Per una legge elettorale proporzionale che garantisca la partecipazione popolare

16 maggio 2017
Red

I Comitati che in occasione del referendum sulla proposta di revisione costituzionale sono stati protagonisti della campagna per il NO, non si sono sciolti e hanno proseguito nella loro attività di stimolo politico-culturale, in particolare elaborando, in Sardegna, un documento contenente le linee fondamentali per la riforma della legge elettorale regionale. Il Coordinamento regionale dei Comitati ha approvato tale proposta, che mira a garantire la più ampia rappresentatività dell’elettorato sardo, finora sacrificata eccessivamente da meccanismi elettorali fortemente selettivi, nonché favorire un maggiore equilibrio dei generi. In definitiva, tende a rendere assai più democratica di quanto consenta l’attuale legge elettorale la traduzione della volontà politica espressa dal voto popolare nella composizione della Consiglio.

La proposta, perciò, prevede:

– L’eliminazione del premio di maggioranza e delle soglie di sbarramento, in quanto distorsivi della rappresentatività democratica dell’assemblea elettiva;

– L’introduzione di un sistema elettorale proporzionale con collegi plurinominali di dimensioni tali da conciliare la pluralità democratica delle opinioni con l’esigenza di contenere gli eccessi di frammentazione partitica;

– l’introduzione della doppia preferenza di genere, per favorire una più equilibrata rappresentatività consiliare della società sarda nelle sue differenze di genere;

– l’abbandono del modello presidenziale in favore di un modello parlamentare corretto da meccanismi di razionalizzazione e stabilizzazione del rapporto tra esecutivo e legislativo, sulla falsariga delle esperienze germanica, spagnola e britannica.

Sulla base del documento che contiene tale proposta, il Coordinamento regionale dei Comitati ha predisposto una petizione popolare che, firmata dai cittadini, sarà trasmessa al Presidente del Consiglio Regionale ed ai Presidenti dei Gruppi consiliari, affinché si impegnino ad approvare una legge statutaria conforme alle linee fondamentali elencate in precedenza.

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Il documento integrale del Coordinamento regionale dei Comitati 

sulla legge regionale elettorale e la forma di governo

Il “Coordinamento regionale dei Comitati per la Costituzione, lo Statuto, la Democrazia e il Lavoro” ritiene che sia indispensabile la riforma della legge elettorale per restituire rappresentatività e capacità decisionale al Consiglio regionale sardo. In armonia con le linee d’indirizzo approvate dal Coordinamento nazionale in tema di sistema elettorale, proponiamo una profonda revisione della disciplina vigente, che riguardi non solo il sistema d’elezione dell’assemblea elettiva del popolo sardo, ma anche il rapporto tra questa e gli altri organi di direzione politica (Presidente e Giunta), dando finalmente attuazione all’art. 15 dello Statuto speciale della Sardegna, specialmente nella parte in cui prevede che una legge regionale approvata a maggioranza assoluta del Consiglio definisca «la forma di governo della Regione e, specificatamente, le modalità di elezione, sulla base dei princìpi di rappresentatività e di stabilità». La nostra proposta intende rimediare ai gravi limiti strutturali della legge vigente e va, perciò, ben oltre la correzione di specifici suoi difetti, come l’assenza della doppia preferenza di genere e la presenza di elevate soglie di sbarramento. Difatti, pur nella consapevolezza che una riforma finalizzata a sanare i suddetti vizi sarebbe meglio di niente, tuttavia riteniamo che sia giunto il momento di mettere seriamente in discussione l’impianto fondamentale del sistema elettorale vigente e dei suoi presupposti istituzionali.

1 – Irrazionalità nell’assegnazione circoscrizionale dei seggi

Per iniziare va sottolineato il carattere irrazionale e causale del complesso sistema di assegnazione dei seggi.
Come è noto, il riparto dei seggi tra i gruppi di liste (coalizzati o no) avviene, in prima battuta, a livello del collegio unico regionale, tenendo conto del premio di maggioranza e delle cifre elettorali regionali dei partiti; in seconda battuta sono “ribaltati”, come si dice, a livello delle circoscrizioni provinciali e quindi assegnati alle liste circoscrizionali e ai candidati. È un complicato meccanismo di calcolo, che mette assieme diverse variabili e che può produrre – e che in effetti ha prodotto – degli effetti collaterali spiacevoli. Uno di questi è lo “slittamento” o “traslazione” dei seggi da una circoscrizione all’altra, con l’effetto potenziale e del tutto casuale che alcune esprimano più seggi e altre meno seggi di quelli cui avrebbero diritto. Inoltre, questo complesso dispositivo può far mancare la corrispondenza tra il modo in cui i seggi di una circoscrizione si distribuiscono tra i candidati e l’orientamento elettorale della circoscrizione, nel senso che l’assegnazione dei seggi nella circoscrizione può non riflettere le preferenze degli elettori della circoscrizione. Ne è la riprova il fatto che alle ultime elezioni regionali non siano stati eletti dei candidati che avevano ottenuto diverse migliaia di voti e che invece abbiano conquistato il seggio dei candidati che avevano conseguito molti meno voti, in taluni casi appena la metà. Anche la debole rappresentanza di alcuni territori nell’attuale composizione consiliare è un effetto casuale di questo complesso meccanismo di calcolo. Va detto peraltro che questi effetti di “entropia” non sono rimediabili semplicemente disegnando un più razionale sistema di assegnazione circoscrizionale dei seggi, poiché essi dipendono essenzialmente dalla previsione del premio di maggioranza, che è il vero nodo di fondo della legislazione vigente, da cui derivano tutte le sue manchevolezze. (legge reg. statutaria del 12 novembre 2013)

 

2 – I vizi del premio di maggioranza

Il grande limite strutturale del sistema attuale è proprio il meccanismo premiale. A parte i difetti che indirettamente ne discendono in ordine all’assegnazione dei seggi tra i candidati e i territori, ve ne sono altri, più direttamente legati alla sua operatività. In primo luogo il premio distorce sensibilmente la rappresentatività dell’assemblea elettiva, specialmente se abbinato a soglie elevate di sbarramento. È perciò disatteso uno dei principi fissati dall’art. 15 dello Statuto sardo. In secondo luogo la compressione della rappresentatività si realizza inutilmente, poiché è ancora tutto da dimostrare che il premio possa veramente assicurare la “governabilità” nonché garantire la rapidità ed efficienza del processo decisionale. Trasforma, sì, una minoranza elettorale in maggioranza consiliare assoluta. Ma non garantisce certo che questa sia poi disposta ad assecondare prontamente e sistematicamente l’iniziativa presidenziale e giuntale (che infatti per raggiungere i suoi scopi deve fare leva principalmente sull’effetto deterrente della regola aut simul stabunt aut simul cadent). E neppure può dirsi che il meccanismo premiale, pur non assicurando automaticamente e necessariamente la stabilità e la coesione dell’indirizzo politico di maggioranza, sia però un potente incentivo affinché il sistema operi in vista di questo risultato. Infatti, se è vero che per conseguire il premio si devono comporre delle liste “pigliatutto”, per forza di cose eterogenee e disomogenee, alla fine alla maggioranza consiliare assoluta corrisponderà un arco variegato di forze, culture, identità, interessi assai diversi, che difficilmente potranno tenersi stabilmente assieme sotto un indirizzo politico condiviso, come del resto è provato dal rendimento del sistema politico-istituzionale negli ultimi anni. In terzo luogo, diversamente dal modo in cui è disciplinato nella legislazione nazionale, a livello regionale il premio di maggioranza potrebbe consegnare la maggioranza assoluta dei seggi consiliari non già alla lista o coalizione elettorale di maggioranza relativa, bensì a una lista o coalizione meno votata, con ciò facendo venire meno completamente la corrispondenza tra voto popolare e composizione consiliare. Infatti, è noto che in base alla legge vigente il premio debba assegnarsi «alla coalizione o al gruppo di liste non coalizzato collegati al presidente proclamato eletto: a) il 60 per cento dei seggi del Consiglio regionale se il presidente proclamato eletto ha ottenuto una percentuale di voti superiore al 40 per cento; b) il 55 per cento dei seggi del Consiglio regionale se il presidente proclamato eletto ha ottenuto una percentuale di voti compresa tra il 25 ed il 40 per cento». Ciò che fa scattare il premio, quindi, non è il risultato elettorale conseguito da una lista di candidati alla carica consiliare, ma è l’esito dell’elezione presidenziale, sicché può essere del tutto indifferente il risultato delle forze politiche o coalizioni di forze politiche che direttamente sono candidate a ricoprire quei seggi. A nostro giudizio, gli effetti perversi del meccanismo premiale, per come è declinato soprattutto nella esperienza regionale, non sono conciliabili con la cultura costituzionale di un paese democratico. Non è accettabile che l’elezione presidenziale sia centrale e quella dell’assemblea abbia carattere accessorio, marginale e dipendente dalla prima. Va rimarcato con forza che nei sistemi democratici il perno è sempre l’assemblea elettiva: è quest’ultima, e non la carica presidenziale, a svolgere una vera funzione democratico-rappresentativa. Inoltre il meccanismo premiale indebolisce oltremisura l’assemblea elettiva, sia di fronte al corpo elettorale, il quale in taluni casi può essere indotto a non riconoscersi nella composizione consiliare, sia nei confronti del Presidente, cui deve la sua composizione.

 

3 – Riforma del modello presidenziale

Il meccanismo premiale è una necessità sistemica del modello presidenziale regionale. Già dal 2004 la Corte costituzionale ha chiarito che l’investitura popolare diretta del capo dell’esecutivo regionale comporta il meccanismo del simul stabunt simul cadent nei rapporti coll’assemblea elettiva: se il Consiglio sfiducia il Presidente eletto direttamente, questo deve dimettersi e si va a elezioni anticipate obbligatorie; lo stesso, se è il Presidente a dimettersi motu proprio, se muore oppure se è colpito da impedimento permanente. È evidente perciò che senza il premio di maggioranza, che assicura, per dirlo con le parole della Corte, una «presunzione di consonanza politica» tra esecutivo e legislativo, la forma di governo regionale sarebbe insostenibile: anche per l’elezione diretta del Presidente e il premio di maggioranza si potrebbe dire aut simul stabunt aut simul cadent. “O stanno assieme o cadono assieme”.
Visto lo stretto rapporto di implicazione reciproca tra premio di maggioranza ed elezione diretta del Presidente di Regione, non è possibile rinunciare al primo se non mettendo in discussione pure la seconda. A giudizio di molti questa circostanza costituirebbe un serio ostacolo alla riforma della legge elettorale nel senso da noi auspicato. Tuttavia il Coordinamento regionale ritiene che sia giunto il momento di avviare una seria riflessione e un bilancio approfondito sul modello regionale vigente di forma di governo. Ricordo che questa può essere riformata dal Consiglio regionale mediante legge statutaria (eventualmente seguita da referendum confermativo). Nel 2007, durante la presidenza Soru, venne approvata una legge statutaria che confermava il modello dell’elezione presidenziale diretta (previsto in via transitoria dalla legge costituzionale n. 2 del 2001), ma non fu confermata dalla consultazione referendaria, poiché non si raggiunse il quorum stabilito dalla legge. Sicché, a tutt’oggi, si applica il regime transitorio previsto dal legislatore nazionale. È arrivato, dunque, il momento che pure in Sardegna, come già è accaduto nelle altre regioni da qualche anno, si prenda una decisione consapevole su quale debba essere il nostro modello istituzionale, esercitando finalmente una importante competenza statutaria di autonomia.

 

4 – L’illusione della “stabilità”

A nostro giudizio i limiti del modello presidenziale vigente sono numerosi e assai gravi. Indubbiamente, per come è conformato dalla disciplina in vigore, esso contiene un incentivo potente affinché il governo rimanga stabile per l’intera durata della consiliatura. La sanzione dello scioglimento e delle elezioni anticipate induce i consiglieri regionali a non sfiduciare il Presidente eletto direttamente. Ma bisogna altresì notare che la grande stabilità dell’esecutivo è ottenuta non solo al prezzo di una pesante distorsione della rappresentanza politica democratica, ma anche al costo di un insostenibile immobilismo. La stabilità del governo regionale, infatti, non può essere un valore in sé, ma acquista senso e funzione quale presupposto di un’azione di governo coesa ed efficace: se questa manca, la stabilità diventa un disvalore, perché ingessa il quadro politico e limita fortemente la naturale dinamicità dei sistemi democratici. È risaputo che i consiglieri regionali, anche se non condividono più la linea presidenziale, non sfiduciano l’esecutivo per non andare a elezioni anticipate; e da par suo, il Presidente sa bene che punendo la maggioranza con le dimissioni personali e il conseguente scioglimento anticipato, rischierebbe di non essere ricandidato e di compromettere definitivamente la propria carriera politica. Per effetto di questo “equilibrio del terrore” la stabilità assicurata dal modello presidenziale vigente non è altro che inazione generata dalla sostanziale mancanza di sintonia politica tra esecutivo e legislativo. Peraltro è una stabilità che è sempre appesa al filo sottile delle vicende che riguardano il Presidente: le sue dimissioni, infatti, possono es- sere determinate da eventi vari, anche imprevedibili (un colpo di testa, una malattia grave, la morte, la stanchezza di chi vorrebbe cambiare vita o ritornare alla vita precedente la carica, una fuga d’amore, ecc.). Non è accettabile, a nostro giudizio, che la durata della legislatura e quindi la tenuta del quadro politico complessivo dipenda dagli eventi personalissimi di un singolo individuo.

 

5 – L’illusione che i conflitti di classe siano scomparsi

Va sottolineato, inoltre, che non può esserci una reale stabilità ed efficacia dell’azione di governo senza un’adeguata rappresentatività dell’assemblea elettiva e del complessivo sistema istituzionale. I sistemi sociali contemporanei sono riccamente articolati e naturalmente conflittuali, in quanto percorsi da numerose linee di tensione, che talvolta seguono i tradizionali solchi di frattura tra capitale e lavoro, centro e periferia, religione e secolarizzazione, ecc., e talaltra di inediti o di antichi in fogge nuove. Non è pensabile che sistemi sociali di tal fatta possano essere governati politicamente mediante assetti costituzionali che non riproducano questa varietà e complessità nella composizione degli organi rappresentativi. Lo prova il fatto che là dove il disagio socia- le non è in qualche modo rappresentato, si canalizza inevitabilmente in forme extraistituzionali di espressione. All’origine dell’ideologia presidenzialista – e di ogni sistema elettorale, istituzionale e politico che miri a semplificare il confronto politico secondo la logica binaria dell’alternanza tra due partiti, coalizioni, leadership – sta invece tutt’altra analisi. Essa muove dall’erroneo presupposto che sia definitivamente venuto meno il conflitto distributivo tra classi sociali diverse, nel convincimento che alla base delle democrazie industriali contemporanee ci sarebbe, essenzialmente, una grande classe media esprimente istanze sociali omogenee, per ciò stesso non più bisognosa di essere rappresentata accuratamente nelle sue articolazioni interne. In base a questa vulgata imperante un sistema costituzionale ed elettorale dovrebbe mettere il corpo elettorale, ormai socialmente omogeneo, nella condizione di scegliere direttamente il suo governo, tra due alternative che non siano programmaticamente molto diverse. Non ci sarebbero più soluzioni di “destra” o di “sinistra” alle questioni del nostro tempo, ma solo rimedi corretti e rimedi scorretti. Sicché il significato del voto popolare dovrebbe essere quello di scegliere le persone “migliori”, più “capaci” o “adeguate” nel compito di eseguire quello che è divenuto da tempo un programma politico-elettorale unico e obbligato: lasciare il massimo spazio possibile al dispiegarsi incontrastato dei mercati concorrenziali. La “presidenzializzazione” della democrazia è, dunque, la forma istituzionale che assume, nel tempo presente, il primato dell’economia sulla politica, del mercato sullo Stato. Come è stato detto acutamente, l’evoluzione costituzionale degli ultimi anni e decenni ha avuto come obiettivo prioritario la «massima concentrazione del minimo potere»: questo progetto costituzionale vuole che il potere pubblico sia «minimo», per non contrastare la dinamica espansiva dei poteri economico-finanziari; ma intanto può conservarsi tale e non avanzare la pretesa di invadere ambiti ormai affidati alla logica di mercato, in quanto sia nel contempo «massimamente concentrato» in un organo monocratico, in una sola persona fisica, legittimata direttamente dal voto plebiscitario e perciò provvista della forza politica di resistere alle istanze dei corpi sociali intermedi (partiti, sindacati, associazioni, chiese, ecc.) che premono per una redistribuzione del prodotto sociale (e quindi dei diritti, delle risorse, delle opportunità, ecc.) secondo criteri alternativi a quelli del mercato concorrenziale. Il Coordinamento regionale dei Comitati ritiene, invece, che si debba prendere atto che l’analisi della realtà socio-economica del nostro tempo va rovesciata. Assistiamo da anni al crescere delle diseguaglianze e all’erompere di un disagio sociale che la politica democratica non sembra più in grado di rappresentare (anche per le forme costituzionali ed elettorali che si è data). La promessa che il presidenzialismo e le formule elettorali maggioritarie avrebbero riavvicinato i cittadini alle istituzioni democratiche è platealmente smentita dallo scollamento preoccupante tra le aspettative popolari e gli orientamenti legislativo-amministrativi: la di- stanza tra “classe politica” e “società civile” – pur nella imprecisione di tali formule – ha da tempo superato il livello di guardia, come peraltro dimostrano i dati della disaffezione elettorale.

 

6 – Quale legge elettorale e forma di governo per la Sardegna

Per questo complesso di ragioni riteniamo che il Consiglio regionale sardo debba riformare la legge elettorale eliminando il meccanismo premiale e accogliendo una formula chiaramente proporzionale, combinata con la previsione di diverse circoscrizioni territoriali, dimodoché sia assicurata, insieme alla rappresentanza democratica del popolo sardo, un’adeguata rappresentanza delle varie comunità territoriali della Sardegna. Occorre, cioè, un sistema elettorale proporzionale con collegi plurinominali di dimensioni contenute, in grado di realizzare non solo un equilibrio virtuoso tra principio democratico e rappresentatività territoriale, ma altresì di indurre un processo di aggregazione delle soggettività politiche esistenti verso un pluripartitismo moderato e capace di coniugare l’esigenza di un’accurata rappresentazione della varietà di articolazione della società sarda con la necessità di contenere la deriva pulviscolare della rappresentanza e l’eccesso di frammentazione del quadro politico. Per quanto attiene alla forma di governo occorre muovere dall’art. 15 del nostro Statuto speciale, il quale attribuisce alla legge statutaria sarda il compito di determinare «la forma di governo della Regione e, specificatamente, le modalità di elezione, sulla base dei princìpi di rappresentatività e di stabilità». Guardando in chiave di comparazione giuridica al panorama dei sistemi parlamentari esistenti, ve ne sono diversi in grado di assicurare congiuntamente entrambi gli obiettivi della rappresentatività e stabilità. Ad esempio, in Germania e Spagna il rapporto tra legislativo ed esecutivo è retto dall’istituto della sfiducia costruttiva, in base al quale l’assemblea elettiva non potrebbe approvare una mozione di sfiducia del governo senza contestualmente indicare un governo alternativo che prenda immediatamente il posto di quello sfiduciato: il medesimo voto parlamentare acquista così una duplice valenza, demolitoria dell’esecutivo in carica e costruttiva di uno sostitutivo. È un potente incentivo alla stabilità, che preserva il governo in carica da voti di sfiducia privi di sbocco politico. A questo istituto possono aggiungersi ulteriori regole, dirette, sulla falsariga del modello tedesco, a disciplinare lo scioglimento dell’assemblea elettiva in caso di mancata approvazione consiliare di una questione di fiducia proposta dall’esecutivo. Ma la revisione della forma regionale di governo potrebbe utilmente guardare anche all’esperienza britannica presente. Nel Regno Unito vige dal 2011 una nuova regolamentazione del rapporto tra parlamento e governo, che ha cambiato sensibilmente i connotati del modello Westminster di parlamentarismo, mutandolo da “maggioritario” in “consensuale”, senza far venire meno il tradizionale carattere di stabilità del Cabinet nel rapporto col Parliament. Si fa riferimento alla disciplina che assegna alla stessa House of Commons il potere di decidere il proprio scioglimento anticipato. In particolare si prevedono due ipotesi alternati- ve: 1) lo scioglimento che consegue a una deliberazione parlamentare di autoscioglimento approvata a maggioranza qualificata dei 2/3, cioè col concorso necessario delle minoranze di opposizione; 2) lo scioglimento che consegue a una mozione di sfiducia nei confronti del governo, sempre che nei 14 giorni successivi la House of Commons non voti la fiducia a un nuovo esecutivo. È un sistema simile a quello germanico e spagnolo della sfiducia costruttiva, con la differenza che nel Regno Unito si prevedono due settimane di tempo per “costruire” un governo sostitutivo di quello sfiduciato, pena la sanzione delle elezioni anticipate. Ed è inoltre la riprova che i sistemi parlamentari stabili e ben funzionanti stanno convergendo verso un modello omogeneo, che non è certo quello della democrazia “maggioritaria” o della “presidenzializzazione” più o meno larvata.

 

7 – Sintesi delle proposte

In definitiva il Coordinamento dei Comitati avanza le seguenti quattro proposte:

1) Eliminazione del premio di maggioranza e delle soglie di sbarramento;

2) Introduzione di un sistema elettorale proporzionale con collegi plurinominali di dimensioni ridotte, onde contenere gli eccessi di frammentazione partitica;

3) Introduzione della doppia preferenza di genere;

4) Abbandono del modello presidenziale in favore di un modello parlamentare corretto da meccanismi di razionalizzazione e stabilizzazione del rapporto tra esecutivo e legislativo, sulla falsariga delle esperienze germanica, spagnola e britannica.

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Petizione popolare

Al Presidente del Consiglio Regionale della Sardegna

Ai Presidenti dei Gruppi consiliari

 

In Consiglio regionale sono state depositate numerose proposte di Legge elettorale statutaria, presentate da gruppi di consiglieri e forze politiche e, ultimamente, lo stesso Presidente del Consiglio ha presentato una sua proposta per correggere evidenti storture presenti nella legge attuale e sollecitare uno specifico dibattito sia interno al Consiglio che tra la popolazione sarda.

Tra gli evidenti stravolgimenti e gravi anomalie della democrazia presenti nella legge elettorale con la quale si è votato nel 2014 si segnalano l’esclusione dalla rappresentanza nel Consiglio regionale di oltre 120 mila elettori, la presenza di appena 4 donne su 60 Consiglieri e l’astensione prossima alla metà dell’elettorato. Il tutto senza avere garantito né la governabilità né la stabilità dell’esecutivo.

Come Coordinamento Regionale dei Comitati riteniamo che

a partire dal grande risultato del NO al referendum quale fonte di nuova speranza e di concreta espressione di partecipazione della cittadinanza alle decisioni che riguardano l’intera Sardegna, sia ora che si adotti finalmente la Legge statutaria prevista dall’art. 15 del nostro Statuto speciale.

Una legge da scrivere avendo come riferimenti costanti la Costituzione e lo Statuto sardo e che preveda: 

 

  • L’eliminazione del premio di maggioranza e delle soglie di sbarramento, in quanto distorsivi della rappresentatività democratica dell’assemblea elettiva;
  • L’introduzione di un sistema elettorale proporzionale con collegi plurinominali di dimensioni tali da conciliare la pluralità democratica delle opinioni con l’esigenza di contenere gli eccessi di frammentazione partitica;
  • l’introduzione della doppia preferenza di genere, per favorire una più equilibrata rappresentatività consiliare della società sarda nelle sue differenze di genere;
  • l’abbandono del modello presidenziale in favore di un modello parlamentare corretto da meccanismi di razionalizzazione e stabilizzazione del rapporto tra esecutivo e legislativo, sulla falsariga delle esperienze germanica, spagnola e britannica.

CHIEDIAMO

che il Presidente del Consiglio regionale e i Presidenti dei Gruppi consiliari destinatari di questa petizione popolare si impegnino nella scrittura di una nuova Legge statutaria che rispetti i principi su elencati al fine di permettere al popolo sardo di esercitare il proprio voto tornando convintamente alle urne per scegliere i propri rappresentanti fin dalle prossime elezioni del 2019.

2 Commenti a “Per una legge elettorale proporzionale che garantisca la partecipazione popolare”

  1. Andrea Pubusa scrive:

    Caro Direttore,

    il Comitato di iniziativa costituzionale e statutaria di Cagliari, a seguito di una lunga discussione, è pervenuta all’elaborazione di un documento di principi sulla legge elettirale regionale, da cui ha tratto anche una petizione da sottoporre alla sottoscrizione popolare.
    Il documento in molti punti coincide con quello qui pubblicato, ma differisce in un punto, che è bene segnalare: non chiude ad un’ipotesi di scelta diretta del presidente. Io ho parlato di un sistema proporzionale-presidenziale, quasi un ossimoro, ma che tende a tener conto del fatto che ormai la scelta diretta del Presidente è entrata nella coscienzapopolare come un fatto democratico. Una soluzione di tal fatta è difficile ma non impossibile: una sorta di codificazione di una sistema alla tedesca. D’altra parte, con la scomparsa dei partiti, la trattativa per individuare il capo dell’esecutivo in seno alle assemblee elettive diventa improba,se non impossibile.
    Dunque, il dibattito è aperto e d’altra parte, come Comitato non definiamo linee, ma offirmao idee, frutto di riflessione e confronto, al dibattito. In questo senso, il documento del Coordinamento qui pubblicato, mi pare offra spunti per una discussione che deve arricchirsi nel confronto pubblico.
    Andrea Pubusa

  2. Marco Ligas scrive:

    Caro Andrea,
    Sono fuori Cagliari e solo oggi ho visto il tuo commento sui documenti pubblicati dal manifesto sardo proposti dal Coordinamento regionale dei comitati del NO. Dici di essere d’accordo su tutto fuorché’ sull’ipotesi relativa al sistema proporzionale-presidenziale. E’ un ossimoro, aggiungi, pero’ su questa questione tutto il comitato di Cagliari si è espresso favorevolmente. Ecco, penso che esprimendoti così faccia una forzatura. E’ probabile che la maggioranza dei compagni di Cagliari condivida questa ipotesi; pero’ quando l’hai presentata in occasione del dibattito con Ganau diversi compagni sono rimasti perplessi, io fra questi; poi non ne abbiamo piu’ parlato. Non credo comunque valga la pena di aprire una polemica su questa questione, abbiamo tutto il tempo per approfondirla. Piuttosto, non condivido un altro aspetto del nostro lavoro. L’impressione che a volte colgo nel tuo comportamento riguarda il ruolo preminente che attribuisci al Comitato di Cagliari. Sembra che le decisioni o gli orientamenti che prende il Comitato di Cagliari siano da preferire perche’ piu’ ragionate o convincenti. Ritengo che sia il caso di correggere questo atteggiamento senza dubbio poco corretto. I compagni di Sassari, di Nuoro, di Austis, di Gavoi, ecc. sostengono ipotesi valide o poco convincenti nè più e né meno di quelle espresse dal Comitato di Cagliari. Dobbiamo valutare le loro proposte con gli stessi criteri. Del resto il documento elaborato dal coordinamento regionale merita la massima considerazione. Ha trovato il consenso di tutti. Credo sia importante questo aspetto. C’è una divergenza sul sistema proporzionale – presidenziale, ma c’è anche una larga condivisione su tutto il resto. Perché non partiamo da qui per confrontarci e approfondire questi temi? Perché il Comitato di Cagliari non partecipa alle riunioni regionali? Il messaggio che si invia ai compagni degli altri centri è negativo: non a caso in molti si chiedono la ragione ed il significato delle nostre assenze. Dunque, continuiamo tutti assieme il nostro lavoro come abbiamo fatto nel 2016; polemizziamo quando é necessario, ma, al tempo stesso, correggiamo i nostri errori anche perché il lavoro da svolgere é notevole e va oltre la legge elettorale.
    Marco Ligas

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