Turchia e dintorni. Gli armeni nella storia turca

1 agosto 2018
[Emanuela Locci]

«Il massacro degli armeni è da considerarsi come il primo genocidio del XX secolo»

Convenzione dei Diritti dell’Uomo delle Nazioni Unite

Ormai da molti anni la storia degli armeni nell’Impero ottomano è un argomento che provoca molti dibattiti sul piano internazionale, soprattutto quando si tocca il tasto dello sterminio che questa minoranza etnica ha subito durante la Prima Guerra Mondiale per mano del governo turco allora in carica. Ma quello è stato solo il punto culminate (violento) delle vicissitudini che hanno avuto come protagonista questo popolo. La presenza degli armeni nell’Impero risale a tempi immemorabili, si parla di circa 3500 anni. Dopo aver subito il dominio di numerose popolazioni, all’inizio del 1500 gli armeni finirono sotto la dominazione ottomana, che riconobbe agli armeni (che professavano la religione cristiana) lo status di Millet, ossia comunità nazionale su base religiosa, si deve ricordare che malgrado un certo riconoscimento giuridico, le minoranze rimanevano comunque in posizione nettamente sottomessa rispetto alla maggioranza musulmana. Il fatto che l’Impero sia stato un esempio di meltin pot ante litterem non significa che non fossero presenti delle conflittualità al suo interno, anzi tutto il contrario. Alla fine dell’Ottocento il Sultano Abdülhamid II affrontò le problematiche legate alle minoranze etniche, di cui l’Impero era composto, in modi differenti a seconda della minoranza presa in considerazione. Gli armeni erano, politicamente parlando la sua spina nel fianco. Fin dall’inizio del suo regno aveva trattato questa comunità con un certo riguardo, le cose cambiarono radicalmente quando gli armeni cominciarono ad affermare il proprio diritto all’indipendenza, i rapporti si incrinarono definitivamente quando essi furono rappresentati a Berlino da una delegazione che chiedeva il riconoscimento di questo diritto, causa sposata da diverse potenze europee. L’Armenia poteva contare sia sull’appoggio della Russia, sia su quello dell’Inghilterra, entrambe interessate all’ulteriore frazionamento e indebolimento, ma non dissoluzione, dell’Impero Ottomano. Ovviamente il Sultano non poteva permettere che questo accadesse, quindi con un Irade imperiale ordinò la costituzione di un corpo di cavalleria curda, la Hamidiye, che fu impiegata per combattere la resistenza degli armeni. Il biennio 1894-1896 fu cruento, infatti, una riacutizzazione dell’odio religioso ebbe come conseguenza i massacri di armeni, che erano all’ordine del giorno. Prima che gli europei riuscissero a presentare anche solo una rimostranza al governo ottomano, si contavano più di tremila vittime. Si viveva nel terrore più completo, la situazione era sfuggita di mano anche al Sultano, che nell’agosto del 1896 si affrettò a diffondere l’ordine di “Proibizione di uccidere”. Ma questo fu solo l’avvisaglia di quello che è riconosciuto da più parti, ma non dalla Turchia, che ancora oggi nega la portata e i motivi dei massacri, come il primo genocidio della storia: il genocidio armeno che si consumò tra il 1915 e il 1918. I Giovani Turchi che erano saliti al potere dopo la rivoluzione del 1908 avevano le idee molto chiare rispetto al destino da riservare alla popolazione cristiana. Il genocidio si concretizzò con diverse modalità e in quattro fasi: all’inizio della Prima Guerra Mondiale i soldati armeni, che solo nelle prime settimane di guerra si contavano in 250.000, regolarmente inquadrati nell’esercito turco furono inviati nelle zone più a rischio e decimati. Nella seconda fase, nel 1915, furono deportati i notabili, i membri dei partiti armeni, e più in generale tutti gli uomini fisicamente validi. Nella terza fase, si scatenò quella che è conosciuta come la deportazione di massa. Oltre il 40% della popolazione armena che risiedeva nell’Impero ottomano, fu trasferita con la forza in Siria. Nell’estate del 1915 ebbe inizio la quarta e ultima fase in cui avvenne la deportazione nei campi di prigionia della Siria e della Mesopotamia di tutti gli armeni che vivevano in Asia Minore, Tracia e Cilicia. Secondo le fonti i turchi crearono circa trenta campi di concentramento di cui cinque di transito. E tutto ciò mentre l’Europa e il mondo intero, troppo impegnati nel primo conflitto mondiale, non proferirono parola. E mentre centinaia di migliaia di persone morirono di stenti nelle lunghe marce forzate attraverso il deserto, i vertici governativi turchi parlavano di morti avvenute per “cause naturali”.

Con la fine della guerra si cercò di ristabilire l’ordine e alcuni degli uomini che avevano perpetrato questi massacri furono condannati dai tribunali turchi, anche se in realtà non scontarono le pene. Non riuscirono però a sfuggire alla mano dei sicari armeni che in poco tempo trovarono ed eliminarono personaggi del calibro di Talat Pasa, Pipit Jivanshir Khan, Said Halim Pasa, Behaeddin Shakir Bey, Jemal Pasa.

Le sventure della comunità armena non finirono con la fine della guerra e dell’Impero, anche se nel 1918 fu fondata la Repubblica d’Armenia, con la guerra di indipendenza le forze militari kemaliste attaccarono la Repubblica e le sottrassero una parte importante di territorio. Nel 1923 con il trattato di Losanna che cancellava il precedente trattato di Sévres, le parole armeno e Armenia non furono inserite, come se le persone e le realtà statali non fossero mai esistite. Continuando su questa linea sono chiare le parole del Premier Ismet Inonu che nel 1930 dichiarò: il turco è il solo e unico padrone del paese. Gli elementi che non vantano purezza etnica non possono godere di alcun diritto, tranne quello di essere servitori e schiavi.

E con queste parole cadde il silenzio sulla storia del primo olocausto del XX secolo, se ne riparlò solo nel 1974 quando il governo di Ankara, chiamato in causa dal Tribunale permanente dei Popoli, dichiarò che: tra il 1915 e il 1918 il popolo armeno aveva patito effettivamente un certo numero di vittime attribuibili alle tragiche contingenze storiche del tempo di guerra, cioè scontri armati, fame, malattie.

Anche queste parole rendono chiara la posizione turca, il genocidio non è riconosciuto, e con esso le responsabilità del governo al potere, e dell’intera nazione turca.

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