in Italia in genere. Nei giorni che precedono il 16 settembre, ad esempio, ce ne sono almeno tre, a Mandas, Palau e Carloforte. Qualcuno comincia a storcere il naso e parla di iniziative più spettacolari che culturali. Non c’è bisogno di ricordare che da sempre nell’arte il diletto ha accompagnato i messaggi seri e l’attenzione intellettuale per la comprensione dell’opera d’arte. C’è il pericolo dell’inflazione degli appuntamenti e della ripetitività. A far si che questo non avvenga a Seneghe cercano di provvedere alcuni giovani scrittori e registi di talento: Flavio Soriga, Simone Cireddu, Tore Cubeddu. L’intelligenza e l’energia dei trentenni hanno trovato una volta tanto il modo di essere valorizzate. Spetta a loro far circolare idee nuove, capaci di coinvolgere strati di pubblico che sono in genere esclusi dai grandi appuntamenti culturali. Questo vale certamente per i nostri paesi. Sembrerà sciocco, ma non si ha idea di quanto sia importante vedere il nome del luogo in cui si abita al centro di un’iniziativa di cui molti parlano, che qualcuno magari ti invidia. In che cosa altro consiste il fascino, l’attrattiva esercitata dalle città? Per qualche giorno le vie si animano, visi nuovi, facce contente, parole diverse. I luoghi in cui si vive quotidianamente acquistano valore, anche una realtà marginale, dove “non succede mai nulla”, può apparire degna di essere vissuta. I festival letterari hanno poi uno scopo serio: avvicinare alla lettura. Si sa che questa non è in Italia un’esperienza di massa, ma non è neppure, per la nostra esperienza, soltanto una pratica legata al privilegio sociale. Molto spesso i lettori più attenti provengono da fasce sociali marginali, anche da gente di campagna, oltre che dalle fasce giovanili di studenti e dalla piccola borghesia di impiegati e insegnanti. Sono le persone che devono essere sollecitate ad uscire dall’isolamento e ad abituarsi al confronto. Questo cerca di fare in sostanza il Cabudanne di Seneghe. Chi lo organizza non si vergogna di dire che percorre con il resto del pubblico una strada di crescita e verifica culturale. Una messa alla prova che riguarda anche tutto il patrimonio della tradizione e le forme espressive peculiari della Sardegna. Troppo spesso il nostro tappeto e la nostra ceramica, il nostro canto tradizionale, sono proclamati diversi e speciali, a prescindere da ogni confronto. Certamente sono parte della nostra carta di identità, unica e irripetibile. Ma i fatti culturali vanno oltre l’identikit dell’individuo; essi sono ricchi e complessi, mutevoli e intrecciati con altre esperienze del mondo. Vivere in Sardegna significa vivere nel mondo, e con il mondo bisogna confrontarsi. Per questo in un’isola che sta cambiando pelle i festival delle varie arti, le occasioni di confronto culturale sono non solo utili, ma indispensabili. Alla nuova occasione di lettura ideata per l’edizione 2007 dalla direzione artistica del Cabudanne di Seneghe, l’incontro della mezzanotte, in una piazza resa metafisica dal silenzio e dall’illuminazione consueta della notte paesana che lascia gli angoli in penombra, un giovane scrittore leggeva senza amplificazione i suoi racconti a centinaia di giovani; in un silenzio irreale, in cui la voce naturale del narratore riusciva a raggiungere le ultime file. Da queste pian piano si vedevano avvicinare all’autore per sentire meglio, dandosi spallate e ridacchiando con una timidezza aggressiva, adolescenti che passano le notti estive a staccare banconi di pietra e cospargere di liquido infiammabile le panchine dei giardinetti. Era per loro una voce nuova, l’ascolto di un discorso mai prima sentito. Era un grande miracolo, chissà se effimero, realizzato da un piccolo festival di poesia.

1 Commento a “Marcìa e la quercia”

  1. Stefano Flore scrive:

    Caro Mario, complimenti per le belle parole. Sono fermamente convinto che il Cabudanne e, spero, altre iniziative riescano a risvegliare in tanta gente, soprattutto giovani, da un torpore culturale che si trascina da diverso tempo. La via del confronto è motivo di crescita culturale e umana.

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