Reinventare la partecipazione

16 giugno 2015
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Marco Ligas

Le interpretazioni dei risultati elettorali sono sempre molteplici. Anche stavolta sono state rispettate le tradizioni. Tuttavia, al di là dei diversi commenti, ritengo che dobbiamo prendere atto che a vincere, in queste ultime elezioni, è stato ancora una volta l’astensionismo. Nessuna analisi può modificare il significato di questo risultato.

Ci si può sbizzarrire e sostenere come sia stato importante che in una regione, contrariamente alle previsioni, abbia prevalso il centrosinistra o nell’altra il centrodestra, o che il risultato complessivo, per quanto riguarda la governabilità delle regioni, sia stato di tipo tennistico; sta di fatto che il 50% dei cittadini ha disertato le urne, non ha votato perché è sempre più disgustato dal modo in cui vengono gestite le istituzioni. Con queste percentuali di votanti non bisogna stancarsi di sottolineare che chi ha vinto rappresenta a mala pena il 20% della popolazione, dunque non ha il consenso della maggioranza e non la rappresenta. Possiamo certo aggiungere, proseguendo nell’analisi del voto, come un altro dato rilevante di queste elezioni sia stata la clamorosa battuta d’arresto del Pd e del progetto del suo presidente. Per chi considera il renzismo una minaccia alla democrazia non è un fatto secondario. Va apprezzato sino in fondo senza tentennamenti.  Ma non va usato per dimenticarci che siamo ancora lontani dalle politiche capaci di garantire un’inversione di tendenza rispetto alla crisi attuale. Non dimentichiamo che lo statuto dei lavoratori non c’è più, che la scuola e la democrazia al suo interno sono messi continuamente in discussione e che l’atteggiamento del governo nei confronti del sindacato è sempre più sprezzante, teso a dividere anziché unire.

Per queste ragioni appare sempre più urgente la creazione di una rappresentanza politica e sociale che sappia affrontare questi problemi e, soprattutto, costruire nella società una rete di relazioni in grado di coinvolgere chi viene privato continuamente dei diritti. Nei giorni scorsi, su queste questioni, si è svolta a Roma un’Assemblea molto partecipata, organizzata dalla FIOM, tema: la Coalizione Sociale. Il suo obiettivo è quello rianimare la democrazia italiana dando vita ad un’insieme di iniziative che restituiscano un’opportunità alla politica. Non un nuovo partito politico, è stato detto più volte nel corso della due giorni, ma uno spazio dove la realtà del mondo del lavoro, della disoccupazione e del precariato venga affrontata con il coinvolgimento diretto dei protagonisti, sempre più lasciati ai margini della società.

Restituire un’opportunità alla politica significa porsi il problema di come gestire la transizione verso un nuovo modello di sviluppo, che cosa riconvertire e come. Non si possono, come avviene spesso in Sardegna, rivendicare nuove opportunità lavorative e al tempo stesso riproporre il salvataggio delle vecchie strutture industriali che vivono una crisi ormai definitiva (classico l’esempio delle miniere). Né possono essere sottovalutate le tutele del territorio attraverso la difesa dei suoli e delle acque o le attività produttive non industriali. Un suggerimento importante su queste questioni è stato ribadito dall’Assemblea della Colazione Sociale: riguarda le filiere produttive che stanno nascendo in diversi territori sia attraverso il recupero di vecchie e nuove risorse sia attraverso la promozione di forme di economia sociale. Sono proposte utili che possono essere verificate anche nella nostra regione. Nel corso di questi mesi c’è stata una mobilitazione eccezionale da parte del mondo della scuola. Non succedeva da anni che tutti i protagonisti che vivono all’interno delle strutture formative si unissero per contrastare il disegno del governo teso a legittimare una condizione di subalternità degli insegnanti, del personale non docente, degli studenti. Non si è trattato, come molti organi di stampa hanno affermato, di iniziative limitate organizzate dai soliti scalmanati, magari dai Cobas come se questi lavoratori fossero dei provocatori di professione; no, la protesta della scuola è stata rilevante perché ha messo in luce come il nostro governo sia lontano da una cultura democratica e come sia possibile coinvolgere le componenti democratiche della società in un impegno capace di sconfiggere le tentazioni autoritarie di chiunque governi.

Col progetto “Buona Scuola” è evidente l’intenzione dell’esecutivo: rendere funzionale il mondo della formazione alle esigenze di chi organizza i processi industriali, Confindustria e banche in testa. Non è un fatto nuovo che una società sempre più povera, precaria e debole culturalmente serve per tutelare gli interessi dei potenti. Ma questo disegno oggi non sembra praticabile senza resistenze. Le lotte di questi mesi lo confermano. Per le stesse ragioni appare difficile, seppure cercheranno di praticarlo ancora, il tentativo di scegliere la Sardegna come deposito delle scorie radioattive. Appare difficile non tanto perché la nostra isola ha la più alta concentrazione di servitù militari rispetto al resto d’Italia o il più alto indice di inquinamento ambientale derivante dalle attività industriali e militari; ma soprattutto perché si è diffusa nel corso di questi mesi una ribellione popolare grazie alla mobilitazione e all’impegno di tante organizzazioni, indipendentiste e no, ormai stanche di subire la prepotenza di un governo che intende perpetuare un atteggiamento prevaricatore che non solo liquida con estrema disinvoltura il Principio di Autodeterminazione dei popoli sancito dall’Onu, ma nega persino ogni forma di autonomia delle Regioni pur stabilita dalla nostra Costituzione. I giochi dunque non sono ancora definitivi, possono essere rimessi in discussione in ogni momento; naturalmente serve una disponibilità al cambiamento anche reinventando le forme di lotta e di partecipazione.

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