Post Referendum

1 febbraio 2017
Graziano Pintori

All’interno dei Comitati per il NO, dopo la straordinaria vittoria del 4 dicembre, sono in atto molte riunioni e discussioni per capire se sarà possibile assegnare a questi un nuovo protagonismo nelle nostre società che cambiano.

E’ innegabile che il risultato del Referendum del 4 dicembre scorso abbia marcato una linea oltre la quale non si potrà andare. Dopo l’istituzionalizzazione del pareggio di bilancio, la legge Fornero sulle pensioni, il Jobs Act e l’abolizione dell’articolo 18, la demolizione della Costituzione repubblicana e antifascista avrebbe comportato la fine perpetua della democrazia italiana. Ciò non è avvenuto. Molti attribuiscono la vittoria del 4 dicembre soprattutto all’insensatezza e arroganza di Renzi, che l’hanno reso inviso alla maggioranza degli italiani, compresi molti esponenti del suo partito e alleati. Altri, con i quali concordo, attribuiscono la sconfitta del binomio Napolitano

/Renzi e del sistema bancario/finanziario italo/europeo non a semplicistici effetti umorali e comportamentali, ma alla grande capacità e volontà del popolo di tutelare la libertà. Se è vero che la gente non conosce la Costituzione come dovrebbe, è altrettanto vero che la gente ha capito che stravolgere la legge fondamentale dello Stato, che sta alla base della convivenza civile, sarebbe stata un’avventura politica al buio, o, se si preferisce, peggiore della lunga permanenza dell’ex Napolitano e dei suoi ex primi ministri. Al popolo bisogna riconoscere a tutto tondo i propri meriti, a iniziare dall’imprevista partecipazione massiccia al voto referendario, con il quale ha voluto dare anche una “sberla” al governo mettendosi in attesa nei confronti della politica, affinchè risolva, finalmente, il grande nodo della crisi che si ritorce solo su di esso in termini  di diritti negati, il lavoro in primis. Dare il giusto peso e la giusta collocazione al protagonismo, o nuovo protagonismo, popolare dovrebbe essere una costante di tutti i comitati, associazioni, movimenti e partiti che si sono impegnati per il NO, soprattutto se l’intenzione di questi è quella di dare gambe alla formidabile esperienza vissuta.

Se questa è l’intenzione, le variegate sensibilità politiche accomunatesi con l’obiettivo di difendere la Costituzione, forti del 60% dei voti, dovrebbero individuare nell’attuazione della medesima il nuovo collante ideale; il quale dovrebbe, compito non facile, amalgamare un insieme di culture e vissuti politici differenti, e assai differenti, sotto un unico denominatore. In teoria i propositi vanno bene, ma nella pratica?

Quando si passerà a dare corpo e anima ai nuovi comitati, filerà tutto liscio? Cioè, per esempio, elencando alla rinfusa: riorganizzazione del lavoro, diritti civili, welfare, migranti e legge elettorale, punti che la nostra Costituzione assume in se in modo lineare e senza punti interrogativi, le variegate sensibilità saranno così motivate, forti e unite per assumere un’unica posizione in nome e per la Costituzione? In varie circostanze mi è capitato di sostenere che per riuscire a elaborare nei multideali comitati punti e azioni condivisi, è necessario che ciascuno sia in grado di fare non uno ma almeno due passi indietro. Voglio dire che bisogna essere in grado di lasciare fuori dai luoghi d’incontro almeno una parte della propria caratterizzazione politica, culturale, sociale. Uno sforzo che si potrebbe sostenere perché finalità dei nuovi comitati sarebbe quella di rendere concreta la Costituzione, procedendo secondo priorità condivise (per esempio iniziare una battaglia per cancellare il pareggio di bilancio); azioni, queste ultime, ben diverse dal sostenere programmi politici stesi su piattaforme ideali che richiederebbero ben altri sforzi e impegni.

Proprio da “…ben altri sforzi e impegni” si potrebbero pensare forme più avanzate dei comitati referendari per il NO, da cui trarre i giusti stimoli per un impegno diretto anche della sinistra. Dico questo avendo ben presente la frantumazione che regna nel nostro mondo; sarà utopia, però credo che si possa fare qualcosa pensando a dei veri comitati caratterizzati a sinistra e che individuino nel capitalismo l’antagonista più diretto, reale, presente e condizionante delle società, come del privato personale. Perciò, indiscutibilmente, l’avversità al capitalismo (globalizzazione, mercato, liberismo ecc.) costituirebbe il denominatore comune per tutti quelli che vorrebbero “cambiare lo stato delle cose presenti”, compresi coloro che possiedono una coscienza di classe e di sinistra.

Nel 1980 la Thatcher disse: ” la vera società non esiste, esistono uomini e donne, e le famiglie”, un modo per annunciare che la democrazia era finita e con essa una certa impostazione della società. Non a caso con il neoliberismo finiscono le società e le rappresentanze democratiche: via i sindacati, via lo stato sociale; via i servizi pubblici e privatizzazione degli stessi, nascita di governi sempre più conservatori e meno progressisti. L’eredità del thatcherismo e reaganismo ha dato la stura all’abbandono del lavoro e dei lavoratori, ha posto fine alla concretezza dell’economia produttiva per favorire l’aleatorietà finanziaria, in grado di costruire, come nel gioco d’azzardo, inimmaginabili ricchezze con il solo spostamento di capitali e investimenti per via telematica. Anche la robotizzazione dei sistemi produttivi anziché favorire la qualità del lavoro, la vita dei lavoratori e dei cittadini in generale, ha contribuito a creare sacche di povertà diffuse nel mondo occidentale, e non solo. I governi occidentali sono un continuo alternarsi tra progressisti e conservatori, da cui non si riesce a capire quali siano le discontinuità fra gli uni e gli altri. Qualche settimana fa a Davos, in Svizzera nel Cantone dei Grigioni, si è riunito il World Economic Forum, dove si è messo in risalto che otto persone possiedono la ricchezza pari a quella di 3,6 miliardi di poveri, ossia la metà della popolazione terrestre; inoltre è risaltato che fra 25 anni i ricchi potranno contare ricchezze a 18 zeri. Un modo per annunciare che il capitalismo, procedendo con questi ritmi, renderà l’umanità sempre più povera ed emarginata.

Si dice che un battito d’ali in Brasile provochi un tornado in Texas, ebbene proprio dalle piccole realtà bisogna iniziare ad avere un’idea grande della politica e delle potenzialità implicite nella sinistra stessa, che non a caso è in grado di anteporsi politicamente, idealmente, culturalmente al capitalismo. Sinistra è coscienza di classe. Essa è in grado, come tale, con analisi e strategie, di far fronte e di porre alternative alla finanziarizzazione del sistema produttivo, che avviluppa non solo l’economia produttiva ma anche la cultura e le relazioni fra uomini e donne. La sinistra ha sempre detto che prima dell’Europa delle banche era necessario costruire l’Europa dei popoli e con essa una grande democrazia europea solidale, con l’obiettivo di far convergere i popoli del sud del mondo con quelli del nord colpiti, anche se in modi diversi, da ingiustizie, disuguaglianze, impoverimento generalizzato. La sinistra per sua natura e finalità è sempre in grado di costruire idee con obiettivi e dotarsi di strumenti politici efficaci: i comitati di alternativa della sinistra potrebbero costituire il primo anello e da li muovere i primi passi..

L’oggetto del prossimo intervento sarà dedicato ai comitati della sinistra alternativa.

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