Un solo percorso è possibile

1 novembre 2007

MANIFESTAZIONE DEL 20 OTTOBRE A ROMA
Marco Ligas

Il 20 ottobre è stato un giorno importante per la sinistra italiana: un milione di persone ha partecipato alla manifestazione promossa dal manifesto, liberazione e carta per la difesa dei diritti e della democrazia. Un appuntamento festoso – l’impegno politico può esprimersi anche in questo modo – di centinaia di migliaia di persone che incontrandosi hanno solidarizzato tra loro trovando nuovi stimoli per rafforzare l’unità delle forze della sinistra, più che mai indispensabile perché – come ha detto Pietro Ingrao – la lotta continua. Tuttavia questa grande manifestazione non è stata accolta con soddisfazione dalle altre componenti del centro sinistra. Molti l’hanno considerata un pericolo, una rimessa in discussione delle scelte fortemente squilibrate a danno dei lavoratori, proprio quando pensavano di avere già incassato una correzione al ribasso sui temi del precariato e del welfare. Nella migliore delle ipotesi l’hanno considerata inopportuna, come ha fatto il segretario della CGIL, quasi che l’impegno contro la precarizzazione del lavoro sia un obbiettivo destabilizzante o estremistico. La Confindustria non è stata a guardare: il suo ruolo è stato efficace nel ricattare e condizionare il governo e il ministro dell’economia si è mostrato molto compiacente nello spostare a favore delle imprese le risorse sottratte al lavoro dipendente. Ma la determinazione mostrata da chi ha partecipato alla manifestazione (partiti, movimenti, associazioni e soprattutto persone senza appartenenze politiche che nel corso di questi anni hanno votato per Prodi e si sono battute strenuamente per dare dignità a tutti coloro che subiscono l’emarginazione) ha di nuovo provocato una fibrillazione tra le componenti centriste. Il pericolo molto concreto di una prossima crisi nasce proprio da lì: dalla consapevolezza di dover rimettere in discussione questioni ritenute ormai chiuse come il lavoro usurante e il precariato.
La partecipazione dei lavoratori sardi alla manifestazione di Roma è stata rilevante, espressione di un malessere sociale causato da una crisi economica che non ha fine. Non è solo il settore industriale a star male. Qui, come succede ormai da decenni, continuano le concessioni di finanziamenti pubblici alle aziende private per evitare la chiusura delle fabbriche; ciò nonostante queste interrompono la produzione e non solo non vengono fatte nuove assunzioni ma i lavoratori, un po’ per volta, vengono licenziati: uno degli ultimi esempi è quello della Montefibre dove neanche il passaggio della quota di maggioranza della proprietà dell’azienda alla regione ha consentito la ripresa della produzione a causa dell’assenza di un piano di ristrutturazione. È molto grave anche la situazione nel settore agro pastorale. Molti agricoltori e allevatori subiscono la vendita forzata delle loro aziende perché non riescono più a restituire i mutui che hanno ricevuto dalle banche: l’Unione europea ha infatti respinto la decisione della Regione di concedere a questi lavoratori mutui a tassi agevolati, le regole del libero mercato non consentono questi privilegi! Non ha importanza se questi interventi si verificano in regioni che vivono particolari condizioni di arretratezza. Così la filosofia della monocultura si perpetua, cambia soltanto il settore di intervento passando dalla petrolchimica al turismo, quello di élite naturalmente, molto caro al presidente della regione. Nel frattempo in Sardegna, oltre alle primarie per l’elezione del presidente del Partito Democratico, si è svolto il referendum sulla legge statutaria. Si è discusso molto di questa legge e nel corso della campagna referendaria il dibattito si è spesso allontanato dai suoi temi centrali. Molti hanno trasformato il referendum in un test con risposte dicotomiche che prevedevano l’accettazione o il rifiuto di Soru. Così i temi della partecipazione dei cittadini alla vita democratica della regione sono rimasti talvolta in ombra, né si è riusciti ad approfondire le caratteristiche dei sistemi e delle leggi elettorali. Il risultato complessivo del referendum è negativo: quando in una competizione elettorale vota soltanto il 15% dei cittadini la democrazia non dà un segno di vitalità. Il giudizio negativo coinvolge tutti: innanzitutto e soprattutto quelli che con tanta fretta hanno approvato la legge statutaria. Un tema così importante non poteva essere affrontato e risolto senza il coinvolgimento e l’opinione delle autonomie locali e delle tantissime associazioni politiche sindacali e culturali presenti nell’isola. Per queste ragioni oggi mancano di buon senso coloro che dopo il referendum si sono affrettati ad affermare che la linea della Giunta Regionale è risultata vincente perché non è stato raggiunto il quorum. Evidentemente hanno una concezione deformata della democrazia non essendo sfiorati dal dubbio che avrebbero potuto parlare di vittoria solo se la partecipazione fosse stata ben più rilevante e la consistenza dei SI maggioritaria. Ma il giudizio negativo coinvolge anche i sostenitori del NO, nel nostro piccolo anche il nostro quindicinale, per non essere riusciti a rendere partecipe un numero più ampio di cittadini su una tematica complessa che riguarda la forma di governo della Regione, le modalità di elezione dello stesso Consiglio, del Presidente e dei componenti della Giunta, nonché i rapporti fra gli organi della Regione. Qualunque sarà la decisione della Consulta (la decisione della Corte d’Appello non rende promulgabile la legge) riteniamo che la cosa più ragionevole da fare oggi sia la promozione di una discussione ampia con il coinvolgimento dei cittadini attraverso i diversi strumenti della partecipazione democratica. Si potrà così definire comunemente un orientamento che riesca a sintetizzare i temi della riforma dello statuto, della legge statutaria e di quella elettorale. E all’interno di questo dibattito sarà opportuno trovare soluzioni adeguate per evitare, ad esempio, che le dimissioni del Presidente portino a quelle di tutto un Consiglio regionale, svuotando in tal modo il pronunciamento democratico degli elettori, e per regolare una volta per tutte il tema tanto controverso relativo ai conflitti di interessi.
Da tutto ciò riemerge, rafforzata, l’esigenza di ritrovare un percorso unitario tra tutte le componenti della sinistra che si collocano oltre il Partito Democratico. A costo di essere ripetitivi ribadiamo che questo processo richiede una rottura con le pratiche del passato e soprattutto un approccio diverso nelle relazioni tra le diverse componenti. Il tutto (l’unità) non è dato dalla somma delle parti (gruppi, partiti, movimenti, associazioni). Dalle parti occorre eliminare le eccedenze inopportune (litigiosità, tendenze alla prevaricazione, inglobamento delle componenti minori) e far propria la disponibilità ancora presente in tanti cittadini che senza calcoli si battono per una crescita democratica della società. Esemplificando si può dire così: nel dibattito sulla statutaria Rifondazione Comunista, il Pdci, SD, i nostri quotidiani e periodici, insomma tutti coloro che appartengono all’area della sinistra radicale hanno commesso un errore fondamentale, assumendo una decisione da soli senza un confronto preliminare con gli altri interlocutori/alleati. Sono emerse, come è naturale che accada quando si procede in questo modo, posizioni differenti che si sono via via radicalizzate senza più possibilità di rettifiche. Una procedura diversa avrebbe portato a risultati diversi? Non lo sappiamo, sicuramente però avrebbe consentito un confronto e un approfondimento dei temi evitando al tempo stesso contrapposizioni schematiche del tutto inutili e dannose. La manifestazione del 20 ottobre ha avuto un’ispirazione diversa forse perché lo spirito di corpo e il senso di appartenenza ai partiti o ai gruppi, sicuramente indispensabili, hanno lasciato spazio all’esigenza dell’unità. Ecco, lavorare insieme significa far propria questa ispirazione. Abbiamo una possibilità in Sardegna per mettere subito in pratica questo modo di fare politica. Riguarda il lavoro che ci attende sul G8 dove è possibile costruire un’area di pace ipotizzando politiche di sviluppo sostenibili e non compatibili con i progetti dei signori delle guerre e delle speculazioni. Proviamo a riunire al più presto tutte le forze che si oppongono al G8 e individuiamo una proposta che per semplicità possiamo definire un Forum attraverso la creazione di una rete che metta in collegamento le diverse realtà che operano nel territorio isolano e, al tempo stesso, facciamo una riflessione su modelli di sviluppo globale diversi da quelli proposti dai padroni del pianeta. Volta per volta potremmo definire con più precisione le tappe successive. Questo sembra il solo percorso possibile per ricostruire l’unità, con al centro, anche in questo Forum, il tema del lavoro.

2 Commenti a “Un solo percorso è possibile”

  1. Vincenzo Pillai, CPR Rifondazione Comunista scrive:

    Concordo con il ragionamento di fondo di Marco e sulla consapevolezza degli errori commessi e della difficoltà a costruire un percorso a sinistra che non sia sommatoria di gruppi dirigenti esistenti. Si sono sviluppate forme di aggregazione, linguaggi, culture che possono produrre quel salto qualitativo necessario a capire oggi la questione sarda, nel contesto della politica europea e del dominio del liberismo nel mercato globale.
    Bisogna partire dal fare , da ciò che i padroni ci sbattono in faccia: come il G8 a La Maddalena.
    E’ possibile unire le forze per indurre Soru e la sua maggioranza a dichiarare la Sardegna non disponibile e , non riuscendoci, a preparare una mobilitazione diffusa?
    Un passo importante è stato già compiuto. Perché non chiedere al Manifesto sardo , a Liberazione sarda e ad altre pubblicazioni dei tanti gruppi fioriti in questi anni, di promuovere un momento di confronto per un programma d’azione attraverso il quale si trovino le tante buone ragioni per lavorare insieme?
    La stessa situazione di stallo del dopo-referendum può essere usata per ripartire dalla discussione sull’attualizzazione dello statuto sardo attraverso un dibattito che coinvolga tutta la popolazione nella definizione di un progetto di rinascimento materiale e culturale; solo dopo riprendere la stesura di legge statutaria e di legge elettorale.
    Ma soprattutto e prima di tutto e dentro ogni nostra iniziativa deve esserci la critica alla precarietà del lavoro. Il bracciantato moderno imposto attraverso la legge 30 che, insieme agli immigrati, può sia mettere in crisi il modello liberista ( se si realizzano i legami di classe) sia finire a destra pur di sopravvivere.

  2. Tore Melis scrive:

    L’unità della sinistra non può essere una fusione a freddo fra le forze attualmente organizzate.
    La sinistra reale, quella diffusa, non coincide con quella rappresentata. E’ urgente, quindi, determinare condizioni che favoriscano un processo di apertura e di coinvolgimento. Si tratta di spingere il ragionamento, non sul terreno della tattica e della strategia, bensì su quello del pensiero alto. E’ urgente creare i presupposti per rompere gli schemi. Devono attivarsi procedure di destrutturazione. Bisogna rompere gli attuali equilibri cognitivi, affinché le menti siano libere di cogliere i nuovi bisogni, le nuove dimensioni dei lavori, le nuove condizioni delle famiglie, i nuovi allarmi del geoide, i nuovi aneli alla conoscenza e ai diritti e alla pace. Dalla base delle varie organizzazioni politiche di sinistra deve partire una forte spinta avanguardista, capace di compiere esplorazioni che siano rottura e siano conquista. Fare questo spariglierebbe il quadro attuale e, i sedimenti che ne conseguirebbero, potrebbero non assegnare le posizioni ora possedute da molti dei nostri dirigenti. Ecco perché non possiamo aspettarci che questo processo sia avviato da loro. Partiamo da qui, dunque, dalla Sardegna. Apriamo i cantieri organizzativi per spingere il popolo della Sinistra verso una costituente che si muova su un profilo orizzontale. Così nascerà La Sinistra. Quella voluta, quella che serve all’Italia e alla Sardegna. Quella che serve alle persone.

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