Equità non autosufficiente

16 luglio 2011

Erika Anedda

Da più parti si evidenzia, in misura crescente, l’importanza di valutare le politiche sociali.  Ci auguriamo che a Cagliari il cambio della giunta conduca ad  una vera e propria innovazione della fase politica ed economica. La situazione sociale è talmente drammatica che necessita di interventi pubblici urgenti.
Noi partiremmo proprio rivoluzionando i servizi sociali, perché il segno più forte di civiltà e di emancipazione di una città sta nel saper riequilibrare i dislivelli economici  e di benessere.
Durante il decennio di giunta Floris a Cagliari, fra stagnazione economica e sociale e cattiva gestione amministrativa, abbiamo denunciato l’aumento dei tributi comunali (fra i più alti d’Italia) e la mala gestione – qualche volta malaffare – dell’Amministrazione del centro destra: dalla gestione del personale, a quella del patrimonio comunale, agli sprechi del denaro dei cittadini, alle concessioni dei servizi senza bandi di gara, alle politiche sociali intese come erogazione discrezionale di contributi etc.
Così pure sono state numerose le iniziative, le sollecitazioni, le proposte sui principali problemi della città: dal risanamento del centro storico, alla riqualificazione delle periferie e di S.Elia, alla casa, alla viabilità, alle energie rinnovabili, al campus universitario, a Tuvixeddu, alle servitù militari, alla politica urbanistica. Ma la verità è che la nostra città subisce tuttora un sistema produttivo e commerciale in gravissimo affanno.
Poco é stato fatto in questi anni per l’integrazione della cultura sanitaria e socio-educativa, culture che necessariamente si devono integrare, quando devono farsi carico dei progetti di vita e di cura delle persone con disabilità. Non ci stupisce quindi il forte senso di solitudine delle famiglie, anche per la scarsa diffusione di informazioni, e una generale difficoltà nei momenti dei passaggi tra diversi servizi (tipicamente tra Asl e servizi sociali o strutture semiresidenziali e residenziali).
Spesso le famiglie si appoggiano allo specialista privato a proprie spese per cercare di sostenere percorsi di autonomia, sviluppare percorsi di crescita delle persone con disabilità.  Quello che oggi ci attendiamo dalla giunta Zedda sono  risultati positivi nel segno dell’efficacia: ai miglioramenti nelle condizioni (fisiche, psicologiche, sociali, ecc.) di utenti e familiari attribuibili alle politiche sociali regionali, deve accompagnarsi la qualità percepita e la soddisfazione per i servizi ricevuti.
A questo proposito, Massimo Zedda parla di un incremento dell’equità.  Ma, per l’erogazione di servizi, dal recupero dei tossicodipendenti, al trasporto dei disabili, dall’integrazione dei migranti ai servizi per i minori, dagli asili nido ai servizi di prevenzione e assistenza sociale, per finire ai servizi per non autosufficienti, le prospettive sono meste: la Legge di stabilità per il 2011 ha quasi azzerato i trasferimenti sociali alle regioni. Il Fondo per le politiche sociali, storicamente la maggiore fonte di finanziamento nazionale, è stato inizialmente quasi azzerato (salvaguardando solo i fondi gestiti direttamente dal Ministero del lavoro) e solo la protesta delle regioni ha portato ad aggiungere, per il solo 2011, 200 milioni (vale la pena ricordare che nel 2007 il Fondo trasferiva alle regioni un miliardo e ancora nel 2010, nonostante i tagli, 435 milioni). Il Fondo per le non-autosufficienze (400 milioni trasferiti alle regioni nel 2010) non è stato rifinanziato (la pressione dei malati ha poi indotto a stanziare fino a 100 milioni, per il solo 2011, ma destinati esclusivamente ai malati di SLA).
Sorte analoga ha colpito gli altri fondi: il Fondo per la famiglia si è ridotto dai 174 milioni del 2010 a 51 milioni nel 2011; il Fondo per le politiche giovanili da 81 milioni a 13 milioni, il Fondo affitti da 141 milioni a 33 milioni; il Fondo per il diritto allo studio, che ammontava a 264 milioni nel 2009, ridottisi a 99 milioni nel 2010, avrebbe dovuto ridursi a 25 milioni nel 2011, somma aumentata di 100 milioni, per il solo 2011, in sede di approvazione della Legge; il Fondo per la gratuità dei libri nella scuola dell’obbligo (103 milioni nel 2010) inizialmente risultava azzerato e solo successivamente si è provveduto, per il solo 2011, con 100 milioni, attingendo ad uno stanziamento di 350 milioni su cui insiste però, tra l’altro, anche il finanziamento degli LSU della scuola, che rischia di assorbirlo interamente. L’azzeramento dei finanziamenti nazionali alle politiche sociali potrebbe anche rientrare in una specifica strategia di attuazione del federalismo.
Da un lato, è, infatti, certamente vero che l’art. 117 attribuisce alla competenza esclusiva delle regioni la definizione delle politiche sociali, salvo che per l’individuazione dei livelli essenziali (LEP) e che l’art. 119 richiede che regioni ed enti locali siano messi in condizioni di finanziare integralmente le proprie attività. Dall’altro, è, però, evidente che l’attuazione del federalismo fiscale riguarderà soprattutto la sanità, mentre per l’assistenza si rinvia a successivi decreti.
In Conferenza unificata lo scorso 16 dicembre, le Regioni hanno, sia pur faticosamente, strappato al governo l’impegno a definire e finanziare, almeno, livelli minimi di servizio da erogare; ma in quella sede si faceva riferimento al settore sanitario e vi è da dubitare che anche un’eventuale applicazione del principio all’ambito dell’assistenza sociale, stante il vincolo sulle risorse, possa portare a qualcosa più che le enunciazioni molto generali già contenute nell’art. 22 della legge 328.  In effetti, se la procedura logica vorrebbe che si identificassero i LEP in ambito sociale, si stimassero i relativi costi standard ai sensi della Legge 42 e, conseguentemente, si devolvessero alle regioni fonti adeguate al loro finanziamento, quello che sembra delinearsi è radicalmente diverso.
Non si identificano i LEP, si rinvia l’attuazione del federalismo e, nel frattempo, si azzera il finanziamento nazionale, col risultato che, alla fine, non vi sarà bisogno di devolvere alcunché alle regioni. Queste ultime potranno fare quello che vogliono, ma interamente con risorse proprie e nel contesto delle ristrettezze economiche sopra descritto.
A nostro parere, occorre, invece, riprendere la costruzione di un sistema di assistenza inteso come sistema finalizzato alla realizzazione di diritti di cittadinanza, una rete strutturata, stabile e affidabile, come avviene per la previdenza e per la sanità. Certamente, il nuovo Titolo V pone forti vincoli e la rinuncia dell’autorità centrale ad occuparsi dei temi sociali negli ultimi 10 anni ha reso la situazione critica, determinando la frammentazione dei sistemi territoriali.
Inoltre, e non solo in Italia, i trasferimenti assistenziali sono solitamente i primi ad essere tagliati.

1 Commento a “Equità non autosufficiente”

  1. Silvio Murgia scrive:

    Il suo nome è stato legato più alla possibilità di diventare un leader nazionale che a quella di diventare sindaco di Cagliari. Massimo Zedda, il neoeletto primo cittadino del capoluogo sardo, considerato uno dei più promettenti tra i giovani politici italiani, ha attirato l’attenzione dei media anche nella veste di pupillo di Nichi Vendola e probabile nuovo volto del centrosinistra, e non solo per il suo successo nelle primarie di coalizione che lo hanno coronato come guida dello schieramento. Poi non so, il problema è più generale. A cominciare dalla “Questione sanitaria nel Mezzogiorno”: una priorità per l’Unità del Paese.
    La situazione della sanità nelle regioni meridionali non è più accettabile. La sfida di una sanità efficiente e di qualità anche in queste regioni deve diventare una “grande questione nazionale”, perché rappresenta un’oggettiva debolezza della coesione del Paese e mette a rischio anche la tenuta complessiva del Ssn. Le politiche avviate negli ultimi anni dal Governo Berlusconi hanno invece posto la questione su un piano esclusivamente economicistico, senza alcuna attenzione al vincolo del rispetto dei livelli essenziali di assistenza.
    La stessa gestione dei Piani di rientro dal deficit sanitario (che riguarda, con l’eccezione del Lazio, la maggior parte delle regioni meridionali) è ormai diventata mera politica di tagli orizzontali e indiscriminati, senza alcuna reale iniziativa di riqualificazione dei servizi sanitari locali.
    Perchè non ne parlate?

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