Un monumento per i manifestanti

30 novembre 2010

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Pierluigi Carta

Atenei, monumenti e palazzi storici, i simboli dell’Italia in fermento, se non in rivolta. La rivolta si accenna solo con timidi esperimenti, come un tentativo di invasione delle porte del Senato il 24 novembre. Ma la rete studentesca bolla l’episodio come isolato e deprecabile. Alcuni si legano le mani e si impiccano simbolicamente, altri organizzano una catena umana di docenti, studenti e ricercatori, come a Bari e a Trieste. I luoghi chiave coinvolti sono La Mole Antonelliana, il Colosseo, la Torre di Pisa, la Basilica di San Marco e i palazzi comunali di Siena e Bologna. La  protesta contro il ddl Gelmini dilaga in tutti gli atenei italiani, sono coinvolte le città di Napoli, Milano, Roma, Messina, Salerno, Palermo e Parma. Ovviamente si attivano anche i capoluoghi Sardi. A Sassari gli studenti hanno creato un presidio nell’aula Eleonora d’Arborea, nella sede centrale dell’Università. A Cagliari, invece, nella notte del 24 novembre, hanno occupato il tetto del Palazzo delle Scienze in via Ospedale e ora mantengono il presidio costantemente. Il palazzo è stato teatro della veglia funebre in commemorazione dell’università pubblica e del diritto allo studio, celebrata la notte del 29, la vigilia della discussione alla camera della Riforma emendata. Durante la veglia è stato proiettato in diretta il programma di Fazio e Saviano. Il ché può anche sembrare fuori luogo ma, come giustamente ha risposto uno studente di Unica 2.0 –in Italia non è mai sbagliato parlare di Mafia. Se parli di spesa pubblica, parli di Mafia; se parli di rifiuti, parli di Mafia; e se parli di istruzione, parli di Mafia-. La ministra Gelmini lancia l’appello: -non fatevi manipolare dai baroni e centri sociali-. Ma basta farsi due chiacchiere con i manifestanti, studenti o ricercatori, e risulta lampante che nessuno ha intenzione di levare gli scudi attorno ai baroni. Gli studenti sanno bene quali sono i problemi dell’Università e quanti sono i danni provocati dai “baroni” e dai potentati accademici. Dati alla mano, l’ottomanista Nicola Melis afferma –le cattedre italiane vantano il corpo docente più vecchio di tutta Europa-, e basta parlare con un qualsiasi studente europeo per rendersene conto. Continua Michele Maxia, ricercatore di Ingegneria –il nostro governo segue la stessa linea da decenni, per la voce istruzione spende la metà rispettò agli altri paesi occidentali, gli effetti dell’implosione si stavano già verificando, ma con questa manovra non c’è più speranza-. I risultati si contano sulla scia della fuga dei cervelli, 42 000 studenti espatriati nel 2008, nel 2010 il numero è cresciuto, e si contano pochi rimpatri. Ma la ministra ha insistito, spalleggiata dal presidente del Consiglio: -vogliamo fare un’università che sia in grado di sostituire la burocrazia, le amicizie e le parentele visto che la sinistra ha fatto della scuola un ammortizzatore sociale per molti anni-. La sinistra può accusare il colpo dell’ammortizzatore sociale, ma resta da chiedersi come il trio Gelmini-Tremonti-Berlusconi voglia attuare ciò: svuotando le casse degli atenei, dirottando la ricerca, mandando a casa il personale amministrativo, aumentando le rette agli studenti, vaporizzando interi corsi didattici, stroncando la carriera a una generazione di ricercatori e di dottorandi, lasciando nei CdA solo i professori ordinari e mantenendo gli stessi ancorati alle cattedre fino ai 72 anni? –Probabilmente sì- è quello che risponderebbe Maria Stella. Ma la protesta a Cagliari continua ad assumere forme stravaganti, qualche esempio: la mattina del 27 i ricercatori e gli studenti hanno portato le loro istanze tra i banchi del mercato di San Benedetto. Gli studenti hanno latitato e gli unici ricercatori con i volantini in mano erano quelli con contratti a tempo indeterminato. Sul tetto del Palazzo delle Scienze sono parecchi quelli che fanno capolino e poi tornano alle pagine dei libri, o alle partite di calcetto, sono invece un ristretto gruppo di motivati che mantiene il presidio e stimola le iniziative. Il senato accademico emette mozioni comunicando una spinta univoca e netta nell’opporsi all’approvazione della Riforma, poi boccia in blocco la mozione proposta dagli studenti di sospendere le lezioni per la giornata del 30 per favorire il dibattito. Il gesto comunque resta simbolico, come spiega Marco Meloni, presidente al Consiglio degli Studenti, i numeri sono ancora troppo miseri per permettersi un’occupazione in grande stile. Anche se essenzialmente è quello che servirebbe, perché per “opposizione forte” si intende impedire lo svolgimento del servizio, invece, come già due anni fa, le aule e gli studi sono ancora aperti, anche se le crepe nell’intonaco iniziano ad essere strutturali. Dunque si rimane sui tetti degli atenei a protestare, con i politici dell’opposizione di turno, da Bersani a Di Pietro, a palesarsi come solidali con gli studenti, per cavalcare un bacino elettorale, o per reminiscenze sessantottine? Di Pietro a parte, ça va sans dire. Mentre sul tetto cagliaritano si concedono un cameo Silvio Lai, segretario PD e il coordinatore regionale, Franco Marras. Anche il telegenico Giovanni Melis ha dato il loro bel daffare ai fotografi e dichiara –il preside è una figura istituzionale e non gli si può chiedere di fare il rivoluzionario. Per quello dovete pensarci voi-. Davanti ad una richiesta tale di radicalismo gli studenti esitano e la loro azione resta ponderata, riflessiva e politicamente corretta. L’azione contro le porte di Palazzo Madama del 24 non ha avuto imitatori, e si è conclusa con due manifestanti arrestati, 27 denunciati, nove poliziotti feriti (forse leggermente) e una decina di contusi tra gli studenti (forse pesantemente). Allinearsi all’azione del resto dell’Italia è sentito come un dovere anche in Sardegna, i collegamenti tra atenei esistono ma son deboli, e le informazioni passano meglio sui quotidiani nazionali. Ma le iniziative non mancano neppure qui e gli universitari stanno preparando qualche altra sorpresa, speriamo, efficace.

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