Turchia e dintorni. La stretta di Erdoğan sulla libertà di stampa

1 gennaio 2018
[Emanuela Locci]

“In Turchia non è mai stato così difficile difendere la democrazia, il mio Paese oggi è la più grande prigione al mondo per i giornalisti con circa centosessanta giornalisti incarcerati“, questa la dichiarazione del giornalista turco Can Dündar dopo aver ricevuto a Ferrara il premio Anna Politovskaja.

Dichiarazione che rende bene l’idea di quello che sta accadendo in Turchia: di fatto, al 26 dicembre 2017 sono trecento otto i giornalisti che sono stati fermati o arrestati dalla polizia turca dopo il tentato colpo di stato del 15 luglio 2016. Posteriormente a questa data si è, infatti, inasprita la stretta del presidente Erdoğan e del suo governo sulle attività dei media, dei giornalisti in particolare. Il rapporto tra Erdoğan e i media non è mai stato idilliaco, già dal 2013 si erano registrati i primi casi di censura nei confronti di alcuni giornali. Lo stesso Duncar è stato posto sotto stretta sorveglianza a partire dal 2013, dopo le manifestazioni di Gezi Park, che scoppiate a Istanbul tra il 28 e il 30 maggio 2013, si propagarono rapidamente in tutta la nazione in chiave antigovernativa e con il bilancio di nove morti e numerosi feriti rappresentano uno degli avvenimenti più drammatici della storia recente della Turchia. Duncan fu poi arrestato nel 2015, insieme al suo cameramen, a causa della diffusione di un video che ritraeva alcuni uomini che potevano essere collegati al governo, vendere armi alle milizie dell’ISIS in Siria. Il giornalista fu accusato di spionaggio e divulgazione di segreti di stato. Nel 2016 è stato prima liberato, ma dopo il processo è stato condannato a più cinque anni di reclusione. In seguito a questa condanna, dopo aver subito un tentativo di assassinio, fortunosamente sventato, si è trasferito in Germania.

Nel 2014 l’agenzia di stampa turca Bianet lanciava un grido d’allarme, perché secondo un report elaborato dalla stessa agenzia, stavano aumentando i licenziamenti e le intimidazioni ai danni dei giornalisti. In circa un anno, da giugno 2013 a giugno 2014, trecento ottantaquattro giornalisti sono stati costretti a lasciare il proprio lavoro, circa la metà nel periodo che va da aprile a giugno 2014, ovvero in piena campagna elettorale. Anche in questo frangente molti giornalisti sono stati incarcerati con l’accusa di aver insultato e attaccato i diritti personali di Erdoğan (che allora era ancora Primo Ministro). Anche i media internazionali, visibilmente preoccupati si mobilitarono e nel 2014 inviarono una lettera aperta a Erdoğan esprimendo la propria preoccupazione per gli attacchi alla libertà di stampa nel periodo elettorale.

La stessa situazione, caratterizzata da censura e intimidazioni, si è ripetuta anche in occasione della campagna referendaria dell’aprile 2017. Il premio Nobel per la letteratura Orhan Pamuk ha dichiarato pubblicamente che una sua intervista rilasciata al popolare quotidiano Hurriyet è stata censurata. Lo scrittore aveva palesato in quell’intervista la sua intenzione di votare NO al referendum, ma quella parte dell’intervista è stata cancellata. Nessuna dichiarazione da parte della testata giornalistica, che da qualche tempo è però sotto controllo delle autorità governative e il cui organico ha subito alcuni licenziamenti eccellenti, ultima in ordine di tempo è Tolga Tanis, nota giornalista d’inchiesta. Ad altri giornalisti è andata molto peggio, tra i tanti Hasan Cemal, decano dei giornalisti in Turchia, che è famoso per le sue posizioni moderate e che si è visto comminare una condanna a quindici mesi di carcere per propaganda al PKK.

Dopo il fallito colpo di stato sono numerose le denunce fatte dalle associazioni della stampa, per rendere pubblici gli attacchi da parte del governo di Ankara. Dal 2016 sono aumentati in modo esponenziale i quotidiani, le tv, radio e altri mezzi di informazioni che hanno dovuto chiudere i battenti a causa dell’azione governativa, ad oggi se ne contano cento novantacinque.

Tra i tanti giornalisti fermati e arrestati ve ne sono anche stranieri, tra essi Loup Bureau, che è stato arrestato il 26 luglio 2017 con l’accusa di attività terroristica e connivenza con i combattenti kurdi in Siria. Per la sua liberazione si è mobilitato il presidente francese Emmanuel Macron, che durante una conversazione telefonica con il suo omologo turco ha dichiarato: “Desidero vederlo tornare in Francia il prima possibile”. Il 17 settembre 2017 il giornalista è potuto tornare in Francia.

Le organizzazioni internazionali guardano con preoccupazione a questa escalation della limitazione della libertà di stampa. Secondo Freedom House la Turchia è al 154° posto su 180 paesi nel World Press Freedom Index, con un’aggravante in più: si è riscontrato che il governo turco e alcune agenzie governative hanno accresciuto la propria influenza per ciò che concerne la manipolazione mediatica.

Erdoğan vuole avere il controllo dei media, perché sa bene, da politico navigato quale è, che solo con il loro controllo può convincere tutti i turchi di essere l’uomo giusto per garantire prosperità economica e stabilità politica al paese.

In conclusione si può certo affermare che la situazione della libertà di stampa in Turchia è peggiorata orientativamente dal 2013 in poi. Le manifestazioni di Gezi Park hanno innescato un meccanismo di smania di controllo da parte del governo. È anche vero che già dagli anni 2000 Erdoğan aveva iniziato a creare gruppi editoriali a lui favorevoli, e nel frattempo ha iniziato a intralciare le attività dei media, che in diverse misure sono diventati di opposizione.

Vista la situazione, che non sembra poter migliorare, nulla da festeggiare il 24 luglio, giorno in cui in Turchia, è celebrata la libertà di stampa.

[Della stessa autrice leggi anche 1) Turchia e dintorni. La nuova Turchia di Erdoğan, 2) Turchia e dintorni. Vivere lo stato di emergenza, 3) Turchia e dintorni. Una donna sfida l’egemonia di Erdoğan, 4) Turchia e dintorni. Osman Kavala il mecenate che disturba Erdoğan, 5) Turchia e dintorni. Ritratto degli eredi politici di Atatürk]

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