Praticare la differenza per liberare le persone

16 giugno 2015
Assunta Signorelli
Roberto Loddo

Assunta Signorelli è una femminista libertaria dalla ciocca viola e dai modi schietti e diretti. È stata una delle protagoniste con Franco Basaglia della rivoluzione all’interno del mondo psichiatrico che portò alla chiusura dei manicomi nel 1978. Autrice di numerosi articoli su psichiatria e differenza di genere, ha scritto, tra l’altro, con Fabrizia Ramondino e Renate Siebert, In direzione ostinata e contraria. Il 23 giugno nella Sala Convegni della CGIL ha presentato il suo nuovo libro “Praticare la differenza. Donne, psichiatria e potere”, della casa editrice Ediesse.

Ti definisci una psichiatra basagliana, però oggi lo sono un po’ tutti: sono molti coloro che pontificano Basaglia e sono pochi a fare le battaglie per il diritto alla salute e il superamento dei luoghi dell’esclusione.

Sì, definirsi basagliani è sport diffuso anche perché il fatto che Franco, a suo tempo, non ha creato una scuola, interrogandosi e interrogandoci se fosse giusto così o no, permette a chiunque di dichiararsi basagliano. Ma la questione sta nella dissociazione, sempre visibile a chi vuol vedere, fra ciò che si dice e ciò che si fa. Il Forum Salute Mentale nacque proprio per denunciare questa scissione ma mi pare che continui ad esserci, anzi, oggi è molto più diffusa e presente rispetto ad allora. Per me la discriminante passa attraverso la volontà, la capacità e la determinazione di assumere il conflitto come elemento vitale della trasformazione. Se questo manca e se, anzi, il potere viene usato per cancellare uno dei poli della contraddizione, allora proprio non ci siamo! Ordini di servizio, scelte clientelari o amicali fra il personale, rigidificazione dei ruoli e così via caratterizzano le pratiche di molti e molte che si definiscono basagliani ma che poi sono lontani dai luoghi dove si lotta per i diritti!

Come si fa a praticare una politica della differenza nei luoghi del potere e della psichiatria?

Beh non è facile, anzi quasi impossibile. Praticare una politica della differenza richiede una capacità delle donne di costruire legami e riconoscimenti reciproci, dar vita a una sorta di genealogia femminile e imparare a privilegiare l’autorevolezza rispetto all’autorità. Nel libro ho cercato di evidenziare i punti critici, ma anche quelli forti, di un possibile percorso di genere dentro le istituzioni.

Michel Foucault, Frantz Fanon e Rosi Braidotti, quanto hanno inciso nella tua formazione politica e culturale?

I dannati della terra insieme all’Istituzione negata hanno segnato, per me come persona, l’inizio della rottura con un certo tipo di medicina e della ricerca di modalità altre per esercitare una professione, quella medica, che avevo scelto di praticare. Foucault e Braidotti, in sequenza, vengono dopo man mano che, a partire dalla pratica quotidiana, mi ponevo domande sul senso del lavoro, sulla sofferenza individuale delle persone, sul mio essere donna che aveva scelto una professione, allora considerata maschile. Devo dire che i rinvii ancora oggi sono continui perché ciò che li accomuna è il dato che non solo non ti rispondono ma continuano a interrogarti.

Dal femminismo istituzionale alla sinistra di governo, passando per il sindacato, la richiesta di regolarizzare il sex working viene sistematicamente demonizzata attraverso la censura e il proibizionismo. Perché dovrebbe interessare invece il mondo della salute mentale?

La prostituzione è una questione che riguarda l’essere donna, l’autonomia e l’autoricoscimento, di conseguenza l’identità singolare delle donne è la possibilità per queste di esserci e contare nel mondo. Tutti elementi questi che riguardano la possibilità di vivere in armonia ed equilibrio con se stessi e, quindi, anche la salute mentale delle donne.

In queste ore l’operazione “Oro pro nobis” alle cliniche vaticane della Congregazione Ancelle della Divina Provvidenza ha messo in luce un sistema perverso proprio nella cura delle persone che vivono l’esperienza della sofferenza mentale: corpi ammassati da sacrificare in nome degli affari del mercato dell’assistenza e del clientelismo. Esiste una via d’uscita a tutto questo?

L’unica via possibile consiste nel continuare a lavorare per costruire servizi pubblici forti e aperti alla cittadinanza, nell’interrogarsi in modo laico intorno alla questione delle esternalizzazioni e ripensare la cooperazione sociale e la sua presenza nei servizi pubblici.

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