Tradizione, genuinità e turismo

16 novembre 2015
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Giulio Angioni

Spesso il turismo, in Sardegna come dappertutto nel mondo globalizzato, si alimenta molto del richiamo a una tradizione popolare definita genuina. Ma appunto, niente di particolare in questo modo più attuale di invenzione della tradizione, frutto della richiesta globale di particolarità locali. Solo che specialmente in luoghi come la Sardegna si pretende di offrire intatto proprio ciò che il turismo più contribuisce a in¬taccare. Alla disponibilità del turista si riserva e si volge il portatore loca¬le di sardità, che si adatta a diventarne simbolo anche come persona, recitando spesso la parte del sardo verace in vesti di un sempre senza tempo ma con puntigliosa precisione di luogo. Certamente molti ricavano anche da questi aggiornamenti un divertimento genuino, quando anche qui una certa industria turistica ripropone il preteso tradizionale per divertire, meravigliare, per muovere magari alla nostalgia, o addirittura dichiara di incaricarsi anche d’istruire e d’informare, usando il gruppo folk che danza e canta “alla sarda”, adattando al gusto medio turistico soprattutto sagre paesane e carnevali, gastronomia tradizionale e così via.
Una forte spettacolarizzazione turistica hanno ormai subito molte attività del tempo libero festivo. Per accennare ad alcuni dei fenomeni più noti, tanto da essere ovvi ma troppo taciuti in quanto ovvi, la sartiglia di Oristano, una delle più frequentate manifestazioni carnevalesche sarde, insieme con altrettanto noti carnevali barbaricini come i mamuthones di Mamoiada, si svolge la domenica di carnevale e ha una replica il martedì grasso. La prima volta è organizzata da ciò che ancora oggi rimane del “gremio” (spagnolo per corporazione di mestiere) dei contadini, ma praticamente al solo scopo di organizzare la sartiglia; la replica del martedì grasso è organizzata dal gremio dei falegnami. Scelta degli attori della manifestazione, riti, cerimonie e questue incominciano alla Candelora. Anche senza la spettacolarizzazione recente la sartiglia oristanese appare un agglomerato di resti di riti e di concezioni religiose di varia origine e antichità. Anche per questo è stato oggetto di curiosità erudite e di dispute etimologizzanti e funzionalistiche, dal frazersimo al freudismo. Ma oggi è soprattutto uno spettacolo per turisti, come la sfilata di Sant’Efisio a Cagliari, quella del Redentore a Nuoro, la Cavalcata Sarda a Sassari e altre ancora.
Tipico è il caso dell’”artigianato tradizionale”. Se osserviamo il destino attuale delle arti antiche della ceramica, della piccola metallurgia e del legno, della gioielleria, della pelletteria, della tessitura di arazzi e di tappeti, risulta evidente che, senza il gusto indotto anche dal turismo, queste abilità tradizionali non avrebbero più importanza economica. Infatti non si producono più manufatti di uso pratico, ma è nato ciò che si dice “artigianato artistico”, che tra l’altro ‘’si contraddice’’ producendo il pezzo unico alla maniera dell’arte borghese grande e piccola, ma volendo allo stesso tempo, in contraddizione con l’intenzione precedente, di continuare una tradizione ininterrotta nelle tecniche, nei materiali e negli stili, producendo opere che dovrebbero dare un’impressione immediata di colore locale, di stile etnico.
Produce infatti soprattutto “oggetti ricordo” di ciò che si presume più tipico del luogo: concentrati di sardità, arte da aeroporto e da stazione balneare. Finge molte cose, e pare anche con profitto, questo tipo di “artigianato artistico”, ed è riascito perfino a fingere che la Sardegna, per esempio, sia stata e continui a essere un luogo di produzione e di uso dei tappeti, che invece non risultano mai usati in tempi storici nelle case sarde, se non in chiesa e nelle case aristocratiche, scarsamente rispetto ad altri luoghi mediterranei e vicino-orientali. Tanto che ciò che oggi passa per tappeto era più normalmente coperta da letto, da tavola, da cassapanca.
Per questi prodotti ora s’invoca anche il marchio a denominazione d’origione controllata: per scongiurare le contraffazioni e garantire genuinità, si dice, ma in realtà per proteggersi da una concorrenza esterna in grado di produrre a minor prezzo e con non minori connotati di un generico stile locale tradizionale, anche quando tali oggetti di artigianato artistico sardo arrivino da Taiwan o dalla Corea.
Si veda il destino del gioiello. Fino a ieri indicava stato e condizione del portatore, più spesso della portatrice, era ornamento e complemento del vestito e però anche amuleto, portafortuna, oggetto di devozione. Il gioello concentrato di sardità ha però ucciso i mestieri sardi tradizionali della gioielleria, a tutto vantaggio del prodotto esterno destinato al turista che vuole il gioiello “sardo tradizionale”: il bottone di filigrana a forma di mammella (che può provenire da Valenza Po), l’orecchino di corallo a forma di corno (che non di rado arriva da Torre del Greco).
E’ la bottega artigiana in genere che non produce quasi più oggetti utili, ma solo “artistici”, come quelli che ingombrano le seconde case delle coste, zeppe di oggetti che esibiscono sardità tradizionale e quindi genuina. Viene da domandarsi che cos’è che spinge a questa sorta di esibizione di continuità con la tradizione, nel momento e nel luogo dove più drasticamente la si nega, cioè nel ristorante falso sardo, nella casa al mare falso moresca. Tanto più che i sardi ancora legati alla tradizione possono persino esibire ancora come ornamento del salotto buono il frigorifero e il televisore, simboli di quel benessere moderno che si misura talvolta col grado d’abbandono degli oggetti di una tradizione che ricorda solo l’antica precarietà a chi non ne è ancora uscito del tutto. Si pregia l’oggetto tradizionale, pare, quando comincia ad apparire segno di qualcosa che si è perso. E così i resti di ciò che era d’uso pratico diventano simboli di una tradizione che si ama immaginare intatta dalle età nuragiche nell’umile bottega dell’artigiano dell’argilla, del ferro e del legno, del cuoio e del sughero, del vimine e della lana, del lino e del bisso.
Ormai però anche ai sardi dell’interno si vende molto di ciò che si produce in Sardegna in nome della continuità, della tradizione, della genuinità locale e di lunga durata, e soprattutto in nome dell’origine sarda irrefutabile, magari anche da salvaguardare con marchi di origine controllata. Segno che quella continuità e quella tradizione si è spezzata in modo inaspettato e inaudito, tanto da poter essere trasfigurata tutta in positivo, spesso in una celebrazione del rimpianto e della nostalgia, di un come eravamo che si nega proprio nel momento in cui lo si mostra e si rivendica di più.

Nell’immagine: I Paraj opera realizzata nei primi anni 30 dal pittore sassarese Giuseppe Biasi raffigura l’ingresso dei Gremi nella chiesa di Santa Maria, uno dei momenti culminanti della processione dei Candelieri.

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