Perché dobbiamo partecipare alla lotta dell’8 Marzo

7 marzo 2018

Illustrazione di Manuela Fiori

[Valentina Brau]

Diceva Roland Barthes che la Storia è prima di tutto una scelta e i limiti di questa scelta. Perché anche chi si dichiara neutrale e lontano dalle ideologie nasconde spesso le ideologie peggiori. Non esiste uno stato neutro del vivere, esiste sempre una scelta. La Storia non è il passato: è la strada dove camminiamo, la canzone che ascoltiamo, la lingua con cui scriviamo.

La Storia è la posizione che assumiamo verso di essa. Allora dobbiamo chiederci, in presenza della Storia che accade davanti ai nostri occhi, quale sia la nostra posizione. Perché dal 2017, al grido di “Ni una menos, vivas nos queremos”, si parla di Sciopero Femminista Globale, e non più di Festa della Donna? Per che cosa si lotta, l’8 Marzo? Quali le accuse, quali le speranze, quale la nuova comunità da costruire? Perché di questo soprattutto si tratta: di milioni di donne che propongono al mondo nuove idee per una nuova maniera di vivere la comunità, contro un modello sociale ed economico fallimentare. Le persone che partecipano allo sciopero sono tutte manifestazioni della differenza: diverse per nazionalità e classe, nell’esercizio dei diritti, nella partecipazione cittadina, nell’orientamento sessuale, nelle formazioni professionali, nelle identità di genere. Tutte manifestazione della diversità, tutte trovano posto nello Sciopero dell’8 marzo.

Il grido della Storia delle donne oltrepassa le frontiere, le culture e le nazionalità e si propone di lottare contro un ordine patriarcale, razzista, capitalista, distruttore dell’ambiente. Allora è giunto il momento di chiederci che cosa sia la comunità, che cosa sia il vivere in società, e  che cosa ci unisca nella comunità. In che modo vogliamo essere nel sociale? In che modo vogliamo vivere nella polis?  Perché in qualsiasi forma di vita c’è la scelta di un èthos, come ci dice Barthes. Il grido delle donne argentine o indiane non è fuori dalla Storia, non è questione di seconda categoria. La proposta è trasformativa: distruggere un modello ingiusto per costruire una società fondata su valori radicalmente altri. Allora l’8 Marzo è contro la violenza sulle donne, contro i femminicidi, gli stupri, le aggressioni, le insicurezze. Contro la violenza istituzionale o il potere del sistema sanitario. Contro una mascolinità violenta, possessiva e dominante, contro la violenza nelle famiglie d’origine, nella coppia e nel lavoro. Contro la discriminazione e l’odio delle diversità, contro uno dei primi mercati capitalisti che è la tratta di esseri umani a scopo sessuale.

Contro il vivere nell’alienazione, accettando l’esistere come una serie di contratti che ci vengono imposti come naturali, neutrali, giusti. Accettiamo la gerarchia come un’abitudine, e pensiamo uno spazio cittadino autarchico come naturale, buono, ‘normale’.  È normale che una donna non possa decidere fino in fondo del suo corpo, della sua sessualità, della maternità, del suo piacere, influenzata dallo Stato, dal padre, dal prete, dal datore di lavoro, dal fratello, dal marito, dal figlio. È normale vivere di paure e di angosce, di sensi di colpa, credendoci inferiori per il colore della pelle, per il genere, per la forma dei nostri corpi; è normale non vivere nella gioia del desiderio ma sottomesse ai dettami e ai tabù. Cercare un corpo liberato vuol dire distruggere una norma, la vita come corpus normativo, vivere nella passione, nella solidarietà, nel divenire della storia e di noi stessi, mai rinchiusi in una forma, sempre in costruzione. Edith Stein parlava di un vivere nell’empatia; Gilles Deleuze del vivere in una zona di vicinanza con le cose e le persone. Ci diceva: “la vergogna di essere uomo (maschio), c’è per caso una ragione migliore per scrivere?”. Il maschio si impone “come forma di espressione dominante che pretende di imporsi a qualsiasi materia”. Dunque la speranza è anche quella che l’uomo trovi la zona della vicinanza, il divenire altro, l’immedesimarsi nell’altro: il divenire donna, il divenire indiana d’America, il divenire africana, il divenire palestinese, il divenire animale.

L’8 Marzo è una giornata perfetta per rifare e riscrivere la Storia: scendere nelle strade del centro, donne e uomini, e partecipare ad una nuova comunità, legata non da norme, non da contratti, non da leggi, non da sistemi, ma da passione e affetti. Fuori dal sociale che ci viene imposto, vuole costruire un altro sociale, dove il modello del vivere non è fissato come naturale e normale da nessun demiurgo, ma si dichiara politico, sempre in transito, sempre in questione, sempre frutto di un nuovo lavoro. Mai dogma, mai un chiudere le comunicazioni, o un trincerarsi in un’identità escludente. Una nuova comunità, sempre aperta, sempre ospitale, sempre inquieta, sempre in bilico, sempre sicura di non essere quella definitivamente giusta. Una comunità basata sulla convivenza della differenza, comunità relazionale, perché esisto non tanto perché penso, ma perché quando parlo c’è qualcuno che mi ascolta. Sento, mi appassiono e amo, e allora esisto.

Davanti alla Storia che accade abbiamo tre possibilità: deriderla, dirci neutrali e girare la faccia (e sappiamo bene come non esista neutralità, né vivere senza ideologia), o alzare la mano e dire ci sono anche io, con i miei capelli, la mia testa, il mio cervello, le mie orecchie…con la mia vita, come mi ha insegnato Nina Simone.

Perché tutti insieme possiamo urlare: al principio era la differenza, il dialogo e la pluralità. Al principio era il noi.

 

Giovedì 8 marzo alle ore 9:00 in piazza Garibaldi a Cagliari si svolgerà l’appuntamento locale della manifestazione per lo sciopero internazionale delle donne organizzato della rete Non Una di Meno di Cagliari. Anche la redazione de il manifesto sardo sostiene la mobilitazione e aderisce alla manifestazione con le parole di Valentina Brau.

1 Commento a “Perché dobbiamo partecipare alla lotta dell’8 Marzo”

  1. DJFMITV scrive:

    @Barbera Ellie Lust zet zich wel in maar op een verkeerde manier. Dekant van gender neutrale toiletten en overal een etiketje opplakken (LHBTGI) moeten we juist niet op.

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