Testo Unico: una legge harakiri per la lingua sarda

1 agosto 2017
Giuseppe Corongiu

Negli ultimi anni il tema della lingua sarda è divenuto parossistico nel dibattito culturale in Sardegna. Non passa mai troppo tempo che non se ne faccia una polemica, una notizia, una controversia. Eppure, verrebbe da dire, non si decolla mai. Ebbi modo di scrivere qualche tempo fa che il movimento linguistico assomiglia a un criceto che corre dentro la ruota: fa una fatica immane, ma è sempre fermo. Si potrebbero dare tante spiegazioni alla mancanza di progresso, ma solo due reggono i colori della verità.

La prima è che larghi settori delle classi dirigenti politiche e culturali sarde sono ancora ferocemente contrari alla ufficializzazione della lingua sarda. E usano tutte le armi a loro disposizione per frenare, deviare, blandire o punire. Si tratta di un istinto nazionalista e di classe, un furore post ideologico che non si riesce a razionalizzare. Somiglia al razzismo, alla discriminazione dei “gajos” o a l’apartheid delle donne. Ha una sua continuità e si abbevera ai concetti stereotipati propagandistici diffusi da studiosi universitari e dai media.

La seconda è che il movimento linguistico, ovvero chi si occupa e preoccupa di lingua sarda anche da lungo tempo, non ha compiuto quella mutazione culturale che avrebbe portato alla rivoluzione linguistica. Anzi, gioca e si mimetizza con le regole e la visione dell’avversario politico-culturale. Si chiede la sovranità linguistica, ma si è culturalmente subalterni del potere che la nega. Invece di creare un altro sistema di valori, si accetta e si fa proprio quello delle classi dirigenti che di sardo lingua ufficiale proprio non ne vogliono sentire parlare. Invece di costruire corridoi di egemonia alternativa, si cerca semplicemente la legittimazione nei salotti del potere culturale dominante, che usa l’italiano anche come veicolo di sardità, e che vede nel sardo una semplice coloritura del paesaggio linguistico o nomenclature folkloristiche e esotiche. Non certo la lingua storica della comunità sarda.

Sul sardo (e sulle altre lingue della Sardegna come gallurese, sassarese, catalano e ligure) si è imposta insomma una gabbia interpretativa fatta di stereotipi e pregiudizi che abbiamo imparato negli anni a conoscere bene: il sardo diviso, grezzo per gente grezza, codificato in campidanese e logudorese e forse altre cento varianti, incomprensibile, arcaico, machista, senza termini moderni, anti economico, inutile, antimoderno. Un bandiera folk della quale ogni tanto andare orgogliosi, ma da ammainare non appena si torna alle questioni concrete. Giustamente le classi dirigenti conservatrici dell’italianità linguistica, fanno il loro mestiere che è anche quello di confondere le idee ai sottoposti. Che infatti spesso perseguono in tutto e per tutto le ideologie dei loro padroni utilizzate appunto per tenerli in uno stato di sudditanza.

Ma i rivoluzionari tifosi della lingua che cosa fanno? Cercano di cambiare questo sistema? La risposta è scivolosa perché i gruppi, le associazioni, gli istituti, gli intellettuali della lingua sono profondamente divisi e diversi al loro interno. Prevale però, a parte rare eccezioni, un atteggiamento pacato, accondiscendente verso il potere italianista, quasi un accomodamento. Non si lavora alla rivoluzione culturale che sarebbe base di quella linguistica, ma si continua a giocare con le regole degli avversari andando verso sicura sconfitta. Anzi, si tende a mutuare lo sguardo e il giudizio del potere culturale avversario con esiti grotteschi. Ne è un esempio la cronaca di questi giorni nella quale una kafkiana sottocommissione della seconda commissione del Consiglio regionale ha presentato una proposta di testo unico di legge sulla lingua sarda che va contro tutta la storia del Movimento linguistico.

Il testo, una trentina di articoli per lo più inutili perché di materie già regolamentate dalla legge statale 482 del 1999, ha due soli obiettivi: da un lato affossare con astuzia falsamente democratica e istituzionale il cammino della lingua sarda ufficiale nota come Limba Sarda Comuna, e dall’altro introdurre, strumentalizzando alcune norme sul folklore, un clientelismo spicciolo e screditante. Il tutto condito anche con nuove istituzioni giuste (che però senza un piano di razionalizzazione della spesa esporranno la lingua a polemiche strumentali di natura finanziaria) e alcune norme massimaliste (obbligo del sardo per i concorsi di ingresso in Regione e dichiarazione che l’unica vera cultura sarda è quella espressa in sardo) che hanno il compito di fare da velo alle reali intenzioni.

Senza occuparci ora di problemi di impugnativa da parte del governo italiano, la genesi di questo testo è chiara. Il mondo del folklore che canta e poeta in sardo ha un regolamento di conti da operare nei confronti dei modernisti della LSC che nel decennio scorso l’hanno fatta – secondo loro – da padroni nel piccolo mondo linguistico sardo. Sperano di equilibrare la situazione, ma non si rendono conto di essere usati contro la causa e anche invano: la loro marginalità è dovuta al fatto di essere incompetenti e folkloristici, non alla LSC.

La cultura dominante, accademica e politica, che governa in questo momento in Regione ha un’occasione d’oro per inserirsi in questa faida e arenare la questione per l’ennesima volta nelle diatribe di fazione. E’ quella di usare il risentimento per riportare indietro l’orologio di almeno una quindicina d’anni in una questione in ritardo da secoli. Un’azione da manuale, da divide et impera, anche un po’ banale e scontata e infatti ampiamente prevista dopo anni di una politica linguistica che ha distrutto tutto ciò che era stato faticosamente costruito.

Il problema è che un movimento linguistico degno di questo nome, sarebbe dovuto insorgere e da tempo, unito, contro le malefatte linguistiche di Pigliaru. Invece, fin dall’inizio, a parte l’eccezione di alcuni “modernisti”, c’è stata una retorica del “volemose bene”, “mettiamoci d’accordo”, “l’unità prima di tutto nel nome della lingua” “basta con le faide” e slogan di questo tipo. Anche coloro i quali sono riconosciuti (dal potere culturale dominante) come padri nobili della lingua hanno dato il loro assenso a questo atteggiamento conciliante con la politica anti linguistica di Pigliaru e soci. Ovviamente i dissenzienti sono stati dipinti come estremisti poco ragionevoli e in cerca di liti a basso prezzo.

Alcuni hanno ceduto. Il risultato di vari incontri, cene, kalumet linguistici con assessore e totem presenti, “Assemblee della pace” e organismi improvvisati di giustificazione mediatica dell’operazione è stata una proposta di legge suicida che avrebbe meritato, in una minoranza linguistica seria, insurrezione pacifica e sit in continuo al Consiglio Regionale. Invece, pochi hanno denunciato con forza il pericolo insito in queste norma che rischia di passare in aula (anche se il testo pare sia ancora “in evoluzione”) per strane alchimie di sopravvivenza della maggioranza.

Insomma dalle reazioni, sembrerebbe che nel Movimento abbia prevalso un sentimento di sudditanza culturale nei confronti della linea folklorica e anti moderna dei proponenti della legge (che va benissimo al potere accademico-politico che non vuole il sardo lingua ufficiale, ma solo pluridialetto folk), ma anche un’attenzione sovrastimata alle conseguenze clientelari e assistenziali di un mondo in perenne stato di precarietà economica. O almeno la promessa. E allora se ci sistemano e ci danno un po’ di soldi chi se ne frega di fare del sardo una vera minoranza linguistica europea”, “anche sa repentina e su mutetu vanno bene, purché con sostegno finanziario”. “Lingua standard? E vabbè se ne può continuare a discutere all’infinito in italiano, tanto nulla è intoccabile e tutto si può migliorare. Nel frattempo usiamo due o tre lingue ufficiali, venti, cento chi se ne frega? Accontentiamo tutti come ai tempi delle province a go go: sei discriminato, tu vuoi la tua provincia? Te la regalo. Idem per la lingua ufficiale. Invece di una, ne facciamo due o 10 e le finanziamo tutte quante così siamo tutti contenti”. Paternalismo e clientelismo.

Del resto anche la Chiesa sarda, dopo un secolo di teologici rinvii, ha annunciato che farà la messa in due lingue sarde. Sempre in nome della pace delle fazioni, attenzione, non perché ha accettato la divisione imposta dalla filologia colonialista suggerita dai folkloristi delle fondazioni. E poi se anche l’antropologo di spicco è d’accordo, cosa osta? Basta con quelli che vogliono contestare sempre! Per fare la pace basta rinunciare all’idea di una lingua normale e il gioco è fatto. Peccato che si tradisce la missione storica della questione linguistica in Sardegna così come la immaginò Simon Mossa e la portarono avanti i generosi ragazzi de Su Pòpulu Sardu negli Anni Settanta.

Questo potrebbe essere il triste e comprensibile declino di un Movimento Linguistico che invece di riflettere su se stesso e imparare a essere indipendente, si lascia sempre sedurre dalle trame ammalianti del potere italianista di Sardegna. Continua insomma a non leggere Gramsci e a non capire che deve elaborare una propria visione che vada oltre il campidanese e il logudorese, il sardo “de domu mia” e la tutela del basciu contra (arte nobilissima ma che ha bisogno di una legge apposita, non linguistica ma diversa). Che deve liberarsi dall’impronta colonizzante e auto censurante delle due università sarde, veri poligoni di servitù culturali: una totalmente negazionista e anti lingua, l’altra impegnata in una paternalistica politica pluridialettale che serve soprattutto a ribadire che una lingua unica ufficiale non serve o non è urgente.

Insomma, si ha la tentazione di asseverare una legge harakiri che promuove il suicidio assistito del Movimento linguistico, culturalmente soggetto al potere italianizzante al quale chiede solo uno spazietto folkloristico per esistere dopo i fasti dei decenni passati. Uno screditamento totale. Anche la sociologia che in passato aveva lanciato l’allarme su questa perenne tentazione filo istituzionale, alla prova del fuoco non ha resistito al richiamo della autorevole sottocommissione.

Fin qui l’analisi pessimistica che mette in luce le nostre contraddizioni. L’ottimismo però è proporzionale al fatto che questo testo unico non passi e che qualcuno faccia marcia indietro rapidamente. E che poi le alchimie del Consiglio non siano così inafferrabili e si capisca che questa legge danneggia la maggioranza e sarà una spina nel fianco elettorale senza precedenti. Io credo che nel movimento linguistico ci siano ancora le risorse e la lucidità per vincere le debolezze culturali ed economiche, uscire dalla visione folkloristica e giocare un ruolo “de primore” nella cultura sarda generale. Anche confrontandosi col governo e la maggioranza, dove ci sono forze rispettabili, ma senza la sudditanza e difendendo le idee e le ragioni di principio.

E’ necessario. Per non essere un Movimento di una non-lingua pluridialetto marginale, che non è accettabile neppure per i festival. Per essere credibili e non disprezzati dal mainstream regionale che allunga qualche soldo ai più intraprendenti. Per non essere un movimento che fa un po’ pena e ispira sentimenti di compassione “dialettale” alle altre minoranze europee che ci osservano preoccupate e incuriosite. Un altro sguardo, che ci apre al mondo fuori dalla routine sarda, di cui tenere conto per crescere e cambiare. E magari fare questo cambio di passo e visione prima che sia troppo tardi.

2 Commenti a “Testo Unico: una legge harakiri per la lingua sarda”

  1. mario unali scrive:

    Ite ateru b’at de narrer pius dei custu chi as iscritu? Fintzamentra in sa limba semus teracos in domo nostra; la devimus bincher istende unu afaca a s’ateru cun pagghe e solidariedade, aberzende sos ojos de chie, o pro curpa issoro o chi siet de ateros, no resessint a bider chi su benidore nostru e de fizos nostros passat puru cun sa limba sarda. Deo no minde birgonzo, dae minore so creschidu cun a issa e l’apo fata amare dae fizos e nebodes e ispero de miche morrer vitoriosu. Semus in bonas manos tuas chi as semper lotadu de grande gherrieru, intamen de nos istare cun sas manos i manu. A mezus intender. Cun istima Mario Unali

  2. mario zedda scrive:

    Si perde tanto tempo a discutere su questa nostra lingua che non ci rendiamo conto è una lingua viva in coloro che la usano e moderna perché come tute le lingue del mondo usandola si arricchisce di nuovi termini.
    A mio avviso credo si debba dare più attenzione su come si scrive la nostra amata lingua per consentire la sopravvivenza a questa aggressione pseudo culturale che pretende di istituire a tavolino ,come si fece a sua volta per l’italiano, una lingua che nessuno usa per poi imporla nelle scuole.
    Credo si dovrà prendere esempio dall’inglese che pur essendo un unica lingua e pure americana africana indiana Oxford senza la pretesa di una legge che le unifichi.
    Se vogliamo mantenere la lingua viva necessita usarla e possibilmente scriverla e leggerla il più correttamente possibile no farne una lingua elitaria.

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