Questa volta due SI

16 febbraio 2017

Antonio Berni, Disoccupati, 1934

Marco Ligas

Viene ormai definito Pdr ovvero il Partito di Renzi. È probabile che questa esplicitazione sia un po’ esagerata, che contenga un po’ di irritazione, soprattutto da parte di chi non riesce a contrastare l’arroganza e la presunzione di questo segretario che amministra il suo partito come fosse un giocattolo di sua proprietà esclusiva, un balocco particolare da usare con rispetto e distacco ma al tempo stesso con estrema circospezione perché non ne venga messa in discussione la sua appartenenza.

È anche vero però che i suoi oppositori, soprattutto quelli interni al suo partito, non mostrano una particolare idoneità nel contrastare le sue scelte che presentano una caratteristica costante, quella dell’uniformità. Puntualmente lui si schiera o con le istituzioni finanziarie, e così le banche si sentono ancor più autorizzate a praticare le loro attività fraudolente, o col padronato, vecchio o nuovo poco importa, al quale garantisce con sistematicità le condizioni perché possa incrementare fonti di ricchezza crescenti. E poco gli interessa se questi processi vengano pagati dai lavoratori, sempre più frequentemente sottoposti a ricatti di ogni genere, come l’instabilità del posto di lavoro o la riduzione del salario reale.

Ciò che registriamo in queste settimane è un segnale preoccupante della crisi della nostra società, forse del suo declino. Veniamo da un risultato referendario importantissimo. Una corretta interpretazione della democrazia avrebbe suggerito a qualsiasi governante rispettoso dei diritti dei cittadini almeno una riflessione sul voto del 4 dicembre, un interrogativo sull’opportunità di un cambiamento.

Assistiamo invece ad una ripetizione delle solite politiche, a messinscene tese a tutelare vecchi interessi, con l’obiettivo di consolidarli ulteriormente. La preoccupazione per la sopravvivenza dei privilegi e delle caste che possono garantirli è ancora dominante fra chi ci governa. Paradossalmente questi atteggiamenti vengono manifestati proprio da chi ha garantito, prima del referendum, la separazione  da quelle politiche e l’abbandono dagli incarichi di governo nel caso di una sconfitta.

Questa coerenza non c’è stata, ma quel è più grave è che la mancanza di rispetto nei confronti della volontà popolare possa accentuare il disgusto dei cittadini e il loro distacco dall’impegno e dalla partecipazione alla vita politica. Insomma il pericolo di una ripresa dell’astensionismo non è affatto scongiurato.

Noi, con determinazione e convinzione, pensiamo ancora che si possa correggere questa linea di tendenza. L’unico modo per riuscirci è garantire un impegno del tutto simile a quello messo in pratica lo scorso anno perché la nostra Costituzione, seriamente messa in pericolo, non venisse insabbiata.

Oggi, facendo ancora riferimento alla Costituzione, possiamo impegnarci su un tema altrettanto importante: riguarda la tutela del lavoro. Dovremmo pronunciarci fra non molto su due referendum promossi dalla CGIL: il primo sull’abolizione dei voucher e l’altro sulla clausola di responsabilità negli appalti. Ho usato il condizionale perché il Governo (e non solo esso) cerca di ostacolare il voto o provocando l’anticipo delle elezioni, oppure apportando delle modifiche alle proposte della CGIL. A maggiore ragione dobbiamo votare con due SI.

Dobbiamo fare questo lavoro a stretto contatto con i cittadini perché su questi temi abbiano il massimo di informazioni.

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