Perché la lingua e la storia sarda non possono entrare a scuola?

16 novembre 2017
[Ninni Tedesco, Cristiano Sabino, Simona Putzolu, Iosella Grussu Maccioni, Alessandro Cauli]

Perché nella scuola italiana in Sardegna non si insegna né la lingua sarda né la storia sarda e soprattutto non si insegna anche in lingua sarda, cioè utilizzando la lingua dei sardi come strumento veicolare per trasmettere le conoscenze? Ve lo siete mai chiesto?

Mancano i finanziamenti? No, visto che sono stati spesi 33,8 milioni di euro nell’anno scolastico 2016 / 2016 e stanziati 21 milioni di euro nel corrente anno scolastico per il progetto “tutti a iscola” e che negli scorsi anni a scuola si è inserito nel curricolo didattico di tutto, tranne che lingua e storia sarda (ad eccezione di singole esperienze frutto del volontarismo di pochi docenti). Senza contare l’ingente mole di finanziamenti europei che non vengono attivati o che vengono attivati solo in minima parte e che quindi tornano indietro.

Mancano i docenti formati per insegnare in sardo? No, visto che la Regione Sardegna ha formato negli scorsi anni duecento docenti con un master specifico (progetto FILS, Formazione Insegnanti Lingua Sarda) per l’uso del sardo veicolare nella Scuola e nell’Università promosso dall’ Università di Cagliari, spendendo importanti risorse pubbliche che non sono mai state utilizzate, se non sporadicamente, in progetti delle singole istituzioni scolastiche.

Manca la copertura giuridica? No, perché l’articolo 5 dello Statuto autonomistico prevede: «salva la competenza prevista nei due precedenti articoli, la Regione ha facoltà di adattare alle sue particolari esigenze le disposizioni delle leggi della Repubblica, emanando norme di integrazione ed attuazione, sulle seguenti materie: a) istruzione di ogni ordine e grado, ordinamento degli studi (…)» e la tutela delle lingue minoritarie è previsto sia dalla Costituzione italiana che dalla normativa europea che garantisce a riguardo anche notevoli coperture finanziarie. In particolare la legge n. 482 del 15 dicembre del 1999 ha recepito tali normative e all’articolo 1 del comma 2 dichiara: «La Repubblica, che valorizza il patrimonio linguistico e culturale della lingua italiana, promuove altresì la valorizzazione delle lingue e delle culture tutelate dalla presente legge» e nell’articolo successivo si chiarisce quali sono le lingue: «la Repubblica tutela la lingua e la cultura delle popolazioni albanesi, catalane, germaniche, greche, slovene e croate e di quelle parlanti il francese, il franco-provenzale, il friulano, il ladino. L’occitano e il sardo». Se ci fossero dubbi l’articolo 4 della suddetta legge li chiarisce: «nelle scuole materne dei comuni l’educazione linguistica prevede, accanto all’uso della lingua italiana, anche l’uso della lingua della minoranza per lo svolgimento delle attività educative. Nelle scuole elementari e nelle scuole secondarie di primo grado è previsto l’uso anche della lingua della minoranza come strumento di insegnamento». Non solo, sempre lo stesso articolo prevede «attività di insegnamento della lingua e delle tradizioni culturali delle comunità locali» e l’impiego di «docenti qualificati» che come abbiamo visto ci sono ma sono inutilizzati.

Allora è forse l’interesse degli studenti a mancare? No, perché chiunque insegni a scuola sa benissimo che i ragazzi reagiscono positivamente ogni qualvolta si proponga loro qualcosa che abbia attinenza con la loro terra e la loro cultura. Persino gli studenti stranieri e quelli italiani si dimostrano curiosi quando la didattica si apre ai saperi di Sardegna.

Allora che cosa manca perché la lingua e la storia dei sardi trovino giusto inserimento nella scuola? Manca solo ed esclusivamente una cosa: la volontà politica e istituzionale. Perché la classe dirigente politica (di centro, di destra e di sinistra e perfino indipendentista o presunta tale) e i dirigenti dell’Ufficio Scolastico Regionale sono profondamente convinti che la lingua e la storia sarda non abbiano valore di alta cultura e che quindi gli debba essere preclusa la soglia delle istituzioni scolastiche ed universitarie. Certo, non possono dichiararlo a chiare lettere, non possono esprimersi liberamente perché ciò scatenerebbe una reazione fortissima nell’opinione pubblica sarda. Pertanto fanno spallucce, lasciano cadere l’argomento, prendono tempo, praticano il benaltrismo istituzionale o, più semplicemente, chiudono le porte delle istituzioni quando qualcuno si organizza per andare a portare loro progetti e proposte con l’intento di collocare la cultura sarda nel rango che le spetta.

Qualche giorno fa l’ex governatore Renato Soru ha dichiarato che il diritto all’autodeterminazione spetta – secondo i trattati internazionali – soltanto ai popoli che subiscono apartheid. Ma nell’apartheid la cultura dei popoli sottomessi non viene cancellata, viene sottomessa e posta ai margini. L’apartheid i sardi l’hanno subita sotto gli spagnoli. Con i piemontesi e poi con l’Italia (monarchica, fascista e repubblicana) la cultura dei sardi ha subito un processo di inesorabile cancellazione tramite l’estromissione da tutti gli ambiti di ufficialità, a partire dalla scuola e dall’università. Quindi ciò che sta subendo la cultura dei sardi è peggio dell’apartheid, almeno nei termini degli effetti pratici che tale processo determina cioè di cancellazione e non di semplice segregazione, e che sarebbe più corretto definire genocidio culturale o etnocidio.

Di fronte a questa tremenda minaccia la rete di attivisti dei conflitti sociali che si riconosce nell’Assemblea Pro una Caminera Noa, ha bussato alla porta del Direttore Generale Francesco Feliziani in due occasioni. La prima in data 27 ottobre 2017, in occasione dello sciopero generale indetto da alcuni sindacati di base (SI Cobas in testa), la seconda lo scorso 10 novembre, sempre in adesione dello sciopero generale indetto da USB e Cobas. Le porte dell’istituzione sono rimaste chiuse, la prima volta perché non era stato chiesto un appuntamento formale (sebbene si fosse in pieno orario di ricevimento), la seconda volta perché pare la richiesta di appuntamento non fosse stata protocollata dalla segreteria del Direttore Generale. Ma la delegazione di attivisti (formata anche da numerosi docenti tra cui gli scriventi) non si è persa d’animo ed è riuscita a strappare alla segretaria di Feliziani la promessa formale di un appuntamento.

Al di là di tali questioni è importante fare alcune considerazioni a margine di queste due importanti scadenze di lotta. La prima è che, per la prima volta, ben due sindacati italiani, hanno ufficialmente riconosciuto la necessità di inserire la lingua sarda nel curricolo scolastico. La USB, di cui gli attivisti di Pro una Caminera Noa hanno abbracciato la piattaforma dello sciopero generale contro il Governo, ha inserito il punto sulla lingua nella sua vertenza portata con un presidio sotto il palazzo della RAS proprio in occasione dello sciopero medesimo. La CGIL invece, pur senza nominare le proposte da noi avanzate, ha tenuto una conferenza stampa a Sassari quantificando in 6mila le cattedre che si otterrebbero inserendo l’insegnamento della lingua sarda a scuola anche utilizzando finanziamenti europei che altrimenti vengono puntualmente rispediti al mittente.

La proposta di inserire la lingua e la storia sarda a scuola non è proprietà intellettuale di Pro una Caminera Noa. In molti ci hanno provato e in questo senso siamo nani sulle spalle dei giganti, dove i giganti hanno nomi importanti come Antoni Simon Mossa, Angelo Caria ed Eliseo Spiga. Il nostro contributo è assai più modesto, e cioè l’aver bussato alla porta del direttore generale Francesco Feliziani con la richiesta di fare un tavolo USR-Regione con l’obiettivo di creare migliaia di posti di lavoro per giovani docenti sardi (molti dei quali sono già stati formati) mitigando o addirittura annullando l’emigrazione di forza lavoro intellettuale in Italia dovuto agli assurdi meccanismi della legge 107 nota come “buona scuola”.

Non sarà facile vincere questa battaglia ma è tuttavia possibile. Primo perché è una battaglia giusta che molti sardi oggi sono in grado di comprendere e appoggiare. Secondo perché si tratta di migliaia di posti di lavoro a tempo indeterminato capaci di creare reddito per altrettanta migliaia di famiglie sarde altrimenti costrette tra povertà ed emigrazione forzata. E si tratta di una battaglia che va rilanciata con forza attraendo tutte quelle forze sociali, culturali, politiche, sindacali ed economiche che avranno il coraggio di portarla avanti fino in fondo.

3 Commenti a “Perché la lingua e la storia sarda non possono entrare a scuola?”

  1. alberto frau scrive:

    Sono un insegnante in pensione di matematica. Ho insegnato matematica e presentato all’esame di maturita i miei allievi inegnando la disciplina usando il sardo come lingua veicolare negli anni scolastici 2000/01/02/03 e documentando il mio lavoro con i seguenti libri: Sos contos sos chi torrant e sos chi npn torrant. Sas limbas. Cavalleri in porta. Cuadernos de matematica. Il tutto nell’indifferenza di tutti. A partire dagli insegnanti. Buon giorno. Lo stato centrale e la Ras non c’entrano nulla.alberto frau.

  2. Ivan Monni scrive:

    Secondo me va modificato lo statuto sardo e inserite tra le competenze dell’art 3 proprio quelle scolastiche e inserite obbligatoriamente tra le materie.
    Solo così si riesce a dare una priorità alla materia, che altrimenti se lasciata alla volontà degli insegnanti (la maggioranza poco sensibile al tema) non trova spazio tra le ore scolastiche.
    È quello che mi hanno risposto alcune insegnanti. Devono dare priorità a italiano, geografia, storia, etc., non riescono (=vogliono) a trovare anche solo 1 ora a settimana per il sardo.
    Bene che se ne parli il più possibile, la perdita della lingua è un processo irreversibile.

  3. Diego Zucca scrive:

    Il vero problema sta alla base. I Sardi, avendo subito un processo di integrazione (io oserei dire) coloniale, non sentono la necessità di conoscere la propria storia o la propria cultura, assimilandola in generala (e non distinguendola) a quella italiana. Inoltre, purtroppo, si pensa al processo di scolarizzazione come ad un processo di mera produzione economica: tutto quello che si studia deve obbligatoriamente avere uno scopo lavorativo. La scuola serve ad altro. Serve a formare civilmente e culturalmente le persone. Deve dare quindi ad una persona un senso proprio di esistenza culturale all’interno di una societá. A maggior ragione i Sardi necessitano di conoscere la propria storia e la propria cultura così antica, variegata e di difficile comprensione, affinchè si sentano davvero parte della Sardegna. Si potrebbe, in questo caso, parlare anche di come l’insegnamento della cultura Sarda gioverebbe economicamente alla Sardegna (l’articolo in parte, anche se non nel senso generale della questione, lo dimostra). Ma non lo si deve fare. Una cultura, e l’insegnamento di essa, non può essere barattata per nessun prezzo o posto di lavoro.

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