Memorie d’ottobre

16 novembre 2007

RIVOLUZIONE OTTOBRE
Ida Dominijanni

La rivoluzione d’ottobre ha 90 anni, la fine dell’esperimento sovietico 16. Non dobbiamo rimuovere ma parlarne. Pubblichiamo un’intervista di Ida Dominijanni a Mario Tronti pubblicata sul Manifesto il 7 novembre. Né il 24 né il 26 ma il 25 di ottobre 1917, per il nostro calendario il 7 novembre, novant’anni fa giusto oggi: il tempo della rivoluzione, per Lenin, era un’ora esatta. Né prima né dopo, l’ora che o la cogli o passa e non torna. Il novantesimo, per un anniversario, è invece un tempo incerto: non ha la passione calda e partigiana del decennale né la distanza fredda e ponderata del centenario; per le regole del grande show mediatico è un fuori sincrono, per i criteri politici del presente un’assurdità. Mario Tronti la mette in metafora: «Questo anniversario è come una stella che cade in una palude. Ma quando cade una stella ci tocca un desiderio. Il mio è questo, che nei dieci anni che ci separano dal centenario accada qualche sorpresa, che renda almeno possibile il discorso». Il discorso sull’Ottobre, nonché quello sulla rivoluzione di cui l’Ottobre continua a essere simbolo imprescindibile, oggi è in effetti un discorso impossibile. E non da oggi, né solo dall”89 o dal ’91, quando il crollo del Muro di Berlino prima e dell’Urss poi ha travolto, con gli esiti, anche l’inizio dell’esperimento sovietico: il revisionismo storico era al lavoro già da prima, e in vent’anni ha reso di senso comune l’equivalenza fra i due totalitarismi, comunista e nazista, del Novecento, quando non, à la Nolte, l’interpretazione del secondo come reazione (legittima) al primo. Di contro, una memoria «ortodossa» del mito dell’Ottobre resiste nella sinistra europea, ma senza carica e in difensiva, come se le mancassero, prima che le giuste risposte, le giuste domande da rivolgere a quell’evento.

Novant’anni dall’inizio e sedici dalla fine dell’esperimento sovietico: ancora troppo pochi per la giusta distanza che serve a un bilancio storico e teorico?

Evidentemente sì, ancora troppo pochi per un bilancio lucido, realistico e anche disincantato. Una volta chiesero a Chu en-lai: quali, secondo lei, le conseguenze della Rivoluzione francese? E lui: troppo presto per dirlo. Però, rifugiarsi nella retorica minoritaria, o in un culto passivo della memoria, non serve a niente, lanciarsi nei giudizi di valore nemmeno. Bisogna piuttosto rimettere a punto delle coordinate, provare almeno a interpretare la storia visto che è diventato sempre più difficile cambiarla. Prima coordinata: la Rivoluzione d’ottobre sta dentro la Grande guerra. Senza guerra mondiale, niente rivoluzione russa. Nel 1914 finisce quella che Polanyi chiama la pace dei cento anni, nel ’17 l’Ottobre apre l’età delle guerre civili mondiali, a cominciare da quella che subito si consuma all’interno della Russia.

Dunque l’Ottobre è un evento europeo. Eppure l’unificazione europea sembra compiersi oggi nel segno della sua cancellazione, come se fosse possibile riammettere – o riannettere – i paesi dell’Est solo al prezzo di chiudere in parentesi la storia della rivoluzione, del socialismo e dell’Urss…
La Russia è Europa, oggi come novant’anni fa. Non a caso allora l’effetto dell’Ottobre rimbalzò immediatamente nell’Europa continentale, in particolare nei paesi più vicini allo «spirito» russo come la Germania. E oggi, senza ricollocare quell’evento e il seguito nella storia europea, non ci può essere ricostruzione della storia e della memoria né qui né lì. E non ci può essere nemmeno un’ Europa credibile.

Al di là della memoria passiva e minoritaria che dicevi poco fa, la Rivoluzione d’ottobre è diventata una sorta di evento indicibile, o impensato, anche per la cultura della sinistra radicale occidentale, nata nel ’68 sulla base della critica e del rifiuto del socialismo reale e del comunismo di stato. Come se il seguito indifendibile della storia sovietica si fosse mangiato l’evento originario. Si può ancora separare l’evento originario dal seguito? O il seguito era tutto inscritto nell’origine?
La rivoluzione bolscevica resta un evento simbolico ineludibile, per almeno due ragioni, tuttora effettivamente impensate, o quantomeno da tornare a pensare, negli effetti storici e nei risvolti teorici. Primo: l’Ottobre segna la fine della storia delle classi subalterne. Per la prima volta gli «umiliati e offesi» conquistano il potere e rovesciano una tradizione millenaria di sconfitte. C’era stato, sottolineato da Lenin, il precedente della Comune di Parigi; ma da Parigi a San Pietroburgo c’è un salto di dimensione: la conquista del Palazzo d’inverno è il farsi Stato, cioè potere e autorità, delle classi subalterne. Le quali purtroppo – il fallimento sta qui – finiranno molto presto con il ricalcare, nei fini e nei mezzi, la storia del potere, dello Stato e del governo delle classi dominanti. E’ sottile il confine fra potere e dominio, e travalicarlo sembra ineluttabile: l’eterogenesi dei fini dell’Ottobre ci riconsegna questo problema in tutto il suo spessore.
Secondo: l’Ottobre è stato, secondo la geniale definizione di Gramsci, una «rivoluzione contro il Capitale». La rivoluzione scoppia, imprevista, laddove secondo lo schema marxiano ortodosso non c’erano le condizioni perché scoppiasse. Questo imprevisto segnerà la storia del Movimento operaio, facendo esplodere la frattura fra socialdemocrazia e partiti comunisti. Ma apre anche il passaggio teorico dalla critica dell’economia politica di Marx alla critica della politica di Lenin. Con la Rivoluzione d’ottobre accade qualcosa che nello schema logico di Marx non era compreso, e che ha a che fare con l’autonomia e l’irriducibilità della politica. L’atto di Lenin mostra che il politico non sta dentro l’economico, non ne consegue e lo eccede. Lenin sta alla critica della politica come Marx sta alla critica dell’economia: è questo «il salto» di Lenin, un salto logico e storico che in seguito verrà variamente assunto o rifiutato, ma che resta a tutt’oggi un problema inevaso.

Mi viene in mente Zizek, in Tredici volte Lenin. Anche lui si interroga sull’«eccedenza» del Lenin politico rispetto al Marx della forma-merce, anche lui rovescia l’idea «fallimentare» di Lenin in una rivalutazione della sua «follìa» – per «follìa» intendendo la sua capacità di cogliere nella catastrofe della guerra «l’urgenza del momento» rivoluzionario, e di spezzare così lo storicismo evoluzionista della Seconda internazionale. Lenin dunque non come «volontarista soggettivista», ma come politico dell’eccezione. E Stalin, all’opposto, come figura del ritorno «a un realistico ‘senso comune’» economico-sociale.

Infatti, Lenin riprende la grande tradizione della politica moderna europea e porta la politica al centro della rivoluzione. E probabilmente una delle ragioni principali del fallimento dell’esperimento sovietico sta proprio nel fatto che questa centralità della politica, nel dopo-Lenin, finisce. Si torna al primato dell’economia, imbarcandosi nella costruzione del socialismo con gli stessi schemi logici e metodologici del secondo libro del Capitale. Ne parlò una volta Rita di Leo. E’ questa la matrice del fallimento: l’idea di organizzare un’economia non capitalistica ma restando dentro le regole della scienza economica, in competizione diretta e simmetrica con il capitalismo. Non funziona, e non funzionava neanche in Marx: senza politica, la critica dell’economia politica ha il fiato corto.

Anche Lenin insomma ci riporta alla questione dell’autonomia del politico?

Ci riporta alla questione di come la politica riesca a mantenere il suo statuto autonomo, senza diventare economia politica. Lenin, pur senza la necessaria consapevolezza teorica – all’epoca c’erano già stati Weber e tutta la scienza politica e giuridica, soprattutto tedesca, tra Otto e Novecento – aveva colto che la politica era il vero elemento rivoluzionario che l’Ottobre, nella sua follia storica, faceva intravedere.

L’Ottobre, o il Febbraio? Nel novantesimo della rivoluzione, non è ancora risolta la controversia fra chi nell’Ottobre vede l’esito del processo rivoluzionario, e chi ci vede invece il suo tradimento, il colpo di Stato bolscevico che strangola nella culla la fragile democrazia russa messa al mondo dalla rivoluzione di febbraio.

Ma no, la Rivoluzione di febbraio ricalcava lo schema delle rivoluzioni borghesi, di uno sviluppo economico-sociale che cercava la sua espressione e i suoi canali politici. Quella di Ottobre è il contrario, l’uno-due di Lenin rompe lo schema: mettersi alla testa della rivoluzione borghese per portarla oltre se stessa, questa è l’intuizione geniale – ancora attualissima per i governi delle sinistre, se ancora ce ne fossero. Ovviamente questo produce moltissimi problemi, perché non stabilizza la situazione, ma la destabilizza. Con l’Ottobre la politica moderna arriva a quel punto di tensione, che bisognerebbe oggi ritrovare e rilanciare.

Ma perché da quel punto precipita? Tu dici: perché dalla politica si regredisce all’economia. Solo questo, o c’è dell’altro?
C’è dell’altro, sì, che gli eredi dell’Ottobre non calcolarono: qualcosa che attiene non al rapporto fra politica ed economia, ma a quello fra politica e storia, e fra discontinuità e regolarità. Ci manca purtroppo, sul dopo-Rivoluzione russa, un’opera come quella di Tocqueville, L’ancien régime et la révolution, sul dopo-Rivoluzione francese. Contro il senso comune, Tocqueville legge l’89 francese non come il rovesciamento ma come il completamento del processo di centralizzazione del potere cominciato con la monarchia assoluta, processo che continuerà infatti con Napoleone e la costruzione dello Stato-nazione: sotto la rottura rivoluzionaria, si ristruttura la continuità. Lo stesso accade in Unione sovietica: sotto la rivoluzione, l’identità della Grande Russia si ristruttura nelle nuove forme dello Stato e del partito unico. La continuità del processo storico presenta regolarmente il conto alle discontinuità della politica. Stalin in qualche modo lo sapeva, e perciò usò la seconda guerra mondiale come guerra patriottica. E Putin oggi riconverte la memoria dell’Unione sovietica, deprivata della matrice dell’Ottobre, in un segmento di memoria, e di rilancio, della Grande Russia: in linea con quanto accade ovunque si mobiliti, sotto il termine «civiltà», la riserva simbolica di una dimensione antropologica e culturale più antica della storia degli stati nazionali.

Riepilogo: la storia della Rivoluzione russa mostra che la dimensione politica è più forte della struttura economica, ma deve vedersela con una terza dimensione, quella della continuità storica che prevale sulle rotture politiche, e con una quarta dimensione, antropologico-culturale, nel lungo periodo decisiva.

Non solo nel lungo periodo, ma anche nel momento sorgivo della rivoluzione. Mi sono chiesto: perché la rivoluzione scoppia, imprevista, in Russia? Perché proprio lì? Perché lì c’era la massima oppressione dei contadini, il massimo aggravamento delle condizioni di vita degli operai, la massima sofferenza della guerra fra i soldati.. ma forse non anche perché l’anima russa, il misticismo del pellegrino russo, un certo humus religioso avevano fecondato il terreno per l’evento escatologico della rivoluzione? L’Ottobre non si capisce senza Dostoevskij. La rivoluzione fu un atto apocalittico, un salto – un «assalto al cielo» appunto. Non c’è spiegazione solo razionale di un evento in cui agisce l’impulso a qualcosa d’altro. Nell’atto della rivoluzione si vede che la politica tocca una dimensione teologica, e libera dimensioni dell’essere umano imprigionate nell’homo oeconomicus, in una concezione borghese della vita. Dalla quantità alla qualità: è questo lo spostamento dall’economico al politico, su cui oggi bisognerebbe impiantare un programma strategico di nuovi rovesciamenti.

Anche oggi, in uno scenario completamente diverso da quello del 1914, ci troviamo al passaggio da un’epoca di pace, anzi di guerra fredda, a un’epoca di guerre civili mondiali. Ma senza rivoluzione…Cos’è oggi «la rivoluzione», cos’è diventata questa parola nel nostro immaginario?
«Rivoluzione» è termine assai controverso, sul piano storico-politico nonché sul piano etimologico e semantico. C’è chi lo riconduce al copernicano giro ritornante delle orbite, più che alla frattura: come vedi, il tema del rapporto fra discontinuità e continuità, fra rottura e ritorno, è insito nella parola stessa. Se vuoi un’immagine, per me «rivoluzione» è Lenin che dice ai soldati contadini russi di non sparare sui soldati operai tedeschi ma di voltare i fucili e sparare sui generali zaristi. Questo è «rivoluzione»: la trasmutazione di tutti i valori correnti, quando non regge più nulla di quello che c’è e bisogna saltare al di là. Il problema però non è il salto, l’evento rivoluzionario, ma il processo successivo. Perché la rivoluzione si mangia i suoi figli, perché si capovolge in oppressione? Per questa domanda non abbiamo ancora una risposta, se non la constatazione di una antropologia pessimistica, comprovata dall’esperienza, che la potenza della storia è più forte di quella della politica. La storia ha dalla sua la continuità e la continuità vince sempre sulla rottura: è una lotta impari.

La politica, e la rivoluzione, perde perché la storia vince, dici tu. Ma se perdesse anche perché si incolla al potere? Perché con la presa del potere la politica, e la rivoluzione, diventa solo potere, e il potere diventa solo dominio? Hannah Arendt, Simone Weil e tutto il pensiero politico femminile del Novecento hanno posto questa domanda. Che resta anch’essa inevasa.
D’accordo. Insieme con un’altra, posta anche da Carl Schmitt e dalla lettura che ne abbiamo dato in Italia negli anni Ottanta, di come portare il politico oltre lo Stato. Questione da riaprire, perché la politica moderna nasce prima dello Stato moderno e può andare oltre lo Stato moderno – anche se il Leviatano è stato così forte da conquistare per secoli tutto il terreno della politica. Come pure prima della costruzione dello Stato sovietico c’era nel Movimento operaio un’articolazione che dopo viene quasi tutta risucchiata dall’obiettivo del farsi-Stato.

Dopo la storia dell’Urss, dovrebbe dunque essere ancora pensabile un comunismo che non si fa Stato, o oltre lo Stato…ma per questo non serve ancora Marx, la marxiana «estinzione» dello Stato?

No, perché l’estinzione dello Stato prevedeva il passaggio della dittatura del proletariato, ovvero del massimo dello Stato…Anche in Occidente, l’espansione del sociale non ha portato e non pare portare a una politica oltre lo Stato, ma a più Stato, nella forma dello Stato sociale, e meno politica. Semmai bisognerebbe recuperare il comunismo autogestionale, e il solidarity for ever del primo socialismo, ridotti a esperienza minoritaria dal comunismo fatto Stato. Ma non sto proponendo di tornare all’alternativa Lenin o Luxemburg: nessuna delle esperienze del comunismo novecentesco è ripetibile oggi. La memoria è buona memoria se è una memoria attiva, se serve per andare oltre il passato, non per ripeterlo. L’Ottobre stesso è irripetibile: ricordarlo serve per aprire l’immaginario e l’intelligenza a pensare che cosa di nuovo potrebbe accadere se si aprisse un processo di crisi dell’ordine costituito. La rivoluzione è davvero impensabile, oggi, se non ritorna un passaggio di crisi di sistema che rimetta in moto la critica di tutto ciò che è. Non una crisi economica, non le file davanti alle borse o alle banche che vediamo ogni tanto in tv, ma una crisi politica, un conflitto fra grandi potenze per la ridefinizione degli spazi politici sui due oceani. E’ la geopolitica forse oggi il luogo di una crisi possibile, di un conflitto fra finanza-mondo e politica-mondo sulla riorganizzazione del Nomos della Terra.

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