Turchia e dintorni. Quando il ramo d’ulivo non è un segno di pace

1 febbraio 2018
[Emanuela Locci]

È iniziata nella notte tra il 18 e il 19 gennaio l’operazione militare denominata “Ramo d’ulivo”, che vede contrapposte le forze militari turche, contro i curdi che si trovano in una zona transfrontaliera, tra la Turchia e la Siria il cui centro più importante è la città curda di Afrin.

Quest’operazione è la seconda in ordine di tempo, infatti, la prima denominata “Scudo d’Eufrate” che fu lanciata nel 2016. L’offensiva turca è stata annunciata dal presidente Erdoğan che ha parlato di “un’operazione anti-terrorismo”. Secondo le fonti governative turche l’operazione militare è stata ideata per sconfiggere gli “elementi terroristici” presenti nella zona. In un secondo momento è stato anche dichiarato che anche se la Turchia rispetta l’integrità territoriale della Siria, essa ha intenzione di “proteggere i confini della Turchia, neutralizzare i combattenti curdi siriani nell’enclave di Afrin e salvare la popolazione locale da pressioni e oppressione”. Nell’operazione si è fatto largo uso dell’aereonautica che solo nel pomeriggio del 19 gennaio ha effettuato più di cento raid contro i curdi. A fianco dei turchi starebbero combattendo circa venticinque mila uomini dell’Esercito di Liberazione Siriano, Free Syrian Army, la forza armata antigovernativa.

Dal punto di vista interno con quest’operazione Erdoğan sta rafforzando enormemente la sua posizione, con il sapiente uso di sentimenti nazionalistici e rinfocolando gli animi patriottici della nazione, anche e soprattutto, in vista delle elezioni del prossimo anno. Secondo un sondaggio più dell’ottanta per cento della popolazione è favorevole all’operazione militare ad Afrin. Sebbene il CHP, il maggiore partito di opposizione sostenga l’operazione “Ramo d’Ulivo”, esso mette in discussione la composizione dell’Esercito di Liberazione Siriana perché avrebbe al suo interno milizie “estremiste”. La posizione del CHP è stata criticata da Erdoğan che lo ha definito “partito del tradimento”.

Numerose e variegate le reazioni a livello internazionale: l’Iran ha condannato in modo deciso l’attacco; Mosca ha dichiarato che intende ritirare le sue truppe dalla zona in modo da evitare possibili provocazioni; la Turchia ha dichiarato di aver avvertito gli Usa attraverso il segretario di Stato Rex Tillerson. Bisogna ricordare che a metà gennaio gli Stati Uniti avevano annunciato la creazione di una nuova “forza di sicurezza di confine” di trentamila uomini nel territorio controllato dai curdi siriani lungo il confine con la Turchia. Questa forza avrebbe dovuto essere affiancata da altri duemila soldati statunitensi. Dopo quest’annuncio da parte americana il presidente Erdoğan ha dichiarato che il suo esercito avrebbe schiacciato sul nascere questo nuovo “esercito del terrore” curdo. La successiva smentita americana sulla creazione di una forza di sicurezza di confine, non ha fermato l’esercito turco, già in assetto di guerra. Dopo dieci giorni di scontri, mentre ancora le diplomazie russe e americane si accusano a vicenda sulle cause internazionali di questa nuova escalation di violenza, i curdi hanno ammainato la bandiera statunitense dalle loro basi dopo che Washington ha mostrato riluttanza a proteggere attivamente i curdi dagli attacchi dell’esercito turco, ovviamente l’azione è un segno di protesta contro il mancato sostegno di Washington.

Al 31 gennaio 2018 l’esercito turco sta avendo la meglio, infatti, sono 712 i combattenti curdi uccisi negli scontri; 44 gli obiettivi distrutti, tra essi anche la sede del Pkk. Invece secondo fonti ufficiali si contano tra le vittime cinque militari turche e ventiquattro siriane. L’esercito curdo con le sue Unità di protezione del popolo (Ypg), ha perso molte postazioni, ma ancora resiste. È un momento molto difficile per questo popolo, in questo frangente, dopo aver combattuto l’Isis, chiedono aiuto ai siriani di Assad, per non essere spazzati via, la Siria certo non potrà ancora troppo a lungo sopportare la presenza dei turchi nei suoi territori, ma intanto non agisce. Secondo le dichiarazioni del loro portavoce, i militari turchi stano prestando la massima attenzione affinché non vi siano vittime civili e hanno negato con veemenza quanto dichiarato dall’osservatorio siriano dei diritti umani secondo cui i morti civili in questi giorni sarebbero stati quaranta tra cui una decina bambini. I numeri forniti dalle autorità turche si discostano da quelle curde, in una guerra che è anche di propaganda che prosegue senza sosta anche per l’impossibilità di verifiche indipendenti e dirette sul territorio.

I giornalisti non possono accedere alla zona degli scontri, per motivi di sicurezza, per cui le uniche notizie che filtrano sono solo quelle delle controparti: turchi e curdi. A questo proposito in Turchia vi sono stati una serie di arresti di persone (311), che nei loro profili social avevano criticato l’operazione militare, tra essi alcuni esponenti dell’Associazione nazionale dei medici che hanno dichiarato che la guerra è un “problema di salute pubblica”.

In conclusione la situazione si presenta, come spesso capita in queste regioni, instabile, preoccupante, assordante, come assordante è il silenzio dei governi e dei media europei.

[Della stessa autrice leggi anche 1) Turchia e dintorni. La nuova Turchia di Erdoğan, 2) Turchia e dintorni. Vivere lo stato di emergenza3) Turchia e dintorni. Una donna sfida l’egemonia di Erdoğan4) Turchia e dintorni. Osman Kavala il mecenate che disturba Erdoğan5) Turchia e dintorni. Ritratto degli eredi politici di Atatürk 6) Turchia e dintorni. La stretta di Erdoğan sulla libertà di stampa7) Turchia e dintorni. Ridere è peccato: la Turchia e le sue donne]

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