Tuvixeddu salvo e poi?

16 marzo 2011

Alfonso Stiglitz

Un paio di settimane fa, in un blog un po’ goliardico, sono stato invitato a incatenarmi alla Sella del Diavolo per Tuvixeddu, nella speranza che questo atto possa avere qualche influenza sulla voglia di mattone che attraversa molti sardi.Confesso che, data l’età non più verde e gli acciacchi, il suggerimento mi preoccupava un po’; fortunatamente, con perfetto tempismo, il Consiglio di Stato, letto quell’invito, ha provveduto a togliermi dall’impiccio depositando immediatamente la sentenza che dà ragione a chi si è battuto per la tutela di Tuvixeddu-Tuvumannu; la soddisfazione è grande, ovviamente, per gli effetti che avrà e che non sono limitati al problema di quell’area.
Ne sia prova lo sgangherato comportamento dell’Unione Sarda, ideologicamente schierata con il fronte del mattone a qualsiasi costo, che dapprima diede la notizia falsa del rigetto del ricorso presentato dalla Regione Sardegna con, in adiuvandum, Italia Nostra e Sardegna Democratica, salvo poi, senza scusarsi dell’errore, sminuire in tutti i modi l’importanza della sentenza. Confesso, però, un qualche disagio nel precipitarsi di alcuni compagni di questa lotta a sminuirne, anch’essi, la portata, quasi un riflesso automatico tipico della sinistra e dei sardi: una vittoria snaturerebbe la nostra identità, di nobili e fieri, ma sconfitti.
In realtà è una grande vittoria in questa battaglia, alla quale speriamo di affiancarne, a giugno, un’altra contro il ricorso presentato dai costruttori avverso il vincolo minerario apposto dal Ministero, che resiste in giudizio con, sempre ad adiuvandum, la Legambiente. L’analisi della sentenza è compito dei giuristi e, quindi, trovare la giusta interpretazione per far si che la sentenza blocchi effettivamente il progetto Coimpresa è mestiere loro.
Mestiere mio è trarne, invece, altri elementi, che non sono secondari e che non valgono solo per Tuvixeddu. In primo luogo la sentenza smentisce culturalmente quella emessa dal Tar, che diede ragione a Coimpresa; direi di più, smentisce anche le precedenti sentenze sempre del Tar. Sentenze che non ho esitato a definire pubblicamente “analfabete” e che hanno avuto come conseguenza immediata la distruzione di porzioni dell’area archeologica; mi riferisco ai palazzi in Viale Sant’Avendrace realizzati grazie al Tar che bocciò il vincolo archeologico del 1991 dando via libera alle ruspe, le cui bennate “scoprirono le tombe; un autentico scandalo. Sono, per intenderci, una parte delle famose tombe fuori dal vincolo di cui si dibatte animatamente da anni. Credo che da questo punto di vista sia necessario da parte nostra, associazioni, partiti, cittadini, attivare un’azione pubblica che affronti il problema del ruolo della giustizia amministrativa rispetto ai Beni Culturali e che ribadisca il valore supremo della legge rispetto a poteri che nell’interpretazione esorbitano dal proprio ruolo.
In secondo luogo mi preme sottolineare un principio cardine posto dalla sentenza del Consiglio di Stato, un principio banale ma che è stato bene ribadire per gli smemorati: “per consolidata giurisprudenza la situazione materiale di compromissione della bellezza naturale che sia intervenuta ad opera di preesistenti realizzazioni, anziché impedire, maggiormente richiede che nuove costruzioni non deturpino ulteriormente l’ambito protetto”. Ricordiamo, infatti, che una delle argomentazioni più utilizzate per convincere i cittadini riguarda lo stato di degrado dell’area, abbandonata alle macerie, all’aliga, alle merdone e alle battone, con i palazzi nel ruolo di restauratori della pubblica virtù. Peccato che le sporcizie materiali e morali abbiano, nel concreto, svolto quel  ruolo di protezione al quale avevano abdicato le Autorità preposte. Ma badate bene è la stessa argomentazione usata in questi giorni per l’area di via Milano, dove un bel palazzo eliminerà l’erba e i rifiuti, magari qualche tossico e, va da sé, anche una parte importante del “paesaggio” della Basilica di Bonaria, ma vuoi mettere? E, udite udite, è anche l’argomentazione principe per gli sparuti ma potenti sostenitori della legnaia che occulta l’anfiteatro.
Una terza riflessione è quella sul ruolo delle Associazioni, la sentenza mostra quanto sia stato importante il loro ruolo sia nella costruzione di una consapevolezza sociale, sia nel livello giuridico con la loro partecipazione in giudizio. La testardaggine di persone comuni, che usano il loro tempo libero in funzione della collettività è troppo spesso, anche a sinistra, visto con fastidio. L’andamento del dibattito sulle comunali, molto partitico, molto politichese, dà il metro della lontananza dei partiti di sinistra da quella che viene chiamata la “società civile”. La banalità delle proposte programmatiche presentate alle primarie a Cagliari mi pare un caso emblematico e il loro fallimento la giusta conseguenza. Infine la riflessione sulla mia professione: com’è possibile che sul caso clamoroso della tutela della più importante area archeologica sarda gli archeologi si siano divisi tra la componente ministeriale, Soprintendenza archeologica e il mondo della ricerca, sia accademica che indipendente.
Com’è possibile che la divisione non sia passata, come consueto, nell’interpretazione storica di un dato, di un contesto, di un processo, ma nell’identificazione stessa del dato, proposto o negato a seconda dello schieramento? E com’è che un ambiente che si confronta costantemente, a livello personale e pubblico con congressi, convegni, riunioni quasi a cadenza mensile, non sia riuscito a trovare un tavolo di confronto? Chi l’ha chiesto si è trovato costantemente un muro insormontabile. Il confronto è urgente perché i tanti vuoti urbani presenti a Cagliari, come nel resto dell’isola, vengono passo dopo passo riempiti e non certo di verde. Cemento vs degrado? Per dirla con il buon vecchio Faber: “dai diamanti non nasce niente / dal letame nascono i fior”.

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