Sardi turistici

16 aprile 2010

stiglitz

Alfonso Stiglitz

“SI NARAT: est s’ora de is Sardus! Eja, ma it’ora iat a essi / SI DICE: è l’ora dei Sardi. Già, ma che ora è?”. Questa bella domanda è l’incipit del “Manifestu de sa gioventudi erètiga, de su comunitarismu e de sa Confederazioni chena partidu de is Sardus / Manifesto della gioventù eretica del comunitarismo e della Confederazione politica dei Circoli, organizzazione non-partitica dei sardi”, scritto dieci anni fa da Eliseo Spiga, Francesco Masala e Placido Cerchi e di recente riedito da Condaghes. È una domanda che bisognerebbe farsi costantemente e alla quale molte sono le risposte che possono essere date, non necessariamente tutte in sintonia con quelle dell’invettiva utopica del testo scritto materialmente da Eliseo Spiga nella sua tipica prosa, ma che qui mi piace ricordare a poca distanza dalla sua scomparsa. Queste parole mi tornano in mente dopo aver letto la lettera con la quale il sottosegretario al Ministero della Difesa Guido Crosetto annuncia ad alcuni Sindaci la decisione di “valorizzare” i Fari della nostra isola. Annuncio, non proposta, di vendita con la promessa “di portare con sé positivi risvolti per lo sviluppo del territorio”. I consueti specchi e collanine per gli indigeni. E qui non c’è solo l’operazione immobiliare affaristica, ma è presente qualcosa di più, una costante nel rapporto degli altri e di riflesso nostro con il territorio e che può trovare posto in questa rubrica sulle identità dei Sardi.  C’è, anche e soprattutto, il concetto tutto politico di valorizzazione, di creazione di luoghi e culture che siano adatti al visitatore, nei quali alla natura selvaggia si affianchino costumi primitivi, debitamente depurati del loro potenziale culturale eversivo. L’ambiente e la cultura sono elementi costitutivi delle identità; siamo sardi nel momento in cui sono in sintonia ambiente, cultura, lingua e tradizioni, come elementi dinamici e in continuo divenire. Diventano altro quando vengono trasformati in materiale per l’osservatore. In questo appare, oggi, diversa la sorte dei quattro elementi che abbiamo richiamato: cultura e lingua mantengono ancora vitalità e dinamismo, pur tra le molte (e positive) polemiche, così come, ad esempio attesta la notevole rinascita della letteratura sarda in italiano e in sardo (e quindi autenticamente bilingue che non significa tradurre da una lingua all’altra); invece le tradizioni popolari e l’ambiente oscillano tra la scomparsa devastante, al seguito del mito del falso modernismo, stile modello Costa Smeralda, e la conservazione come turisticizzazione (altra faccia del colonialismo): Mamuthones in discoteca, Sartiglia al mare, Mesina che fa la guida turistica al Supramonte per turisti in cerca dello stereotipo sardi uguale banditi. Al centro di tutto ciò c’è il volano del nostro sviluppo, il turismo che ha bisogno di tradizioni mummificate e di ambiente valorizzato. Il che comporta che l’ambiente o la tradizione non sono un valore in sé ma lo diventano se turisticizzati; il che, capovolto, significa che è il turista che rende il nostro ambiente e le nostre tradizioni un valore.  La lettera del sottosegretario alla Difesa mette in luce un altro aspetto, il rapporto tra l’occupazione militare di stampo colonialista e l’uso del nostro territorio. Parlo di occupazione militare di stampo colonialista perché siamo all’esproprio dell’ambiente e alla creazione del “turismo” militare. A diversi livelli. Il caso di Perdas de Fogu, ad esempio, con il territorio sottratto alla libera scelta dei Sardi, al legittimo controllo delle istituzioni democraticamente elette. Non sappiamo niente delle sperimentazioni che vi si svolgono e niente si può sapere, visto che i controlli li fanno i militari, con le conseguenze letali per salute, che colpiscono l’opinione pubblica meno dei consueti incidenti stradali del fine settimana. I Sardi come carne da macello, che la retorica sassarina tende a occultare. Conseguenze letali per la gestione del territorio che portano al condizionamento politico delle scelte; tanto che l’ampliamento della base venne fatta dal governo di sinistra e da un ministro sardo (nell’autocolonialismo non siamo secondi a nessuno). Certo, c’è un ritorno economico nelle servitù militari, la trasformazione del paese in una sorta di spaccio aziendale militare, come nelle tipiche situazioni di sottosviluppo neocoloniale. Il caso dei Fari, portati proprio in questi giorni dal Ministero della Difesa in mostra all’Arsenale di Venezia in occasione di “TrE (Tourism Real Estate) expo” si inserisce in questo quadro per cui un ambiente è privo di interesse se non c’è l’occhio militare che dispone del futuro per indirizzarlo verso il turismo. La battaglia per i Fari è allora il simbolo del modo di riappropriarci degli elementi delle nostre identità, in cui la valorizzazione significa rafforzamento delle società locali e dei saperi ad esse collegati. Quei Fari sono luoghi nei quali si può, questo sì, rivalorizzare i saperi locali e congiuntamente investire in massicce dosi di ricerca scientifica ad essi legata (con relativi finanziamenti). Passare in sostanza da parchi turistici a centri di ricerca di eccellenza nel campo dell’ambiente, della sua tutela, conservazione e, a quel punto, di socializzazione, perché non estranei alla vita quotidiana.  Deturisticizzare, insomma; non più guide indigene ma produttori di sapere e sviluppo economico. In questo trovo la parte più condivisibile del Manifesto: l’identità come un bene comune dotato di un valore in sé. Che ci renda: “Liberus depeus èssiri, i erètigus, atrevessus, concas maccas i maliarrispetsus … liberus i capàtzis de navigai faci a un’ateru mundu” / “Liberi, eretici, disubbidienti, ribelli, anticonformisti … liberi di navigare verso un mondo dissomigliante”, come piaceva a Eliseo.

2 Commenti a “Sardi turistici”

  1. Boicheddu Segurani scrive:

    Già: deturisticizzare! Corretto quanto improponibile. Utopia razionale inapplicabile in una regione che, da sempre, vede i migliori andarsene i ‘figli di’ restare a imperversare tra un pubblico piegato all’interesse privato, e un privato alimentato dal pubblico denaro.
    Vorrebbe dire scegliere di studiare e non passare la giornata al bar scambiando una birra con gli amici (conosce i piccoli bicchieri nei quali, unici al mondo, noi dividiamo una bottiglia di Ichnusa in sei?) pagata dalla pensione di una madre, nonna, zia (ma quanto sanno essere mammoni i balentes!).
    Vorrebbe dire capire che nella migliore delle ipotesi turismo in Sardegna vuol dire diventare guardiani dello zoo.
    Ma nella peggiore stare in gabbia con la mastruca da Merdule in pieno agosto sotto i flash turistici da settimana-tutto-compreso, mentre una turista interessata dice che è meglio del sedere rossoblu di un mandrillo allo zoo di Roma.
    Vorrebbe dire (lo so che le parrà irriverente) distruggere la maledizione dei nuraghi, buttarli a mare (tanto i sassi inquinano meno delle lozioni profumate contro le scottaure), piantarla una buona volta di usarli come succedanei del pene per impotenti esistenziali.
    Insomma, caro Stiglitz: ma lei è sicuro di abitare in Sardegna?

  2. MONTE PRAMA: FRANCESCHINI MONDIALE | Acido Solfidrico scrive:

    […] in un intelligente intervento su Il Manifesto Sardo del 2010 (e sono s-e-t-t-e anni fa) intitolato Sardi turistici, si oppone con ottime motivazioni al concetto del “mangiamo i nuraghi” (una […]

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