Tavola rotonda alla Passeggiata Coperta

30 novembre 2010

pl.c

Pl.C.

Tra i tavolini e i divani della Passeggiata Coperta di piazza Costituzione, il dopopranzo del 29 è stato animato da una discussione intergenerazionale, con Marco Ligas e un gruppo di giovani impegnati nel movimento degli studenti. I caffè e gli amari sono stati tralasciati e il dibattito ha riempito lo spazio di due ore e mezzo. Le tematiche alle quali abbiamo dedicato questo tempo si riallacciano alla discussione del 15 novembre, in occasione dell’assemblea a sostegno del Manifesto, quando un intervento di Giovanni Piras ha arroventato l’assemblea e ha indispettito molti sostenitori del quotidiano. I punti focali del nostra discussione hanno riguardato perciò il ruolo del quotidiano comunista e il suo rapporto con la politica. Marco Ligas ha introdotto la discussione:

Marco Ligas: Giovanni (Joe), nel suo intervento, ha criticato direttamente il Manifesto perché non parlerebbe ai giovani, e perché non sarebbe fatto da giovani ma da una cerchia di saggi anziani che non riescono a stabilire un contatto con le nuove generazioni. È probabile che queste difficoltà esistano ma non credo che sia soltanto un problema generazionale. Intanto posso affermare, conoscendo personalmente la storia del quotidiano, che quando è nato il Manifesto, la sua redazione era composta, mi pare almeno, da compagni più anziani rispetto a quelli attuali; nonostante ciò sono riusciti a dar vita ad uno strumento che ha svolto un ruolo importantissimo tra le forze democratiche e della sinistra: ha sviluppato delle analisi per certi versi originali ed è stato un punto di riferimento molto apprezzato.

Io penso che il Manifesto parli ai giovani perché parla dei diritti del lavoro, parla di quel mondo al quale molti di voi non appartengono ancora ma attraverso il quale dovrete per forza passare. Parla alla popolazione giovanile perché porta avanti tematiche riguardanti il precariato, la formazione professionale e l’istruzione. Affronta argomenti imprescindibili e intergenerazionali come la pace e la guerra, l’assunzione di nuovi modelli di vita, che non abbiano il Pil come metro di paragone. Ritengo che la sua linea sia ancora moderna, anche per voi, perché le sue tematiche sono molteplici e non cessa di affrontare le lotte in difesa dei diritti, del reddito di cittadinanza, della libertà di informazione e di parola. Io penso che dobbiate far propri questi linguaggi e diventare protagonisti di queste sfide, le stesse che abbiamo affrontato noi nel nostro tempo. È molto importante ciò che sta avvenendo in questi giorni in molte città italiane, è il segno di una presa di coscienza che senz’altro lascerà dei segni importanti nella nostra vita democratica.

Il Manifesto, certo oggi non è adeguato a svolgere un ruolo propulsivo, trova tante difficoltà, da quelle economiche a quelle relative all’interpretazione dei cambiamenti in atto a livello mondiale. Ma chi, attualmente, ha una bussola attendibile? Si tratta quindi di lavorare, pensare con serietà evitando semplificazioni e scorciatoie.

Giovanni: io sono intervenuto durante la conferenza del 15, con modi più o meno bruschi, con termini più o meno forti (dipende dalla sensibilità di ciascuno) per porre un problema, per evidenziare una stortura, ovvero perché in sala ci fossero solo 15 “giovani”, i quali per altro, erano lì con motivazioni e non solo per sostenere il salvataggio del quotidiano. Il Manifesto deve essere un mezzo, non il fine. Se noi ci scordiamo questo concetto e ci convinciamo che sia giusto finanziare un bene di consumo per sostenere la sua produzione, allora cosa dovremmo aspettarci? Che finisca come finiscono le sovvenzioni? Per queste ragioni credo che non sia più un mezzo adeguato alla nostra realtà. Credo che noi ci troviamo ad affrontare diverse problematiche, non solo le lotte operaie o quelle per la tutela dei diritti dei lavoratori. Il Manifesto porta avanti lotte di struttura che vanno al di là delle nostre forze e affronta problematiche con toni troppo soft che si avvicinano, secondo me, alla politica del compromesso. E come ho già scritto su Democrazia Oggi, è con i mezzi termini ed i compromessi che ce la siamo presi un po’ tutti nel culo. All’interno della società che ci avete lasciato in eredità non ci vengono dati i mezzi per contrastare questo ordinamento sociale. E se non ci verranno fornite le conoscenze per portare avanti le idee per cui il Manifesto è nato, per forza di cose questo “strumento” morirà con la vostra generazione.

Edoardo: io non condivido a prescindere l’opinione di Joe, perché personalmente ho trovato nel Manifesto spunti piuttosto interessanti. Anche l’analisi politica e sociale che traspare dai suoi pezzi è di buon livello e fondamentalmente rappresenta l’unica testata, oltre a Carta (che è un settimanale) dove si può trovare una linea indipendente che si astrae dal fiume in piena dell’attualità. Perché penso che è proprio questo il problema dei media contemporanei, i quali hanno sovraccaricato il bacino dell’informazione di un’inondazione massiva di notizie, creando una valanga che non è possibile fronteggiare e dove ci si perde, smarrendo la capacità analitica della realtà e una critica dei vari fenomeni. Ora le stesse tv e giornali si trovano a dover rincorrere questa bestia impazzita chiamata “attualità” dalla quale non se ne può uscire vivi.

Io credo che un buon giornale debba dimostrare di seguire e difendere una propria linea politica, e in base ad essa, dovrebbe evidenziare e portare a galla in maggior misura quelle notizie, accadimenti o analisi che rivestano un valore o un significato e che comprovino costantemente la solidità di tale teoria.

Marco Ligas: Giovanni, tu dici “Se non ci verranno dati i mezzi per contrastare questa società”, “Se non ci verranno fornite le conoscenze per portare avanti le idee per cui il Manifesto è nato…”. Perché questa attesa dagli altri? Perché parti da questa condizione di svantaggio e di dipendenza? Colgo il segno di una sconfitta in queste affermazioni: il sistema di potere vi sta travolgendo e subite questa sua arroganza, a partire dai linguaggi televisivi. Trovate difficoltà poi a scegliere chi comanda e in questo modo commettete l’errore di vedere tutti su quelle postazioni. Dobbiamo fare uno sforzo per capire chi attacca e perché e chi subisce.

Giovanni: Il problema è proprio la sconfitta, la spinta che avevate voi e la vostra generazione era ben altra rispetto alla nostra, e le aspettative sono incomparabili. Tu parli di poltrone e io parlo di una corsa tra un nano e un gigante. I termini del paragone raffigurano noi, studenti, lavoratori, precari ecc. e il gigante i vari potentati mondiali. Noi non possiamo vantare neppure il seppur minimo potere contrattuale, e una politica come quella che il Manifesto propugna, fatta di piccoli passi, di lavoro capillare e azioni a tappeto, non ci da la speranza di una vittoria, anzi ci consegna la certezza di una sconfitta globale. La competizione tra un nano e un gigante, tra un topo e un leone, è iniqua e sterile, e in una competizione a due non c’è il secondo posto che consoli, ma solo la sconfitta, la sofferenza e la consapevolezza di patire l’ingiustizia che la storia e la società ci hanno affibbiato.

Dario: Il problema basilare del Manifesto sta nella sua impostazione solida, statica, che ricorda molto l’impostazione che la nostra generazione ha ricevuto dai propri genitori. I nostri padri infatti si sono preoccupati di crescerci con dei valori solidi, forti, incrollabili, preparandoci a vivere in un mondo complesso ma per garantirci un futuro solido. Ma come dice Paolini “chi l’avrebbe creduto che il mondo sarebbe diventato liquido?”. Il Manifesto non tiene conto di queste dinamiche, dell’estrema parcellizzazione della società, della perdita del monopolio dell’informazione che un tempo avevano i giornali. Inoltre tale giornale, che ha fatto storia, aveva la sua importanza quando ha avuto un’organizzazione dietro, una teoria, una larghissima fetta della popolazione sulla quale esercitare un mordente. Secondo me poi il Manifesto non informa, ma da un’opinione o un taglio particolare, ma io per informarmi uso altri mezzi. Ho spento la tv un sacco di tempo fa e ho acceso internet, io mi baso sulla pluralità delle fonti, accedo a diversi tipi di media all’interno della rete e spesso mi capita di accedere direttamente alla sorgente informativa, metto a confronto più voci e così costruisco la mia idea.

Edoardo: Questa può essere una delle trappole nelle quali è sprofondata la nostra società contemporanea. Tu che parli di parcellizzazione faresti bene ad accorgerti che internet ha avuto e ha tutt’ora un ruolo chiave nella disgregazione sociale. Strumenti come il Manifesto e altri quotidiani, magari erano indottrinati o strumenti di partito, ma servivano appunto a formare un’opinione condivisa e condivisibile da larghe fasce della popolazione, e ciò creava collante, creava struttura, quindi creava società.

Enrico: A mio avviso il Manifesto dovrebbe affrontare con modi più “cattivi” certe questioni, o tutte le questioni. Se si prefigge di seguire una certa linea, che resta ben definita, dato che reca scritto in prima pagina “quotidiano comunista”, dovrebbe palesarlo maggiormente tra le righe dei suoi articoli, rendere più espliciti certi problemi e certe tematiche. Dovrebbe rimuovere dalla cloaca del complotto o del benaltrismo certe questioni di rilevanza globale e sviscerarle, sempre astraendosi dalla suddetta mainstream dell’attualità, e ripescando costantemente tutti i fenomeni inerenti alla lotta che intende portare avanti. Dovrebbe, in quanto strumento, creare un vero appoggio e una vera arma di informazione per quelle persone che si interessano al conflitto sociale e che vogliono affilare gli strumenti della lotta.

Emilio: Io personalmente non conosco bene il Manifesto e so anche perché, perché viviamo in una società completamente mediatizzata e commerciale, e il giornale in questione giace nelle edicole sempre nascosto da pile di altri giornali più pesantemente pubblicizzati. Bisogna rendersi conto che la carta stampata è già un cimelio del secolo passato, vive ancora ma la sua funzione si sta assottigliando, ora è internet a farla da padrone ed è internet che va sfruttato per rendere globale uno strumento, anche come il Manifesto. Io uso tantissimo internet e il Manifesto non compare mai tra le pagine web, questo è sicuramente un problema, perché ormai la rete è parte integrante della realtà dei media, e tale giornale, se non vuole soccombere, deve adattarsi a nuovi strumenti e padroneggiarli in modo da averne un rendiconto in termini di pubblico, di lettori, di appassionati. La gente è un animale abitudinario, l’uomo si abitua, trova bello e utile ciò che conosce meglio, finché il Manifesto rimarrà agli occhi del vasto pubblico una novità pericolosa, non aumenterà mai il suo giro di lettori. Bisogna far trovare delle copie ovunque, nei bar, nelle librerie, nelle aule universitarie, nelle biblioteche, anche dal barbiere e dal dottore, se servisse.

Marco Ligas: Io penso che internet sia importante, non possiamo certo farne a meno, ma attenzione a ritenerlo uno strumento esaustivo dell’informazione. È vero che la carta stampata, tutta la carta stampata, sta vivendo una fase difficilissima ma la nostra crescita culturale avviene soprattutto con l’uso di altri strumenti formativi. Ritengo che questa discussione non ha certo approfondito tutte le questioni che abbiamo sollevato, però mi pare che rappresenti un passo in avanti rispetto ad alcuni dubbi emersi nel corso dell’assemblea del 15 novembre. Potremo certamente continuare il nostro confronto per approfondire le questioni solo accennate.

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