Scomode verità giudiziarie

1 settembre 2017
[Ottavio Olita]

Un volume dal titolo efficace e corrispondente alla gravità dei fatti narrati. E’ “Le verità scomode” scritto dall’avvocato e instancabile animatore dell’ANPPIA, Carlo Dore (con una bella e attenta prefazione di Massimo Dadea). Edito da Carlo Delfino, il libro ricostruisce un tragico fatto di cronaca di quasi quarant’anni fa: il rapimento dell’ingegner Giancarlo Bussi, 49 anni, tecnico dell’Azienda Automobilistica Ferrari, avvenuto il 4 ottobre 1978 alle porte di Villasimius. Da quel giorno di Giancarlo Bussi non si è saputo più nulla. Anche il disperato appello della moglie per poter avere almeno il cadavere su cui piangere cadde nel vuoto.

Fin dalle prime pagine Carlo Dore fa capire che la sua sarà una sorta di controstoria della versione ufficiale, soprattutto rispetto alle modalità e alle conclusioni dell’inchiesta condotta dalla magistratura cagliaritana che in quegli anni aveva nel Procuratore Giuseppe Villa Santa  nel Giudice Istruttore Luigi Lombardini gli incontrastati primi attori.

Giancarlo Bussi e la moglie Edda Vittoni stavano concludendo un breve periodo di vacanza nella villa di proprietà di un cognato di Bussi, il generale Pietro Piccio, che allora comandava il poligono militare interforze di Perdasdefogu. Per l’esattezza le vacanze dei coniugi Bussi – già concluse – avevano dovuto subire un non programmato prolungamento a causa di un improvviso sciopero dei marittimi della Tirrenia. Il rapimento avvenne proprio allora. Da qui deriva la prima domanda che Carlo Dore pone: ma allora chi era il vero obiettivo dei rapitori? Bussi o il proprietario della villa, suo cognato, che era considerato uomo ricco non solo per l’incarico prestigioso che ricopriva, ma soprattutto per i beni di famiglia? E la cosa ovviamente doveva essere ben nota nel suo ambiente di lavoro.

I primi passi dell’inchiesta si mossero in quella direzione e ben presto furono arrestati due sergenti, imparentati fra loro, in servizio nella base. Un terzo arrestato, dopo continue pressioni da parte delle donne di famiglia e sotto l’incalzante azione del giudice Lombardini, dopo pochi giorni cambiò completamente versione. La pista che portava al poligono militare venne del tutto abbandonata, i due sergenti vennero scarcerati.

Sulla base delle dichiarazioni del pentito finirono in cella il possidente di Sinnai Flavio Zedda – già da tempo al centro delle attenzioni inquisitorie del procuratore Villa Santa – e vari pastori che lavoravano per lui. Assolti in primo grado, condannati in appello hanno sempre proclamato la propria innocenza. Flavio Zedda tentò anche una fuga all’estero; Mario Trudu, che datosi alla latitanza venne poi coinvolto nel sequestro e nella morte dell’imprenditore lombardo Gazzotti, ha scritto in un libro, “Totu sa beridadi”, di non avere avuto nulla a che fare col rapimento Bussi, ma che da quella disgraziata vicenda cominciarono i suoi guai con la giustizia.

Carlo Dore rende palese la propria convinzione che l’improvviso e drastico cambio di rotta dell’inchiesta derivò dalla necessità di tenere fuori dalla vicenda la base militare. Dore non lo dice ma quella procedura venne seguita, pari pari, anche tre anni più tardi, nell’inchiesta sulla scomparsa dell’avvocato Gianfranco Manuella, anch’egli mai più tornato a casa. Era il 22 aprile 1981 e si sapeva che il civilista era un assiduo frequentatore dell’aeroporto militare di Decimomannu. L’inchiesta verso la base durò solo 55 giorni, poi ci pensarono i pentiti, questa volta tre, ad indirizzare l’inchiesta verso un vasto traffico di stupefacenti di cui agli atti non risultò traccia. L’inchiesta sul rapimento Bussi sembra dunque essere stata la prova generale per quell’altra drammatica storia.

La differenza fra le due vicende fu che nel dibattimento per il caso Manuella i giudici di primo e secondo grado, sostenuti da un agguerrito e capace collegio di difesa, smontarono le tesi accusatorie tanto che dalla montagna dei pesantissimi reati contestati restarono in piedi solo piccoli frammenti. Ma Procura della Repubblica e Ufficio Istruzione avevano costruito il loro teorema seguendo uno schema che portarono giornalisti e giuristi a definire quelle modalità ‘il rito giudiziario cagliaritano’.

Diventa quindi utilissimo questo libro giustamente intitolato “Le verità scomode”. L’aspirazione alla giustizia dei cittadini è un’esigenza fondamentale che non deve e non può temere di avere a che fare con ‘giustizieri’ o con ‘sceriffi’, piuttosto che con magistrati sereni, imparziali, giusti. La modifica della procedura penale dell’88 ha notevolmente modificato la struttura processuale, ma con la scarsissima conoscenza del diritto che si ha in Italia, anche un’informazione di garanzia sbandierata senza spiegazioni si trasforma facilmente in una sentenza di condanna. E poi ci si mettono di mezzo i processi fatti, prima del dibattimento pubblico, nei salotti televisivi con plastici, opinionisti, innocentisti, colpevolisti. La vita delle persone chiamate a discolparsi non può dipendere dallo share delle trasmissioni televisive o dalla vendita dei quotidiani. Il rispetto della persona deve essere il più alto livello d’espressione della libertà e della democrazia di un Paese.

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