Procedura di infrazione UE contro la Polonia

16 gennaio 2016
Francesca Corona_Michela Angius
Michela Angius

Erano decine di migliaia le persone scese in piazza a Varsavia per protestare contro la legge sui media approvata dal governo polacco. Si tratta dell’ultima manifestazione in ordine di tempo da quando lo scorso novembre il partito conservatore “Diritto e Giustizia” ha trionfato alle elezioni.

Già a dicembre i cittadini avevano espresso il loro dissenso contro la legge di riforma del Tribunale Costituzionale giudicata inutilmente incostituzionale dalla Corte Suprema. La legge approvata dal governo aveva suscitato un forte scalpore, portando il Presidente del Parlamento Europeo, Martin Schulz, a parlare di un vero e proprio colpo di stato in Polonia.

La nuova legge firmata dal Presidente della repubblica Andrzej Duda prevede la sospensione immediata di tutti i componenti delle direzioni e dei consigli d’amministrazione dei media pubblici polacchi e affida al ministro del Tesoro il potere di nominare i nuovi responsabili senza che questi siano selezionati tramite concorsi, compito fino ad ora svolto dal Consiglio nazionale della radio e televisione, un organo costituzionale. L’approvazione di questa legge, che tra l’altro obbliga i media pubblici a seguire la linea del governo e a inserire nel palinsesto i contenuti della storia della Polonia, ha portato alle dimissioni dei dirigenti dei canali della televisione pubblica.

Il reale obiettivo del governo sarebbe però quello di arrivare alla nazionalizzazione delle testate indipendenti, ovvero quelle con partecipazione a capitale straniero da sempre considerate le più libere nel Paese.
Secondo l’attuale governo la legge si è resa necessaria in quanto al momento i media non sarebbero capaci di educare i cittadini e di svolgere una funzione unificatrice della nazione, poiché propenderebbero per il governo precedente.

Con l’entrata in vigore della controversa legge, il governo ha nominato come dirigenti personalità riconducibili al partito di governo. Qualcosa che molti osservatori considerano un ritorno a politiche pre-1989.
“Siamo a Varsavia, non a Budapest” è stato lo slogan più urlato dalla folla presente alla manifestazione pacifica guidata dal Comitato per la Difesa della Democrazia (Kod), un movimento della società civile che si è schierato contro le iniziative politiche intraprese dall’attuale governo.

Tale slogan è una chiara dimostrazione dell’orientamento nazionalista e populista intrapreso dal governo polacco sulla scia di quanto accade nell’Ungheria di Orban. Ciò non sembra però aver lasciato indifferente la società civile polacca che si è mostrata fortemenete indignata da quanto sta accadendo. Oltre a Varsavia, ci sono state manifestazioni in diverse altre città come Cracovia e Poznan.

Le dichiarazioni di condanna non si sono fatte attendere. Reporters Sans Frontières ha dichiarato che “la legge costituisce una chiara violazione della libertà di parola e del pluralismo”, ricordando tra l’altro che nel 2015 la Polonia si collocava al diciottesimo posto per la libertà di stampa su un totale di 180 paesi.

Sebbene il Presidente della Commissione Europea Juncker avesse smorzato la tensione parlando della necessità di mantenere vivo un atteggiamento costruttivo, il 13 gennaio la Commissione Europea al termine del dibattito sullo stato di diritto in Polonia ha deciso di avviare una «valutazione preliminare» con l’obiettivo di verificare se le ultime riforme varate dal governo conservatore violino o meno i principi europei sullo stato di diritto. Si tratta della prima volta che questa procedura viene utilizzata dalla Commissione Europea da quando è stata introdotta nel 2014.

Mentre il primo ministro polacco Beata Szdylo continua a ribadire che la democrazia è viva e vegeta, appare però chiaro che l’UE non vuole arretrare, soprattutto perché significherebbe darla vinta all’atteggiamento populista e nazionalista così tanto potente nell’Est Europa. Il rischio per la Polonia è quello di perdere, oltre ad importanti finanziamenti economici, anche il diritto di voto nei Consigli europei. Ne varrà veramente la pena?

[Foto a cura di Francesca Corona]

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