Mimmo Bua, un cavaliere del sogno

16 gennaio 2009

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Placido Cherchi

Mimmo Bua se ne è andato in modo silenzioso, lasciando che solo pochi amici si accorgessero del suo reale andarsene. Se ne è andato la notte dell´11 dicembre, a due passi appena dal suo 66.mo compleanno e dall´apparizione del libro che la Grafica di Parteolla gli aveva promesso prima di Natale. Se ne è andato in punta di piedi e senza commiati, come allontanandosi per una boccata di ossigeno dal ritmo logorante dei suoi cantieri sempre aperti. Anche la stanza d´ospedale era diventata uno di questi cantieri, col portatile sul comodino e le pile di fogli tutt´attorno: mancavano solo le scaffalature e gli schedari. L´ultimo cantiere era quello di Soliana, la rivista che in memoria di Luigi Mazzarelli si proponeva di rimettere in onda l´esperienza di Thèlema. Rivista povera e priva di sostegni istituzionali, anche Soliana, come Thèlema, poteva contare solo sul “fai tutto da te” del suo animatore, chiedendo a Mimmo lo stesso investimento di energie e la stessa abnegazione che Thèlema aveva chiesto a Mazzarelli. Non escludo che, nell´incalzare del suo male, le tirate notturne imposte dalla necessità di uscire in tempo con l´ultimo numero abbiano avuto un peso. La sua dipartita è una perdita che duole molto. E non solo per i vuoti che apre tra le persone che intrattenevano con lui rapporti stretti, ma anche per l´assenza che essa viene a segnare su un piano più generale. E´ un segno sottrattivo che va ad aggiungersi al processo di decrescita senza ritorni di quella generazione di intellettuali ancora legata all´idea gramsciana di cultura e all´ampiezza delle sue accezioni umanistiche. Impossibile non sentire il non esserci più di Mimmo come un ulteriore passo avanti di quel venir meno che va quotidianamente riducendo i margini di resistenza del mondo-qualità all´imbarbarimento merceologico della vita.  Fino a che punto sia stato uno dei pochi intellettuali davvero organici ai contesti della sua appartenenza lo dimostrano in modo molto trasparente l´insieme della produzione data alle stampe e la forma della sua presenza come organizzatore di cultura. Ma lo dimostra altrettanto bene la natura multiversa dei suoi interessi, quasi sempre aperti sui versanti della cultura sarda e quasi sempre attenti a far diventare ermeneutiche le letture dedicate a questo o a quel nodo dei nostri entroterra. Educato all´antropologia simbolica da Ernesto De Martino e allo studio delle tradizioni popolari da Alberto Cirese, il suo modo di accostarsi agli universi dell´immaginario popolare non è mai stato tuttavia di tipo filologico. Una prepotente vena creativa gli ha sempre impedito di restare semplice osservatore e di consegnare allo stile della ricerca neutra e paludata le sue percezioni interpretative. Sì che la ricerca si trasforma di solito in trasfigurazione letteraria e in una sorta di triangolante metaforizzare sui contenuti raccolti nella fase dell´osservazione. Che si tratti di narrativa, di saggistica o di composizioni poetiche e musicali, la scrittura è sempre tutta interna ai registri della realtà osservata e mira a restituirli, per così dire, “in azione”, in un gesto di fedeltà partecipativa che non tradisce quasi mai lo spirito dei suoi contenuti. Ma si parlerebbe in modo scotomizzante di Mimmo, se si trascurassero di lui gli aspetti che lo hanno caratterizzato di più. Intendo riferirmi alla sua natura di sognatore irriducibile e alla qualità spiccatamente utopistica dei suoi sogni. In un´epoca in cui il sogno viene sistematicamente sostituito dalla banalità del virtuale, questa capacità di sognare credendo in forma lucida alla realizzabilità dei propri sogni oltrepassanti era una cosa rara e preziosa. Rara e preziosa come la poesia. Ne restavano fortemente riverberate le scelte politiche (inesorabilmente minoritarie e perdenti, ma generosissime) e le scelte esistenziali (anch´esse quasi sempre contromano e votate al fallimento). Una pulsione profonda – quella dell´Es in rivolta – lo spingeva a cercarsi sempre più in là e a travolgere con impeto tutte le codificazioni dell´esistente. In questo senso, Mimmo era una limpida incarnazione dello spirito utopistico di cui parlano gli autori (Marcuse e Norman Brown, in particolare) che hanno tematizzato a lungo le istanze del “principio del piacere” messe in luce dall´ultimo Freud. Anche in lui le ragioni dell´Es e il bisogno di utopia si intrecciavano in una sintesi inscindibile. La cosa straordinaria – la cosa che continua ad affascinare chi lo ha conosciuto – era che il mondo pulsionale di Mimmo, ben lontano dal dar luogo agli esiti niccianeggianti fatti valere quasi sempre dall´Es liberato, diventava coraggio dei propri sogni, trasformando in forza regolativa e in progetto ciò che sembrava esser nato sulle ali del chimerico. Anche per questo soffriremo a lungo della sua assenza, ricordando con nostalgia le inflessioni suadenti della sua voce. Era bello discorrere con lui e lasciarsi coinvolgere nei suoi voli. Ci mancherà, forse, più di quanto temiamo.

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