Tra primarie e populismi

1 agosto 2013
Marco Ligas
Abbiamo già sottolineato nei numeri precedenti del quindicinale come le prossime scadenze elettorali stiano alimentando un attivismo convulso tra le forze politiche.
Si parla sempre più frequentemente di coalizioni aperte (ovvero pasticciate), disposte ad accogliere al proprio interno formazioni tra loro eterogenee e diverse per storia e obiettivi programmatici, evidentemente la filosofia delle grandi intese si afferma e si diffonde anche nelle periferie.
Nascono partiti nuovi come quello dei Sardi; non è ben chiaro dove cerchi i consensi, se fra i sardi che subiscono le politiche colonizzatrici che la Giunta regionale conduce insieme al Governo nazionale e perciò vorrebbero sconfiggerle o fra quelli che invece intendono perpetuarle. L’interrogativo è legittimo: uno dei fondatori di questo nuovo partito, Paolo Maninchedda, durante l’ultima legislatura è stato a fianco del governatore Cappellacci e ne ha condiviso le scelte, certamente non a tutela del popolo sardo. Oggi si dichiara preoccupato per le sorti della Sardegna. È strano tutto ciò perché nel caso avesse avuto dubbi sull’operato della Giunta poteva o lasciare il suo partito di appartenenza o uscire dalla maggioranza, comunque poteva impegnarsi diversamente. Non l’ha fatto e ciò rende la sua proposta attuale poco credibile, sicuramente viziata di trasformismo. Né appare convincente la sua dichiarazione di intenti a sostegno del sovranismo. Ma tant’è, l’importante è restare nella mischia e concorrere per il mantenimento di un posto che conta nell’area della casta.
Mentre nascono partiti nuovi tende a scomparire una distinzione importante: quella tra destra e sinistra.
Il dibattito è tale per cui si ha l’impressione che diritti della massima importanza come quelli all’istruzione, alla salute e alla dignità siano affrontati con noncuranza dai vari schieramenti politici, o perché ritenuti dei diritti già affermati o perché non considerati fondamentali. Che la destra abbia questo convincimento è del tutto normale. Fa parte della sua filosofia di vita.
Possono le componenti del centro sinistra imitarla? Evidentemente no: questi diritti, seppure riconosciuti dalla nostra Costituzione, non sono entrati in modo irreversibile nel patrimonio culturale della nostra società e non vengono tutelati come tali dalle nostre istituzioni. Sono sempre in balìa delle leggi economiche del capitalismo, e non è un caso se in periodi di crisi come quello attuale subiscono un netto ridimensionamento. Tutto ciò avviene perché lo stesso diritto al lavoro non è assunto come pilastro fondamentale dell’organizzazione sociale, come il diritto principe da cui derivano la solidarietà, l’istruzione e la dignità delle persone.
Che destra e sinistra tendano dunque ad identificarsi è solo un’affermazione ingannevole che viene alimentata all’interno delle nuove tendenze populistiche.
Su queste questioni la sinistra stenta ad orientarsi, anzi sembra disposta a subire la cultura liberista. Così cade nella demagogia o ripercorre strade già collaudate negativamente.
Mettere il carro davanti ai buoi è diventato un utile espediente. E l’assillante richiesta delle primarie si caratterizza come un’ottima occasione per considerare le persone più importanti dei programmi. Il populismo dunque si fa strada e si afferma come la controriforma del nostro secolo.
Nel divario tra programmi e candidati è difficile infatti non cogliere un’alterazione pericolosa del nostro vivere civile: si tratta del riconoscimento sempre più netto della figura del leader assunto come capo carismatico capace di interpretare la domanda di cambiamento e al quale si delega il diritto della rappresentanza.
C’è un doppio pericolo in questa alterazione; in primo luogo proponendo o accettando le persone come simboli del nuovo progetto politico, senza un preliminare confronto con le rappresentanze sociali e politiche (almeno quelle della stessa area di appartenenza) e senza la conseguente accettazione del progetto che si intende realizzare, si trasmette implicitamente il messaggio secondo cui si può avere fiducia in chi decide di candidarsi in quanto rappresentante di aspirazioni popolari non meglio definite. In questo modo la deriva della democrazia è assicurata perché, e questo è il secondo rischio, si alimenta nella società la tendenza alla delega, una pigrizia culturale che produce effetti deleteri e che si manifestano con affermazioni del tipo: le scelte del mio leader sono le migliori, perché dovrei contestarle, anzi … meno male che il mio leader c’è.
Non è dunque un buon segno che anche in Sardegna le formazioni che si impegnano per il sovranismo facciano proprie queste procedure: non basta indicare Michela Murgia o don Ettore Cannavera come candidati alla presidenza della Regione. Se si eludono i criteri appena accennati si accetta conseguentemente una concezione populistica della democrazia.

1 Commento a “Tra primarie e populismi”

  1. Giacomo Oggiano scrive:

    Non ho nostalgia della forma partito che ha caratterizzato la vita politica del novecento. Devo riconoscere, tuttavvia, che i comitati elettorali nati attorno ai “personaggi” sono qualcosa di gran lunga peggiore. Comitati elettorali che, di volta in volta, si ritrovano su tematiche parziali e interclassiste – populiste – che non prevedono la distinzione tra destra e sinistra e parlano alla pancia dell’elettorato. Trovo umiliante per chi nella politica ha cercato un progetto di società più giusta e ha condiviso gli interessi materiali e culturali di un blocco sociale (anzi di una classe), affidarsi ad un messia qualsiasi solo perché momentaneamente investito di quella qualità, generalmente negativa, che si chiama popolarità. Tutti personaggi che vogliono rimanere nella casta o aspirano ad entrarci per consolidare le proprie fortune. Non darò mai il voto ad una formazione che abbia come programma politico un nome e un cognome più o meno noto. Certo, a queste condizioni la scelta si riduce di molto; forse, per la seconda volta in oltre qurant’antanni, non andrò a votare.

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