Paolo Savona e le sorti dell’euro

1 Agosto 2018
[Gianfranco Sabattini]

La possibile nomina di Paolo Savona a Ministro dell’economia nel governo “Di Maio-Salvini” ha suscitato reazioni fuori misura. L’accusa era che egli volesse condurre l’Italia fuori dall’euro; è vero che Savona si è sempre dichiarato non disposto “a morire per Maastricht”, ma questa sua non disponibilità all’estremo sacrificio per salvare la moneta unica europea è sempre stata collocata all’interno di un discorso critico che, per quanto dissonante all’orecchio degli “integralisti europei” proni a Brexelles e a Berlino, non è mai stato molto diverso da quello di tanti tra coloro che, con la possibile nomina di Paolo Savona alla guida dell’economia italiana, “urlavano al lupo”.

La posizione critica di Paolo Savona rispetto all’euro può essere riassunta nella prospettazione di due “Piani”, i cui contenuti sono stati da lui formulati sin dagli anni non sospetti precedenti l’inizio della crisi della Grande Recessione iniziata nel 2007/2008: un Piano A, per valutare responsabilmente la possibilità di continuare ad adottare la moneta unica, e un “Piano B”, contenente le modalità d’una possibile uscita ordinata dell’Italia dalla moneta unica.

Il due “Piani” sono stati originariamente formulati da Savona allorché egli ha proposto che venisse adottata, da parte dell’Italia, una strategia complessiva da utilizzare nei confronti del Paese forte, la Germania, al fine di modificare la struttura portante dell’Unione Europea, ipotizzando che il “Piano B potesse essere utilizzato come “ricatto-minaccia” per la piena attuazione del “Piano A”.

Poiché la situazione italiana è peggiorata con l’avvio della crisi del 2997/2008, Savona ha condiviso l’idea che il “Piano B”, nell’impossibilità di vedere attuato il “Piano A”, potesse diventare prioritario, in considerazione del fatto che la “sordità” di Bruxelles e di Berlino rendevano difficile che l’Italia potesse continuare a rimanere nel sistema dell’eurozona. In ogni caso, Savona avvertiva che il “ritorno alla lira” non dovesse essere inteso nel senso letterale di un ritorno alla “moneta vecchia”, ma, più propriamente, come ricupero di una maggiore autonoma sovranità monetaria che consentisse di disporre di tutti quegli strumenti di politica economica e monetaria propri di uno Stato sovrano, progressivamente abbandonati per l’adesione alla moneta unica.

Forse l’Europa non si sarebbe disintegrata, né l’euro sarebbe scomparso dalla scena europea e mondiale, ma se non fossero stati rimossi i gravi difetti strutturali su cui si reggeva l’intera organizzazione comunitaria e la circolazione dell’euro, le conseguenze, secondo Savona, sarebbero state gravi per l’Italia; esse si sarebbero tradotte nell’arretramento di alcune aree territoriali, come quella del Mezzogiorno e il costo si sarebbe tradotto in minore crescita dell’economia nazionale e in termini di maggiore disoccupazione e di minore benessere per l’intera area meridionale. Così sentenziava Paolo Savona nell’ultimo suo “J’accuse”, “Il dramma italiano di un’ennesima occasione perduta”.

Savona, in quest’ultimo pamphlet è andato persino oltre nel denunciare gli effetti negativi dei difetti di struttura dell’organizzazione economica e monetaria dell’Unione Europa (UE), affermando che la loro mancata rimozione avrebbe avuto conseguenze nefaste anche sui regimi liberal-democratici, dai quali aveva tratto origine il quadro politico che aveva consentito di realizzare, all’interno degli Stati costitutivi dell’UE, le condizioni poste alla base del livello di benessere del quale godevano le loro popolazioni.

Ciò sarebbe accaduto, affermava Savona, per via del fatto che la filosofia “pseudo liberale” che era prevalsa in Europa era di tipo “costruttivista”, illudendo le singole dirigenze politiche degli Stati membri dell’UE di poter costruire un mondo migliore attraverso l’imposizione di vincoli all’azione, invece di accrescere le libertà dell’individuo e, con esse, l’assunzione di maggiori responsabilità in merito al futuro del Paese. In altri termini, secondo Savona, i mali dell’Europa dovevano essere ricondotti al fatto che nel Vecchio Continente si era consolidato un “pensiero unico”, imposto per giustificare l’organizzazione economica, politica e sociale realizzata, la quale si stava però rivelando del tutto inadeguata a risolvere i problemi interni di quegli Stati membri che, come l’Italia, stentavano ad affrontare gli effetti della stagnazione economica.

Contro il monolitismo del pensiero unico, approfittando del fatto che le sue insidie ai danni della democrazia ancora non avevano del tutto spento la libertà di parola, Savona proponeva l’attuazione di “una politica economica diversa” e, a tal fine, lanciava contro l’establishment dominante in Italia, tre “J’accuse”: di aver tenuto acceso il motore delle esportazioni e spento quello dell’edilizia; di aver accettato la spaccatura dell’unità d’Italia tra il Nord e il Sud, senza l’intenzione di porvi rimedio; di aver imposto maggiori tasse per finanziare maggiori spese, in luogo di sanare il debito in essere, approfittando delle eccezionali condizioni monetarie internazionali.

Sulla base di queste accuse, i limiti della politica economica che veniva attuata in Italia dopo l’inizio della crisi, erano rinvenuti da Savona in particolare nell’accanimento con cui la dirigenza politica nazionale mostrava di volersi attenere all’”overdose di decisioni europee”, per salvaguardare, si sosteneva, la stabilità della moneta unica, nonostante che le misure attuate si rivelassero inadatte allo scopo.

A supporto delle sue critiche, Savona ricordava che gran parte degli analisti esteri sostenevano che l’euro non poteva sopravvivere così com’era stato costruito; per via delle sue malformazioni genetiche, invece di “trascinare” i Paesi europei verso la stabilità e l’unificazione politica, li allontanava facendo loro correre il rischio di mettere in crisi ciò che sino ad allora era stato realizzato. Corollario di questa diagnosi estera – affermava Savona – era che l’Italia, a causa della moneta unica, “non ce la poteva fare”, perché aveva accumulato un debito pubblico sproporzionato, un’organizzazione statale inefficiente e costosa, un mercato del lavoro rigido e un sistema tributario scoraggiante.

A fronte di questa situazione, l’overdose delle decisioni europee, prima ancora di rimuovere il difetto di architettura dell’UE, che generava eccessi di risparmio [nella forma di avanzi di bilancia corrente con l’estero] ed impediva di assorbirli con una politica di deficit spending che avesse alimentato la domanda interna, si sarebbe dovuto operare, secondo Savona, per un’appropriata riduzione del debito pubblico”; mancando di agire per una riforma dell’intero impianto sul quale era fondato l’euro, l’Italia avrebbe perso l’opportunità di avvalersi dei vantaggi resi potenzialmente possibili dal mercato interno europeo.

Se tutto ciò fosse stato evitato dai responsabili della politica economica nazionale, si sarebbe potuto non solo potenziare il “motore delle esportazioni” per rilanciare la crescita del Paese, ma sarebbe divenuto possibile “riaccendere” anche il motore parimenti importante delle costruzioni, per affrontare il dimenticato fardello del Mezzogiorno, la cui mancata soluzione avrebbe continuato e ad essere causa di una “spaccatura” politico-territoriale del Paese; problema, questo, secondo Savona, “ben più grave di quello del ritardo nella crescita complessiva”, in quanto si trascurava di considerare che la crescita del Paese era strettamente correlata all’assenza di crescita nel Mezzogiorno. L’effettivo rilancio del sistema economico nazionale e la conseguente crescita del PIL avrebbero consentito, da un lato, di orientare la tassazione verso un riordino della finanza pubblica in luogo del finanziamento di maggiori spese e, dall’altro, di realizzare “una seria verifica della giustizia sociale”.

La critica di Savona all’architettura istituzionale e monetaria europea e la sua proposta per superare i limiti della politica economica nazionale che allora si attuava non facevano, come si suole dire, “una grinza”; esse però, si può osservare, peccavano solo di realismo. Può sicuramente sorprendere che un conoscitore, com’è Savona, delle modalità di funzionamento dei mercati finanziari e del loro potere egemonico, abbia potuto pensare che gli operatori che agivano all’interno di tali mercati, dopo aver imposto il “pensiero unico”, che impediva di considerare qualunque proposta venisse avanzata per rimuovere i difetti di struttura dell’organizzazione comunitaria, potessero accogliere la sua critica e la sua proposta, senza che queste fossero adeguatamente condivise da un’estesa base sociale.

Tuttavia, criticare la struttura dell’organizzazione comunitaria e individuare nel modo in cui sono stati costruiti i meccanismi sottostanti la circolazione dell’euro la causa delle molte difficoltà contro le quali da tempo l’Italia era costretta a lottare non significava necessariamente essere contrari alla permanenza dell’Italia in Europa, né significa la fuoriuscita del Paese dal Trattato di Maastricht; l’eventuale nomina di Paolo Savona a ministro dell’economia nel nuovo governo, perciò, tenuto conto delle resistenza alla sua possibile azione, poteva solo fare sperare, al di là delle Cassandre nostrane che urlavano al lupo, che un atteggiamento critico più fermo nei confronti delle istituzioni europee e dei poteri forti in esse dominanti potesse servire finalmente a far conseguire al Paese risultati più positivi di quelli ai quali sinora sono pervenuti coloro che, per giustificare l’insuccesso della loro azione, hanno saputo solo nascondersi dietro la falsa affermazione che la loro politica fallimentare fosse l’Europa a volerla attuata.

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