Turchia e dintorni. La morte dello Stato di diritto

1 marzo 2018
[Emanuela Locci]

«Vostro Onore, il misero surrogato di atto d’accusa presentato contro di me, privo non solo di intelligenza ma anche di rispetto per la legge, è troppo debole per sostenere il peso immenso della sentenza di ergastolo con applicazione delle relative aggravanti richiesta dal pubblico ministero, e non merita una difesa seria». Inizia così il libro “Ritratto dell’atto d’accusa come pornografia giudiziaria” che lo scrittore turco Ahmet Altan, 67 anni, ha scritto dalla cella del carcere di Silivri dove è rinchiuso da quasi un anno e mezzo.

In questo nuovo appuntamento della rubrica Turchia e dintorni si parla di nuovo di violazione dei diritti umani in Turchia. Dopo pochi giorni dalla liberazione del giornalista turco-tedesco, Deniz Yucel, che era stato arrestato nel febbraio 2017, ha infatti creato parecchio scalpore la notizia della condanna al carcere a vita per lo scrittore Ahmet Altan, suo fratello Mehmet, giornalista ed economista, Nazli Ilack settantaquattrenne veterana della stampa turca, l’intellettuale Sahin Alpay, Fevzi Yazici, Yacup Simsek e Sukru Tugrul Ozsengul. Sono stati tutti accusati di aver tentato di sovvertire l’ordine costituzionale, ai sensi dell’articolo 309 del codice penale e di aver sostenuto la rete di Fethullah Gulen. I giornalisti e lo scrittore sono accusati di aver inviato dei “messaggi subliminali” nei giorni precedenti al golpe, questi messaggi erano, secondo il Pubblico Ministero, tesi alla riuscita del golpe. Gli imputati hanno sempre respinto al mittente le accuse, rivendicando in diverse occasioni il diritto di esprimere in modo libero il proprio pensiero.

Le accuse, sono considerate dai prigionieri, paradossali, tanto da non meritare una difesa seria. Essi, in particolare Ahmet Altan ha dichiarato che a parte qualche articolo e poche apparizioni nella televisione, non ci sono prove, sempre che gli articoli e le interviste o dichiarazioni possano essere considerate tali, che sostengano l’imputazione di golpismo. Di diverso parere la procura che ha considerato prove di reato alcune dichiarazioni fatte da Ahmet Altan in un programma condotto dal fratello e dalla Ilcak, il 15 luglio 2017, il giorno prima del tentato colpo di stato. La trasmissione televisiva era trasmessa dalla rete Can Erzincan, successivamente chiusa per affiliazione gulenista. Le dichiarazioni di Altan comprendevano una chiara critica al governo e secondo la procura si evinceva dall’intervista che i due fratelli erano a conoscenza dell’immediato colpo di stato. Nel dicembre 2017 la procura di Istanbul aveva chiesto per i fratelli Altan la condanna all’ergastolo, rimandando il procedimento a febbraio 2018.

La Corte Costituzionale invece aveva disposto la scarcerazione degli imputati in quanto aveva ritenuto fossero stati violati i loro diritti umani, e che la loro detenzione fosse contraria alla costituzione. La scarcerazione è stata in un primo momento sospesa dalla decisione di un collegio competente che ha ribaltato la decisione della Corte Costituzionale. La stampa internazionale ha subito bollato come “abuso” la decisione del collegio e ha organizzato una campagna di sensibilizzazione e una petizione per la liberazione degli imputati. A pochi giorni di distanza è arrivata la durissima sentenza. La stessa prevede il regime più duro di detenzione, isolamento quasi costante, se si esclude un’ora di aria al giorno. Oltre ciò sono previste anche restrizioni per quanto riguarda le visite o le telefonate dei parenti dei fratelli Altan e della giornalista Ilcak. La pena prevista, l’ergastolo aggravato ha sostituito la pena di morte, abolita nel 2003, quando la Turchia ha effettuato delle riforme per avviare i negoziati per l’ingresso nell’Unione Europea.

La condanna ha suscitato immediate critiche, in particolare il responsabile della sezione delle Nazioni Unite che si occupa del diritto alla libertà di opinione e di espressione ha fatto una dichiarazione molto dura sulla situazione della libertà di espressione e dei media in Turchia. Invece il rappresentante dell’OSCE per la libertà dei media è andato oltre sollevando perplessità sulla “capacità del potere giudiziario di sostenere la libertà di espressione garantita dalla Costituzione”. In conclusione la condanna di questi giornalisti ha riproposto prepotentemente la questione dei diritti umani e del rispetto della giustizia in Turchia. A tal proposito si ricorda che dal fallito colpo di stato del luglio 2016 sono circa cinquanta mila le persone che sono state arrestate, cento ventimila hanno perso il lavoro. Sono tutt’oggi circa cento settanta i giornalisti in prigione.

[Della stessa autrice leggi anche 1) Turchia e dintorni. La nuova Turchia di Erdoğan, 2) Turchia e dintorni. Vivere lo stato di emergenza3) Turchia e dintorni. Una donna sfida l’egemonia di Erdoğan4) Turchia e dintorni. Osman Kavala il mecenate che disturba Erdoğan5) Turchia e dintorni. Ritratto degli eredi politici di Atatürk 6) Turchia e dintorni. La stretta di Erdoğan sulla libertà di stampa7) Turchia e dintorni. Ridere è peccato: la Turchia e le sue donne8) Turchia e dintorni. Quando il ramo d’ulivo non è un segno di pace 9) Turchia e dintorni. Sentirsi in pericolo]

 

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