Pane e giustizia

1 giugno 2018
[Andria Pili]

«Mellus manchet su pane, chi non sa giustitzia». Questo proverbio popolare sembra ormai figlio di un’epoca lontanissima da quella attuale. Una parte di sardi, infatti, sembra disposta a barattare salute, terra, dignità, sviluppo futuro in cambio di un reddito nel presente: all’industria petrolchimica – dannosa per gli stessi autori dello scambio quanto per i loro figli – all’economia di guerra, con la fabbrica di bombe per l’Arabia Saudita e le esercitazioni nei poligoni ed aeroporti militari, chiamante in causa non solo il male creato ai sardi ma anche le sofferenze di popoli distanti dal nostro. Il pane viene preferito ad una Sardegna libera in un mondo più giusto.

Non abbandoniamoci a miti tradizionalisti e moralismi. La Sardegna che preferiva la giustizia al pane non era affatto «giusta», equa; l’ideologia dell’eguaglianza nella miseria, al contrario, senza colpire i privilegi dei ricchi, vigilava sui subalterni, nella convinzione che il miglioramento della propria condizione potesse danneggiare quella degli altri. Inoltre, non si può pensare di convincere con un approccio religioso chi deve sopravvivere in un contesto sottosviluppato: sono le condizioni materiali di esistenza a determinare la coscienza degli uomini.

La fallace contraddizione fra il pane e la giustizia – in qualsiasi modo declinata – ha la sua base nel persistente sottosviluppo economico, ormai concepito come naturale ed inevitabile, tanto da considerare la dipendenza come unica opportunità per sopravvivere, anziché una delle cause del proprio malessere. Il potere politico ed economico esterno ha definito la destinazione d’uso della Sardegna secondo il proprio interesse, convincendo i sardi – grazie ai suoi mediatori interni – che i benefici di tale subalternità si sarebbero comunque diffusi nell’isola. Il nazionalismo di Stato e la razzializzazione dei sardi, ad esso funzionale, hanno descritto i sardi come i principali colpevoli della propria povertà, per ragioni tutte interne alla propria cultura; l’italianizzazione è stata vista da molti come un mezzo di emancipazione sociale, essendo l’italianità sinonimo di modernità, sviluppo, opportunità. Da qui la credenza che siano necessariamente altri – più civili – a poter cambiare la situazione sarda, senza i diretti coinvolti possano in alcun modo influenzare il cambiamento dello stato di cose con un’azione collettiva: è necessario accettare lo scambio, il ricatto; bisogna ringraziare chi concede un tozzo di pane, sperare in un suo intervento salvifico.

Questa è la Sardegna colonia interna, 72 anni dopo la fondazione della Repubblica Italiana, entro cui si perpetua la condizione di subalternità politica, economica, culturale dell’isola. Nel mito dell’uguaglianza formale fra Sardegna e Italia – dalla Fusione ad oggi – ritroviamo l’ideologia coloniale suddetta: l’italianità della Sardegna è l’ideologia della classe dirigente sarda, espressione della sua aspirazione al privilegio. Ma l’uguaglianza sostanziale è destinata a non essere mai raggiunta entro il quadro dello Stato unitario: il rapporto diseguale centro-periferia e il sottosviluppo economico sono necessari affinché la classe politica sarda conservi il proprio potere, la propria legittimità come mediatrice, che verrebbe messa in crisi dallo sviluppo. Le dichiarazioni recenti dell’europarlamentare Cicu sono significative: il declassamento della Sardegna a regione “meno sviluppata” UE viene salutata come un’ottima notizia, anzi come una “vittoria politica”, per via dei maggiori fondi che giungeranno dall’Europa. Nelle periferie la classe politica non deve necessariamente elaborare delle politiche funzionali allo sviluppo per ottenere consenso, potendo vivere di redistribuzioni clientelari.

I poligoni militari sul suolo sardo rappresentano al meglio tale persistente rapporto di sudditanza. Il «governo del cambiamento» nazionalpopulista M5S-Lega sull’occupazione militare non lascia alcun margine di cambiamento per la questione sarda. Dal programma che le due forze hanno sottoscritto si può leggere: “È imprescindibile la tutela dell’industria italiana del comparto difesa, con particolare riguardo al finanziamento della ricerca e dell’implementazione del know how nazionale in ambito non prettamente bellico. Progettazione e costruzione navi, aeromobili e sistemistica high tech”. Per quanto riguarda “Difesa” e “Politica estera”, non solo si ribadisce l’appartenenza dell’Italia alla NATO, dunque l’alleanza con gli USA, ma si afferma anche l’importanza del “fronte del Sud”, la necessità di soffermarsi sui “fattori di instabilità” sul versante mediterraneo. Inoltre, si definisce come “imprescindibile” l’industria della Difesa, in chiave duale e con attenzione sull’alta tecnologia. Abbiamo quindi tutti e tre gli elementi utilizzati a difesa dei poligoni militari in Sardegna: “interesse nazionale” centrale; ruolo strategico delle basi nel contesto del Mediterraneo; l’apparato militare come opportunità per l’innovazione tecnologica non necessariamente utilizzabile in ambito bellico.

A proposito, il progetto del Distretto Aerospaziale – dietro cui si vuole riqualificare Quirra in senso militarista – a mio parere, presenta diverse analogie ai Piani di Rinascita ed alle fallimentari iniziative del capitalismo italiano di Stato e privato: nessun incentivo garantito allo sviluppo endogeno. Unico interesse chiaro è quello di garantire profitti per le aziende lì operanti e benefici di ogni genere per le Forze Armate. I benefici per la Sardegna non sono assolutamente necessari a questo scopo. Il consenso dei sardi, oltre a non essere affatto necessario per gli equilibri politici di un governo italiano, è anche facilmente comprabile – come abbiamo visto – al fine di tutelare gli interessi italiani nell’isola.

Dobbiamo chiederci: chi vuole lo sviluppo economico della Sardegna? Quali sono i soggetti che possono realmente perseguire, con coerenza, tale obiettivo? Credo che sia necessaria una rivoluzione nazionale e sociale, contro il potere esterno e interno; per compierla è un movimento sardista di massa, capace di politicizzare la classe lavoratrice sarda, sottrarla ai baroni dei partiti unionisti ed alla rassegnazione, renderla cosciente dei propri interessi e quindi rafforzare il suo potere politico di fatto.

La lotta contro l’occupazione militare della Sardegna rappresenta un importante tassello per un più ampio progetto di emancipazione. Essere presenti alla manifestazione di domani è doveroso per ogni sardo – di vario orientamento democratico e sensibilità – ostile alla guerra imperialista; tuttavia, essere anche indipendentisti, a mio parere, significa ribadire la necessità che il popolo sardo eserciti il proprio diritto all’autodeterminazione nazionale – contro l’uso della Sardegna per interessi esterni – per ottenere un potere politico di diritto che permetta l’esercizio della sovranità sul proprio territorio, affinché possa gestirlo per il suo sviluppo economico contro una industria militare fondata sul ricatto occupazionale, sull’ideologia coloniale e razzista che ritiene i sardi incapaci di utilizzare in modo proficuo la propria terra e celebra lo Stato italiano come portatore di civiltà, modernità e progresso high-tech. Le priorità in Sardegna devono deciderle i sardi, secondo i propri interessi e senza sottostare alle “esigenze di difesa nazionale” di un potere esterno, di uno Stato che non ha mai fatto e mai farà gli interessi dei sardi. È una questione democratica, per avere finalmente sia giustizia che pane.

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