La scuola di Renzi. La versione dei lavoratori

16 novembre 2014
la scuola di renzi
Valeria Piasentà

Venerdì, insieme ai metalmeccanici della Fiom, tanti cittadini e categorie di lavoratori hanno manifestato in ogni città un malessere sociale profondo ed esteso. Fra loro si contavano moltissimi giovani, in gran parte studenti e precari della scuola che, insieme a più giuste ed efficaci misure sul lavoro, rivendicano politiche scolastiche finalmente democratiche. Quelle che ci si aspetta da un governo sedicente di centrosinistra, ben lontane da La Buona Scuola di Renzi e Giannini. Ma i nostri governanti tirano dritto e non si fermano ad ascoltare i cittadini anzi, in un delirio di onnipotenza si stanno autoconvincendo della bontà ‘rivoluzionaria’ delle loro deliberazioni. Come per la formulazione di una legge elettorale che ‘sarà d’esempio all’Europa’, così ha rivendicato al Tg3 Linea notte un esponente del Pd dopo la riunione di direzione del 13. Come l’attuale ministro all’istruzione sostiene la riforma scolastica renziana: incalzata da Lucia Annunziata sul sistema di annullamento degli scatti di anzianità a definire i livelli stipendiali, sostituiti da giudizi sul merito dei docenti espressi da un unico individuo giudicante – il direttore didattico, un ‘preside-manager’ accentratore di potere su cose e persone – un metodo che non ha equivalenti nei sistemi scolastici del mondo intero , a questa obbiezione il nostro ministro ha replicato che sarà la sua riforma a far da modello al mondo. Che dire, oltre a consigliare un sano bagno di umiltà? Che la cifra comunicativa di questo governo è il prodotto di una strategia generalista che tende a coagulare un pubblico eterogeneo intorno ad un immaginario simbolico di stampo pubblicitario, e la politica dei nuovi governanti è utile solo a creare maggioranze fluttuanti in funzione meramente elettorale. Siamo ancora di fronte a una politica del qui-e-ora? Non solo, purtroppo. Dietro il lancio pubblicitario di prodotti come La Buona Scuola, un progetto che trova i suoi presupposti nelle politiche neoliberali del Novecento, è sotteso un disegno reazionario tendente a : 1. far cassa sulla pelle di studenti e docenti (qualcuno deve pur pagare il dissesto dello Stato) con un sistema scolastico al servizio delle aziende e delle classi dirigenti; 2. controllare gli individui a partire dalla formazione – come storicamente il potere costituito tende a fare – e i lavoratori con il ricatto economico, e quest’ultimo è un passo del tutto inedito nella storia della scuola pubblica dal dopoguerra a oggi. Questo provvedimento illiberale e anacronistico, che penalizzerà soprattutto le donne e tutti quelli che non hanno parentele illustri, è una delle novità che Renzi e i suoi giovanotti definiscono ‘rivoluzionarie’, con un ribaltamento completo di senso delle parole, e potrebbe passare alla storia col marchio del Partito Democratico. Una bella responsabilità per tutti, anche per quei politici del Pd non in linea con l’ideologia renziana ma ora distratti da ben altre ambasce. Questi politici se la sentono davvero di avvallare con un voto, o anche solo con l’appartenenza al principale partito di governo, un provvedimento che avrà ripercussioni sociali certamente decisive e, a oggi, imprevedibili?

Il nostro primo ministro ha dichiarato che non vuole trattare coi sindacati della scuola, cioè con quelle organizzazioni che lecitamente rappresentano i lavoratori della scuola, perché la scuola è di tutti. Vero, peccato però che la consultazione online su La Buona Scuola lanciata dal governo con gran battage pubblicitario e una grafica accattivante, abbia dato risultati insoddisfacenti, come ha dichiarato lo stesso Renzi. Mentre la CGIL ha lanciato una consultazione parallela ora in chiusura, e un documento presentato in migliaia di assemblee indette nelle scuole, su tutto il territorio nazionale. Nel frattempo tutti i sindacati di categoria hanno raccolto in poche settimane oltre 300.000 firme contrarie a La Buona Scuola, al blocco della contrattazione dal 2008/10 (secondo le categorie) al 2018, all’accentramento del potere in mano al CdA e al direttore-manager, e in particolare proprio alla proposta di abolizione degli scatti d’anzianità. Il 30 ottobre, i rappresentanti di tutte le sigle sindacali hanno consegnato gli scatoloni con le firme alla ministra Giannini, che così ha commentato: «è un po’ come il corteo, uno strumento importante e legittimo, ma anche molto legato ad una visione passata».

Ecco altri 300.000 lavoratori che Renzi e i suoi ministri non vogliono ascoltare. Altri cittadini che il governo non ascolta, chiudendosi negli spazi alteri dell’autocelebrazione classista in contrapposizione temporale e simbolica agli spazi e ai tempi della protesta sociale. Così si è configurata l’ultima Leopolda, simultanea alla manifestazione della CGIL a Roma: da scenografa vi assicuro che l’allestimento godeva di un progetto illuminotecnico e scenografico molto accurato. Tuttavia, quel che personalmente mi ha stupita è stato un gesto, se casuale spietato nella sua innocenza, un grave errore comunicativo o un ulteriore segno della autoreferenzialità di certa politica. Arriva una delegazione di lavoratori in viaggio dal giorno prima, gli operai della Thyssenkrupp di Terni che, come tutti sanno, stanno vivendo un periodo di grande difficoltà. Tre rappresentanti sindacali entrano scortati, gli altri vengono lasciati fuori dai cancelli. Nell’attesa, dalla sala aprono ed alzano i volumi degli altoparlanti verso l’esterno, così da replicare all’infinito le discussioni ai tavoli ad uso di quei lavoratori, lasciati fuori dai cancelli chiusi, impossibilitati a parlare anche fra di loro. Come ben sappiamo, Renzi-il-futurista, i suoi accoliti e i suoi ministri tacciano i sindacati, i lavoratori quando protestano, la sinistra in genere, di passatismo e conservatorismo (con il solito ribaltamento semantico); in particolare la sinistra dentro il Pd. Ce la ricordiamo bene la chiusa del discorso alla Leopolda, un classico esempio di tecnica di comunicazione motivazionale: «Lì c’è la nostalgia, qui il futuro. Lì c’è la sinistra che quando vede un iPhone chiede dove mettere il gettone, o se ha una macchina fotografica digitale prova a infilare il rullino». Ebbene, la scena con gli operai di Terni tenuti a distanza, dietro i cancelli a sorbirsi la discussione interna a tutto volume, mi ha ricordato i banchetti dell’aristocrazia rinascimentale e barocca. In particolare gli usi di papa Paolo II Barbo, alla fine del XV secolo, che allestiva le sue magnifiche tavole davanti a finestre aperte, così dalla piazza sottostante il popolo (digiuno) poteva gioire alla vista dello spettacolo, sentire il profumo dei cibi e i suoni della festa, bearsi alla vista di abiti e allo scintillio delle gioie, mentre gli ospiti illustri ogni tanto lanciavano bocconi di cibo e qualche moneta al popolino. Il giorno successivo, gli avanzi e le interiora degli animali venivano venduti al mercato, al popolino romano.

(4. continua)

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